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carboniSezione realizzata in collaborazione
con Gianluca Carboni speleologo e alpinista forlivese
www.gianlucacarboni.it

Le immagini e il testo pubblicati in questa sezione appartengono a www.gianlucacarboni.it e sono pubblicate su www.appenninoromagnolo.it con il consenso dell'autore; è espressamente vietato copiare, manipolare o pubblicare altrove testo o immagini.

I GESSI DEL MONTE MAURO E DEL MONTE DELLA VOLPE
Paesaggio e grotte

L'area carsica del monte Mauro e del monte della Volpe si trova fra la valle del Senio e quella del Sintria, indicativamente a sud di Riolo Terme, est di Casola Valsenio, nord di Zattaglia e ovest di Brisighella.
La sua importanza geologica è indiscutibile; ha peculiarità che la rendono preziosa e alcune sue spettacolari caratteristiche risultano apprezzabili anche per il semplice turista a patto che questi sia animato da curiosità e senso d'avventura.
Nel suo sottosuolo sono nate e cresciute alcune fra le grotte più rilevanti e difficili della regione, e soprattutto un complesso ipogeo che non è esagerato definire fra i più importanti nel gesso al mondo.

Percorrendo questi luoghi non troveremo mai corsi d’acqua superficiale, in compenso sono almeno 4 i torrenti che gli speleologi provano a seguire e studiare a varie profondità.
Fra il monte Mauro e quello della Volpe si trova una delle zone più protette della vena del Gesso Romagnola: la forra del rio Basino, il cui fragilissimo ecosistema ha suggerito l'istituzione di un'area a protezione integrale nel neonato parco naturale.
Appena ad ovest della seconda cima, aldilà della spalla chiamata monte Tondo, si trova invece la zona più deturpata, oramai completamente distrutta della stessa vena: l'impressionante cava, credo la più grande del genere in Europa, che ha divorato un enorme settore della montagna e ne sta saccheggiando l'interno.   

Visiteremo la cresta, a tratti esposta e sempre panoramica, che collega i due monti cercando di individuare particolarità geologiche e fenomeni carsici, cioè doline e ingressi di grotte... con un po' di coraggio alcuni di noi potranno anche entrare in una di queste!
A tale scopo raggiungeremo in auto i pressi della vetta maggiore della vena del Gesso Romagnola (e infatti si chiamerebbe così, monte Maggiore, ma i cartografi ufficiali tradussero erroneamente il nome dal dialetto locale creando il toponimo "monte Mauro"), alta 515 metri, monte mauroe percorreremo a piedi un sentiero che richiede un po' di allenamento ed esperienza di cammino su terreni relativamente impervi.
L'itinerario può essere accorciato, ma in ogni caso prevede qualche ora di impegno e il superamento di poche centinaia di metri di dislivello altimetrico.

Non è consigliabile uscire dal sentiero indicato (ben battuto e facilmente riconoscibile) perchè le zone attraversate sono molto più selvagge di quanto possa sembrare: la vegetazione è spesso intricata e ricca di spine, sono presenti dirupi e nel bosco vari pozzi di natura carsica piuttosto pericolosi per la profondità e la difficoltà ad individuarne la presenza, il terreno è scosceso e scivoloso ed è facile perdere l'orientamento.

Dopo questa lunga, ma necessaria premessa, direi di partire, e di farlo da Brisighella.
In realtà è possibile raggiungere la zona in questione seguendo molte strade differenti, ma quella che vi propongo ha un paio di vantaggi: anche se stretta e in parte sterrata si percorre più facilmente delle altre, inoltre ne conosciamo già il primo tratto (itinerari precedenti).

