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carboniSezione realizzata in collaborazione
con Gianluca Carboni speleologo e alpinista forlivese
www.gianlucacarboni.it

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I numeri riportati a fianco dei nomi indicano la posizione sulla mappa visualizzabile cliccando sull'immagine qui a fianco oppure sul numero stesso.
Elaborazione su un originale della Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia Romagna
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I GESSI DI RONTANA E CASTELNUOVO
Paesaggio e grotte

L’itinerario proposto prevede spostamenti in auto e una semplice escursione a piedi all’interno del parco naturale del Carnè. Inizia dal punto in cui c’eravamo fermati visitando i “gessi di Brisighella”, cioè dal bivio che si trova subito dopo la località Manicomio, a 3,2 km dal paese lungo la strada per Riolo Terme e Zattaglia.
La zona è molto bella e di grande importanza ambientale e speleologica; vi incontreremo spettacolari doline e profondi abissi che fanno tutti parte dello stesso sistema idrogeologico: in pratica l’acqua che entra nelle grotte più a monte, il Fantini e il Garibaldi, finisce in quelle più a valle, il Peroni e il Mornig, che si trovano in linea d’aria a oltre 2 km di distanza. Il percorso ipogeo dei vari torrentelli che alimentano il collettore, quello che viene in superficie nella risorgente del Rio Cavinale, è in gran parte sconosciuto perché le grotte situate in posizione intermedia o non sono ancora state scoperte, o presentano a una certa profondità enormi depositi di argilla, grandi frane e fessure che per ora hanno bloccato le esplorazioni.
Dal parco transita il sentiero che parte da Brisighella e raggiunge il monte Mauro, la cima più alta della Vena del Gesso Romagnola.

Siamo al bivio che si trova subito dopo la località Manicomio: azzeriamo il contachilometri e ci immettiamo nella strada che sale a sinistra (indicazioni per Rontana e parco del Carnè).
Ignoriamo (km. 0,3) la deviazione che si stacca a sinistra per la chiesa di Rontana e curviamo restando sul percorso principale (indicazione per il parco). Al tornante successivo (km. 0,5) deviamo a destra (cartelli turistici per il rifugio e il parco del Carnè): lasciamo l’auto nel secondo parcheggio (P1) per i visitatori, quello a fianco della strada oramai sterrata e sbarrata da una catena.

Il buco del Parcheggio (1)

In fondo allo spiazzo, una decina di metri a destra del cartello che mostra come sistemare i veicoli, si trova il piccolo ingresso del buco del Parcheggio Si tratta di una grotticella stretta e di relativa importanza, ma adatta  a chiarire un concetto: siamo in una zona carsica dove un innocuo ciuffo d’erba può nascondere un pericoloso crepaccio (questo, ad esempio, è profondo 10 metri… ATTENZIONE!) per cui è necessario controllare attentamente i bambini e tenere legati i cani, soprattutto se ci si sposta dagli itinerari segnati o dai prati evidentemente predisposti per la sosta e la visita in sicurezza; non bisogna poi mai oltrepassare le recinzioni che si incontrano, o sottovalutare i puntuali cartelli gialli che avvisano del pericolo di caduta, o gettare pietre in buchi e pozzi (può esserci uno speleologo sotto, o un pipistrello, o…).

Centro visitatori parco naturale del "Carnè"

Apertura:
1 gen – 31 mar: sabato e domenica dalle 9.00 alle 17.00
1 apr – 30 set: tutti i giorni dalle 9.00 alle 20.00
1 ott – 31 dic: sabato e domenica dalle 9.00 alle 17.00
Informazioni:
tel. 0546 81468
tel. 0546 81166 (pro loco Brisighella)

Superiamo la catena e proseguiamo a piedi lungo la strada; subito incontriamo un cartello che indica la presenza a sinistra di un’area riservata ai cani. Vi arriviamo con una brevissima deviazione: guardando attorno dal centro del prato ci accorgiamo di essere in una conca chiusa, dolinauna bella dolina a fondo piatto (2) , macroforma tipica dei paesaggi carsici (sarebbe un laghetto se l’acqua non venisse assorbita attraverso vie sotterranee, che però come in questo caso possono non essere umanamente accessibili perché l’ingresso è sepolto da metri di terreno e detriti, nascosto in un punto non identificabile dall’esterno).