Eccoci quindi in auto, a Brisighella: subito dopo la stazione ferroviaria, risalendo la valle Lamone, la strada curva bruscamente a sinistra. In questo punto incontriamo la deviazione che porta in salita alla rocca (vari cartelli fra i quali quelli per Zattaglia, Riolo Terme e la grotta la Tanaccia); la prendiamo ed azzeriamo il contachilometri parziale.
Dopo alcuni tornanti lasciamo a destra la poderosa fortezza e a sinistra la stretta stradina per il Monticinosantuario del Monticino. Aggiriamo la grande dolina della tana della Volpe e raggiungiamo il panoramico crinale (a destra: calanchi e pianura; a sinistra: torre dell'Orologio, rocca, santuario e innumerevoli colline).
Superiamo il parcheggio a destra (km. 2,6) riservato ai visitatori del parco carsico della Grotta Tanaccia (sbarra ed evidente cartello turistico), la località Manicomio (qualche casa e un ristorante), la deviazione a sinistra (km. 3,2) per Rontana e il parco del Carnè, e più avanti quella (km. 4,7) per Corolla delle Ginestre e Vespignano che ci ha permesso nell'itinerario precedente di visitare le doline dell'abisso Mornig e del Peroni.
Proseguiamo lungo un percorso piacevole caratterizzato da belle vedute; scendiamo verso la valle del Sintria e al bivio successivo (km. 7,2) voltiamo a sinistra (indicazioni per Zattaglia e Casola Valsenio).
Siamo vicini a località conosciute e frequentate, eppure l'impressione è quella di addentrarci in una zona diversa, isolata, dimenticata. Presto a destra notiamo le scenografiche rupi selvagge del monte Incisa, pareti di gesso verticali, fratturate, dall'aspetto arcigno.
Dopo un gruppo di edifici, poco prima di arrivare alla frazione di Zattaglia, deviamo a destra (km. 10,2; vari cartelli fra i quali quello per Monte Mauro). La strada è stretta, un po' rovinata, ma asfaltata e facilmente percorribile. In una curva secca a sinistra (km. 10,8; varie indicazioni fra le quali quella per monte Mauro) ignoriamo la sterrata che si stacca a destra e continuiamo in blanda salita.montemauro
Ora c'è il solo punto in cui potrebbe capitare di confondersi a causa dell'assenza di segnalazioni: lasciate varie traverse di accesso a casolari, di evidente scarsa rilevanza, incontriamo quella a destra che ci interessa (km. 12,8) e si distingue perchè è l'unica inizialmente asfaltata.
Al tornante che affrontiamo a destra ne segue subito un secondo a sinistra: qui è impossibile nonrestare colpiti dalle splendide pareti rocciose che abbiamo davanti e paiono formare una barriera insuperabile a protezione del monte Mauro e delle sue creste; a destra si riconosce la pieve di Monte Mauro, a sinistra un ripetitore che sovrasta il dirupo in cui troveremo e visiteremo la grotta dei Banditi.
Al bivio immediatamente successivo restiamo a destra: il fondo stradale diventa sterrato e per un breve tratto, mentre rasentiamo le pareti, abbastanza sconnesso ed esposto. Poche decine di metri che porteranno i meno abituati a tali percorsi a maledire il momento in cui hanno deciso di seguire l'itinerario proposto, e attraversiamo la cresta nel punto in cui è più bassa, entrando così nel versante opposto della montagna (km. 13,6).
Pensando al poderoso muro di roccia che abbiamo superato, si fatica a credere che sia stato così facile farlo!
Proseguiamo per poco nel bosco fino a quando la vista torna ad aprirsi: in alto a destra, a due passi dalla cima del monte Mauro, c'è la pieve, mentre a sinistra in piccoli spiazzi è ora possibile parcheggiare l'auto (km. 13,9).

Per l'escursione a piedi occorrono: scarponi adatti, vestiario adeguato alla stagione e al tempo, zainetto con acqua ed eventualmente qualcosa di leggero da mangiare, un paio di fonti di luce per curiosare in alcuni anfratti, macchina fotografica... voglia di scarpinare per qualche ora!

Il percorso completo prevede 3h30'/4h00' di cammino e 650 metri di dislivello; è possibile, più o meno a metà strada, rinunciare a completarlo e tornare all'auto lungo una pista forestale con brevi saliscendi.

Incontreremo doline, grotte, crepacci, dirupi, un borghetto e antichi casolari; attraverseremo boschi, saliremo su creste e cime, vedremo panorami notevoli... insomma, l'ambiente che avremo attorno merita la fatica relativa che stiamo per fare!

montemauro
rupi di gesso a W della cima del monte Mauro
(evidenziati il punto in cui troveremo la grotta dei Banditi e il sentiero in parete per arrivarvi)

Sentiero: sulle creste del monte Mauro e del monte della Volpe,
fino al borgo dei Crivellari

Lasciata l’auto proseguiamo per poco sulla strada, quindi prendiamo a destra la diramazione che ci porta alla chiesa. In tal modo giriamo attorno a una spettacolare, enorme, profonda dolina oggetto di varie ricerche speleologiche per ora infruttuose, la cui acqua però è certo che confluisca nel vasto, complesso sistema idrologico ipogeo che è in fase di studio ed esplorazione qualche chilometro a nord-ovest e del quale incontreremo un ingresso più avanti.

- Pieve di Santa Maria in Tiberiaco
E’ un edificio di antiche origini di cui già si parla in un documento del 932. L’attuale costruzione risale all’Ottocento, ma il discutibile recupero ha praticamente creato un qualcosa di nuovo, completato e “valorizzato” dalla grande canonica-foresteria adiacente. Santa Maria in Tiberiaco
Si tratta così di un elemento estraneo all’ambiente circostante, ingombrante e di fastidioso impatto; se però si ha la fortuna di arrivarvi in un giorno in cui mancano le auto e poche sono le persone presenti, è ancora possibile apprezzare l’atmosfera suggestiva e l’indiscutibile bellezza del luogo.

Andiamo ora a sinistra sul sentiero identificato dai segnavia bianco-rossi del CAI, che lungo il crinale mira l’evidente cima del monte Mauro (una vecchia freccia in legno ne facilita ulteriormente il riconoscimento). La traccia rasenta l’orlo superiore delle pareti inclinate di gesso e sale blandamente; dopo qualche minuto, quando la stessa pare procedere in piano tagliando il versante meridionale del monte, ci troviamo di fronte al colletto sommitale: la lasciamo tenendoci a sinistra e liberamente (vari sentierini) raggiungiamo la vetta.

- Monte Mauro
Con i suoi 515 metri è la cima più alta della Vena del Gesso; vi si riconoscono i pochi ruderi del monte maurocastello, ma soprattutto offre uno splendido panorama sulla sottostante valle del Sintria, verso l’Appennino e la pianura Padana. Notiamo fra l’altro un vicino colle boscoso caratterizzato da un ripetitore (nostra prossima meta) e aldilà le belle pareti del monte della Volpe, dove sono evidenti molti degli strati di gesso della Vena.
Il dirupato versante meridionale nasconde gli ingressi di due interessanti grotte di origine tettonica: il Pass e la grotta sotto la Rocca di Monte Mauro.

 

- Grotta sotto la Rocca di Monte Mauro e grotta del Pass
Sono in definitiva due enormi crepacci profondi fra i 20 e i 40 metri, lunghi oltre 100, oggettivamente pericolosi. Corrono paralleli alla linea di cresta, non distanti dalla superficie, quasi fossero stati creati da una gigantesca lama che sta tentando di affettare, riuscendoci, in tale direzione l’intera montagna.
Li ho visitati entrambi e probabilmente non vi tornerò: nel primo si entra da un insignificante bucanotto in cui è forte la corrente d’aria e dopo una serie di passaggi in ambienti di frana ci si cala nel vuoto per una ventina di metri; l’ingresso del secondo è un insidioso pozzo a cielo aperto che la vegetazione selvatica rende poco visibile.
All’interno non c’è presenza d’acqua, in compenso abbondano i massi e le pietre sospese, trattenuti da inquietanti e fantasiosi incastri. Un paio di volte vi ho assistito a piccole, polverose frane, un avvertimento...
Del secondo stiamo completando il rilievo (cioè la misurazione della grotta e il successivo disegno di pianta e sezione).