Riprendiamo il cammino. Nei pressi del cancello (siamo all’entrata bassa del parco) notiamo un sentiero che scende verso destra (è il 511, porta al monte Mauro e a Borgo Rivola) e uno che sale a sinistra (è il 511A, proviene dal monte di Rontana e lo percorreremo nel caso decidessimo di compiere interamente questa escursione a piedi).
Un blando saliscendi nel bosco ci conduce verso il centro visitatori; pochi minuti prima di raggiungerlo deviamo in una ripido stradello a sinistra ed entriamo nella notevole dolina a fondo piatto dell’abisso Faenza, che si apre subito a destra.

dolina
dolina a fondo piatto dell'abisso Faenza (a sinistra si nota l'ingresso della grotta)

Abisso Faenza (3)

Il pozzo d’ingresso di questa grotta, speleologicamente bello e turisticamente inquietante, è profondo quasi 40 metri (NON OLTREPASSARE LA RECINZIONE METALLICA!!).
faenzaIn basso si penetra in un meandro che presto biforca: una via presenta un paio di pozzetti, il secondo dei quali piuttosto stretto e difficile da risalire, e termina in un cunicolo completamente tappato da depositi (in questo punto ci troviamo a 65 metri dalla superficie); percorrendo invece il ramo a destra,  si supera una fessura e si arriva in una interessante zona dove sono state tentate faticose esplorazioni con tecniche diverse e discreti risultati … presto potremmo riprovarci!
Attraversiamo il prato lasciando l'abisso a destra e mirando la traccia che ci permette di entrare in una seconda dolina (4) molto suggestiva: è simile alla precedente, solo un poco più piccola, delimitata da boscosi versanti piuttosto ripidi.
A sinistra ci avviciniamo a uno steccato in legno: aldilà c'è un pozzetto senza nome che potrebbe avere un certo interesse speleologico e presto o tardi sarà oggetto di tentativi di disostruzione.
Il luogo è splendido e a mio parere molto interessante perchè caratterizzato dalla presenza di quelle che ora ci appaiono per ciò che realmente sono: due eleganti doline gemelle unite da un sottile passaggio.

dolina gemella
dolina gemella

Dolina del Gufo (5)

Retrocedendo non possiamo accorgerci della presenza di un piccolo, prezioso gioiello: è la dolina del Gufo, che si trova nascosta dietro allo scosceso pendio che incombe sull'ingresso dell'abisso Faenza.
Si tratta di una zona a protezione integrale, quindi col divieto assoluto di accesso, ma è possibile se non altro osservarla da fuori seguendo per qualche decina di metri il sentierino in salita dolina del gufo che si stacca a sinistra appena prima di immettersi nuovamente nella strada; una rete ci impedisce di procedere oltre, in ogni caso la fitta vegetazione lasciata crescere allo stato naturale ha da tempo creato un vero e proprio muro.
L'aspetto selvaggio è accentuato dalla sensazione che tutto sia più cupo, in ombra. In effetti con un po' di attenzione notiamo che le pareti che delimitano il piccolo spazio sono quasi verticali, come se il soffitto di una grotta fosse sprofondato trasformando un ambiente ipogeo in un dirupato cratere a cielo aperto... ci siamo, abbiamo intuito la peculiarità di questo luogo: è una rara dolina di crollo originatasi non per la dissoluzione della roccia da parte dell'acqua di ruscellamento superficiale (come le conche chiuse incontrate fino ad ora, e la maggior parte di quelle esistenti), ma per il collasso di una cavità, lo stesso fenomeno che ha creato i famosi cenotes dello Yucatan (Messico), immensi pozzi considerati sacri dagli antichi Maya.

candelaSiamo sulla strada e riprendiamo a camminare verso il rifugio.
A destra quello che ci pare un blando pendio che scende verso valle è in realtà una grande dolina; a sinistra ci incuriosisce invece il particolare aspetto della roccia: siamo di fronte a un bellissimo esempio di erosione superficiale che ha prodotto caratteristiche strutture a candela(6).