Grotta sotto la Rocca di Monte Mauro (descrizione e foto www.gianlucacarboni.it)

Grotta del Pass (descrizione e foto www.gianlucacarboni.it)

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Retrocediamo fino alla pieve e da qui scendiamo a sinistra (a fianco della campana) sul sentiero segnalato con le bandierine bianco-rosse del CAI. Occorre attenzione perché brevi tratti sono ripidi e sdrucciolevoli e proprio sul percorso, a due passi dalla chiesa e nei pressi di uno steccato a sinistra, si apre un insidioso crepaccio (NON PERDERE ASSOLUTAMENTE DI VISTA, COME D’ALTRONDE E’ MEGLIO FARE LUNGO TUTTO L’ITINERARIO, BAMBINI E CANI).
In breve raggiungiamo un suggestivo pianoro alberato: l’antro a destra è il buco I di Monte Mauro, trasformato in rustica chiesetta rupestre.

- Buco I di Monte Mauro
La zona è “infestata” da piccoli, subdoli crepacci. Quello appena oltrepassato si chiama buco II di Monte Mauro ed è profondo 7/8 metri. Aldilà dello steccato, in una cengia della parete, se ne apre un secondo, interessante per i fragili cristalli biancastri sulle pareti, e nei pressi ne conosco altri due, tutti simili.
Si differenzia per le dimensioni e la conformazione questa grotta, il buco I, che qualcuno ha ben pensato di utilizzare come santuarietto, con altare, panca in legno e ornamenti religiosi… tempo addietro i partecipanti ai riti avevano l’orrida abitudine di gettare verso l’interno, nella piccola galleria che pare mirare il centro sotterraneo del monte, cartacce, ceri esauriti, residui vari, ma l’ultima volta che mi è capitato di entrare ho notato che l’ambiente era pulito… sarebbe meglio se fosse restituito al suo aspetto originario, ma bisogna sapersi accontentare e va bene anche così, con la nostra piccola Lourdes frequentata finalmente da gente educata.
La grotticella prosegue solo per qualche decina di metri e il grande ingresso dal punto di vista speleologico trae in inganno. Il luogo è però estremamente suggestivo, quasi magico.

Buchi I, II, III di Monte Mauro (descrizioni e foto www.gianlucacarboni.it)

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Continuiamo a scendere e dopo pochi minuti incrociamo la strada sterrata percorsa Banditi precedentemente in auto, esattamente nel punto in cui abbiamo cambiato versante. L’attraversiamo per immetterci nella pista forestale di fronte (bandierina bianco-rossa e segnavia 511); presto la lasciamo per salire a sinistra nel bosco, sempre guidati dai segnali bianco-rossi.
Passiamo a fianco di un rifugio privato e proseguiamo a due passi dalla linea di cresta che da ora in avanti ci accompagnerà a lungo.
Guadagnamo quota senza problemi, godendoci la tranquillità di un ambiente in cui la natura è tornata finalmente libera di esprimersi. Notiamo un bivio a sinistra: c’è la parete di roccia sotto, e questa è la sola, evidente diramazione percorribile in tale direzione (in un alberello è presente un segnavia, anche il vicino palo metallico e quello appena più in alto sono contrassegnati, per cui risulta realmente difficile confondersi); prendendola procediamo in piano su una cengia e presto raggiungiamo l’ingresso della grotta dei Banditi.

- Grotta dei Banditi
E’ una piccola grotta piuttosto nota per la particolare posizione e l’interesse archeologico.
Il gran numero di frammenti ceramici recuperati in una campagna di scavo del 1973 appartiene soprattutto all’età del Bronzo antico (XXIII-XVIII sec. A.C.); la loro ricomposizione ha permesso di ottenere ollette per la cottura dei cibi, vasi contenitori ed altri da mensa, brocche , boccali e tazze. Caratteristici sono alcuni colini in terracotta. La presenza di ossa appartenenti a 4 individui (2 adulti, un bambino e un neonato), in buona parte bruciate, fa ritenere però che il luogo non fosse utilizzato a scopo abitativo, ma vi si svolgessero riti funerari, quindi con offerte votive e deposito di corredi.
E’ stato trovato anche qualche reperto risalente al VI-IV sec. A.C. (seconda età del Ferro) e all’epoca romana. La grotta fu 1000 anni dopo utilizzata da una comunità di pastori, probabilmente come ricovero durante gli spostamenti stagionali. Il suo nome è indicativo del tipo di leggende e storie che la riguardano.
Di certo la cengia col sentiero che permette di accedervi è stata in un lontano passato adattata, è possibile che vi esistesse una piccola sorgente medicamentosa considerata sacra e oggi prosciugata, un po’ di persone negli ultimi 4500 anni vi ha passato notti, vi ha officiato riti, mangiato e macellato animali, forse vi si è nascosta perché ora è sì facile arrivarvi, ma non bisogna dimenticare che ci troviamo in un buco aperto a notevole altezza in una parete rocciosa, in un ambiente che tempo addietro doveva essere ben più aspro e selvaggio.