Un paio di tornanti in blanda salita e arriviamo al centro visitatori del parco (R) dove è possibile fare una pausa per riposarsi, o ristorarsi.

Grotta a Nord di Ca' Carnè(7)

Dietro al casolare, aldilà dei rustici tavoli e dei giochi per bambini, seguiamo in piano quello che sembra un largo crinale erboso; bastano poche decine di metri per vedere a destra una recinzione attorno a una piccola area dalla vegetazione particolarmente fitta.
A contatto con la rete riusciamo a intuire che il terreno davanti cala ripidamente e che aldilà della nordcortina di rami e foglie si trova un dirupo roccioso.
Con un po' di attenzione è possibile per i più avventurosi, esperti ed equipaggiati (scarponcini da trekking) avvicinarsi all'ingresso della grotta a Nord di Ca' Carnè nascosto lì sotto: bisogna spostarsi a destra fino a quando si nota il breve scivolo terroso che permette di scendere, quindi scavalcare il basso recinto e proseguire per i pochi metri sufficienti a individuare il suggestivo pertugio triangolare alla base della parete di gesso.
Il luogo non è particolarmente pericoloso, ma certamente non adatto ai bambini; in ogni caso assolutamente non si deve procedere oltre perchè è facile perdere l'equilibrio, specie se c'è fango, e all'interno troveremmo una bassa cameretta, ma soprattutto subito a destra un infido pozzetto.
La grotta diventa poi piuttosto difficile anche per gli speleologi, specie se di corporatura normale, perchè il secondo e ultimo salto, alto quasi 20 metri, è preceduto da una micidiale fessura.

QUESTO APPENA INDICATO E' IL SOLO CASO LUNGO L'ITINERARIO PROPOSTO IN CUI E' POSSIBILE OLTREPASSARE UN RECINTO SENZA CORRERE TROPPI RISCHI!!

Retrocediamo fino al rifugio.
Ora descriverò un percorso che permetterà di conoscere il settore alto di quest'area carsica: saliremo verso l'ingresso superiore del parco e scenderemo lungo il sentiero 511A, quello che abbiamo incontrato in precedenza, chiudendo così un anello a due passi dal parcheggio. Sono necessari scarponcini adatti e la voglia di camminare per un’oretta, con tranquillità (il dislivello non supera i 200 metri).  
Chiaramente è possibile effettuarlo in senso inverso, cioè guadagnare quota sul sentiero e calare poi fino al rifugio, ma in questo caso conviene rimandare a fine giro la visita di doline e grotte segnalate sopra.
Indicherò poi per i meno allenati come raggiungere in auto la stessa zona.     

Spalle al Centro Visite riprendiamo la strada dalla quale siamo giunti e la seguiamo in salita, inizialmente piuttosto ripida. Superato un cancello, ingresso alto del parco, incontriamo una diramazione a sinistra: nel punto in cui questa si innesta nel percorso principale notiamo una traccia, sempre a sinistra, che si inoltra fra i cipressi e quasi in piano, in un minuto, porta all’ingresso dell’abisso Carnè.

Abisso Carnè(8)

Anche in questo caso sono puntualmente presenti il recinto e un cartello che avverte del pericolo perché il pozzo che si apre a due passi da noi è profondo quasi 20 metri.
abisso carne Quello che subito lo segue, di poco superiore ai 10, permette di raggiungere una bella sala di considerevoli dimensioni.
Questa è una grotta tecnicamente semplice che perciò a volte viene utilizzata per i corsi di introduzione alla speleologia.
Ha una caratteristica abbastanza rara nella Vena del Gesso, cioè la mancanza delladolina; neppure un piccolo avvallamento segnala la presenza del pur notevole pozzo, e ciò ne ha fatto una pericolosa trappola naturale. Fra i resti di vari animali, una decina di anni fa sono stati recuperati al suo interno un cranio e altre ossa appartenenti a due esseri umani. E’ stato possibile determinare l’età di una delle vittime, sotto i 45 anni, ma non capire l’epoca e il motivo del decesso. Forse cadute casuali, o esecuzioni nell’immediato dopoguerra (ritrovati anche residui bellici), o omicidi di viandanti solitari, o vendette risalenti a epoche precedenti (una leggenda parla dell’uccisione spietata di un uomo abbietto e vile che spiava e riferiva alle autorità dello Stato Pontificio falsità su persone malviste, e di un profondo abisso in cui il suo cadavere sarebbe stato gettato).