Senza problemi si riesce a passare aldilà dei massi che ostruiscono l’entrata, e con una torcia, un poco di attenzione, spirito di avventura, e la consapevolezza della possibilità di rovinare gli indumenti, a proseguire. Oltre la saletta iniziale, illuminata dalla luce naturale, c’è un cunicolotto che curva a sinistra, seguito da un gradino: è il punto più stretto, poi la galleria si allarga e curva nuovamente a sinistra. Si divide infine in due rametti di una decina di metri, uno dei quali, quello a sinistra, termina in una bassa camera alla quale si accede superando un fastidioso laminatoio (in speleologia è una fessura a forma di buca da lettera la cui difficoltà dipende principalmente dall’altezza e dalla lunghezza).

Grotta dei Banditi (descrizione e foto www.gianlucacarboni.it)

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Retrocediamo sulla cengia al bivio precedente e riprendiamo a salire verso la cima (ATTENZIONE AI DIRUPI E AL TERRENO SDRUCCIOLEVOLE) sulla quale si innalza il ripetitore. Da questa altura il panorama è notevole, e soprattutto è possibile osservare due peculiarità dell’importantissima zona carsica che stiamo visitando: la sottostante valle cieca del Rio Stella e davanti a noi le pareti rocciose del versante meridionale del monte della Volpe, dove riusciamo a contare almeno 10 strati sovrapposti della Vena del Gesso.

- Valle cieca del Rio Stella
Una valle cieca è una particolare morfologia che può formarsi quando delle rocce non carsificabili (in questo caso marnoso-arenacee) su cui l’acqua scorre normalmente sono a contatto con altre riostellacarsificabili (in questo caso il gesso) nelle quali tramite un inghiottitoio penetra in profondità.
Ciò che stiamo vedendo sotto di noi è un’enorme, interessantissima “scodella” di oltre un chilometro quadrato di superficie definita da piccoli colli che precludono all’acqua dei fossi e del torrentello presente (il cui solco mira evidentemente le pareti rocciose) lo sbocco naturale che ci aspetteremmo. Questa finisce invece in una grotta (inghiottitoio del Rio Stella) e continua il suo percorso attraversando trasversalmente l’intera catena di monti di gesso che stiamo visitando; tornerà alla luce del giorno solo dopo un chilometro e mezzo, nella risorgente del Rio Basino, un’affascinante grotta protetta (riserva integrale) che si trova alla base del versante opposto.
Il sistema ipogeo, uno dei più importanti al mondo in questo tipo di roccia, il cui sviluppo conosciuto riostella si misura oramai in diversi chilometri, è in fase di esplorazione e studio nell’ambito di un progetto al quale partecipano di quasi tutti i gruppi speleologici emiliano-romagnoli.
Va considerato che nel tratto sotterraneo, interamente percorribile da speleologi esperti, il torrente riceve l’apporto di due rilevanti affluenti: quello di destra raccoglie gran parte dell’acqua che sparisce nelle doline del monte Mauro e passa dall’abisso F10, di cui parlerò più avanti, quando ne incontreremo l’ingresso; quello di sinistra drena l’acqua a nord e ad ovest del monte della Volpe, ma ad oggi è umanamente inaccessibil, quindi misterioso, l’ambiente in cui scorre.

La carta presentata qui sotto, elaborata per evidenziare i concetti appena espressi e l’itinerario che stiamo affrontando, appartiene alla Federazione Speleologica dell’Emilia Romagna ed è stata tratta dal ricchissimo sito, a mio parere di eccezionale interesse, www.venadelgesso.org
Con le frecce nere, piene, indico la parte centrale del nostro cammino, con quelle verdi il sistema ipogeo Stella-Basino, con la stella nera l’altura dalla quale stiamo osservando la valle cieca.

per ingrandire click sulla mappa mappa

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- Monte della Volpe: gli strati della Vena del Gesso
Il gesso è solfato di calcio biidrato, un sale disciolto in grande quantità nell’acqua marina. Per depositarsi (in chimica si dice “precipitare”) ha bisogno di particolari condizioni, evidentemente verificatesi in queste zone 6 milioni circa di anni fa: occorre cioè che l’acqua che lo contiene evapori causando così l’aumento della sua concentrazione, fino a raggiungere la situazione chiamata di saturazione (in soluzione può starci solo un determinato quantitativo di un sale: se l’acqua cala, deve necessariamente farlo anche il sale e quello in eccesso può solo depositarsi… è ciò che avviene nelle saline).
In quel periodo per una serie di motivi, forse anche la “momentanea” chiusura dello stretto di Gibilterra, certamente l’intensa evaporazione dovuta a un clima ben più caldo dell’attuale, il livello del Mediterraneo scese; qui si trovava una vera e propria laguna con grandi pozze salmastre, l’ambiente ideale per favorire la concentrazione e la conseguente precipitazione del gesso.
Nella parete che abbiamo ora davanti, notiamo che fra uno sterile banco compatto e l’altro vi sono interstrati differenti, più sottili, argillosi, in cui la vegetazione riesce a crescere: da ciò si deduce che per brevi periodi le condizioni cambiarono, tornò l’acqua, si diluì il sale, si interruppe il deposito, ricominciò la sedimentazione “terrigena”, come quella argillosa, che si ha normalmente in mare a causa dei detriti trasportati dai fiumi.
In questi luoghi, in quel periodo, per almeno 16 volte si è ripetuto il fenomeno prima di cessare definitivamente, visto che tanti sono gli strati di gesso che si possono contare in successione uno sopra l’altro (io ne ho facilmente individuati 10).
In seguito a forti spinte interne alla crosta terrestre si formò la catena montuosa, poi fu tutto sommerso all’inizio del Pliocene (oltre 3 milioni di anni fa) dal rapido innalzamento del livello del mare. Ne derivò che la futura Vena del Gesso finì ricoperta da uno strato di sedimenti marini prevalentemente argillosi, alto molte centinaia di metri.
Più o meno un milione di anni fa iniziò l’innalzamento definitivo dell’Appennino romagnolo e anche i banchi gessosi tornarono gradualmente in superficie e ad essere sottoposti come la spessa copertura agli agenti atmosferici.
Qui davanti riusciamo a vedere il risultato finale: gli strati, gli interstrati e la copertura residua nell’altro versante, sulla quale cresce il bosco.

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versante meridionale del monte della Volpe, con evidenti gli strati di gesso
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strati di gesso e interstrati argillosi nel versante meridionale del monte della Volpe

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Scendiamo, quindi raggiungiamo un’altra cimetta sempre confortati dal bel ambiente e dal notevole chiodopanorama. La successiva discesa è blanda; a un bivio ci teniamo a sinistra (segnavia). In questa zona, a sinistra, sono presenti insidiosi crepacci profondi qualche metro, per cui è consigliabile non uscire dalla traccia battuta. Incontriamo un buco anche lungo il sentiero (ATTENZIONE): nella roccia in cui si apre notiamo il vecchio chiodo metallico usato dagli speleologi per calarvisi ed esplorarlo.
Continuiamo il cammino fino ad immetterci in un altro sentiero: andando a destra, in salita, si torna verso il punto da cui siamo partiti; chi è stanco o ritiene di aver visto abbastanza, può interrompere qui l’escursione e in 40 minuti rientrare (è il percorso che faremo al ritorno, per cui l’ho descritto in seguito). Per proseguire si va invece a sinistra.
In breve raggiungiamo l’ampia sella di ca’ Faggia: quella che ora è una pista si dirige a destra (è la strada dalla quale proverremo più tardi), ma noi ci dirigiamo dritto, in salita, su una traccia evidente (segnavia). Notiamo a sinistra alcuni piccoli crepacci e soprattutto apprezziamo la vista a destra della grande dolina piatta sottostante che occupa interamente la sella.

   … continua…

(Gianluca Carboni)
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