La pista sterrata continua a salire blandamente e raggiunge la strada asfaltata che qui è tracciata sul crinale. Prendendola a sinistra superiamo un piccolo dosso e iniziamo a scendere: a destra lasciamo il parcheggio superiore per i visitatori del parco e a sinistra un grande ripetitore mentre davanti ci appare la croce che si erge sulla cima del monte di Rontana.
Pochi minuti di cammino e individuiamo una carrareccia a sinistra sbarrata da una catena e segnalata da cartelli turistici (brevi informazioni storiche sul castello e la croce di Rontana); è presente anche il segnavia CAI (bandierina bianco-rossa) dei sentieri 505 e 511A. La seguiamo.
Appena sopra curviamo a destra mirando la cima del monte, ma prima di salirvi prendiamo la traccia a sinistra che entra nella grande dolina, in parte invasa da vegetazione impenetrabile, conosciuta col nome di “Catino di Pilato”. In fondo a questa, sotto un dirupo roccioso, un recinto e il solito cartello giallo che consiglia di fare attenzione indicano il punto in cui si trova l’ingresso dell’abisso Fantini.

Abisso Fantini (9)

E’ una delle grotte più importanti della Vena del Gesso Romagnola.
Si distingue per la profondità, attorno ai 120 metri, lo sviluppo, che col vicino e collegato abisso Garibaldi tocca il chilometro e mezzo, e la storia esplorativa (già nel 1934 Giovanni Mornig toccava il fondo che da lui avrebbe preso il nome, a -100).  E’ fra l’altro una delle cavità più ripetute della regione, utilizzata in quasi tutti i corsi per le caratteristiche della via principale: bei pozzi dove è facile addestrare e controllare gli allievi, cunicoli e strettoie agevoli, mancanza di fango.
Una serie di salti permette di raggiungere velocemente una galleria a -80 ad andamento sub-orizzontale dove presto si incontra un ruscelletto che esce da un cunicolo: lo stretto condotto, lungo ed estremamente difficile, permette di raggiungere il Garibaldi, una grotta che si apre in una dolina a nord (ne parlerò in seguito; le piante dei due abissi sono disegnate in rosso nella cartina con l’itinerario); quest’acqua alcune centinaia di metri più avanti sparirà in fessure umanamente intransitabili e potremo incontrarla nuovamente a 2 chilometri di distanza in linea d’aria, all’interno dell’abisso Mornig (anche di questo parlerò in seguito). Come ho già detto, il percorso ipogeo di questo torrente e dei suoi affluenti è sconosciuto; certamente vi finisce tutta l’acqua assorbita dalle doline che abbiamo visitato nel parco, e che si trovano fra i due punti noti del percorso.

Saliamo verso la cima del monte di Rontana. Quando la carrareccia curva a destra, nei pressi di una panca, è facile individuare il sentiero a sinistra (segnale CAI) che seguiremo fra poco; conviene infatti prima raggiungere i pochi ruderi del castello (attorno sono evidenti gli scavi archeologici che si stanno effettuando con metodi scientifici) e la torretta panoramica sulla quale si erge la grande croce (10) e dalla cui terrazza è bella la veduta circolare.

fantini
Ruderi del Castello di Rontana

Retrocediamo e prendiamo il sentiero; subito incontriamo il buco della Croce (recinto).

Buco della Croce (11)

Il salto che abbiamo davanti supera i 15 metri di altezza e comunica con un altro di dimensioni poco maggiori tramite una stretta fessura verticale.
In fondo c’è molto fango e le possibilità di prosecuzione sono nulle.

Facendo attenzione a non scivolare scendiamo fino a una selletta dove notiamo due grandi fenditure in parte percorribili: quella a destra è il buco I di Monte Rontana.

croce
Ingresso buco della Croce
croce
speleologo nella fessura del buco della Croce

Buco I di Monte Rontana (12)

E’ una cavità tettonica di scarso interesse, da segnalare per il luogo suggestivo in cui si trova e per il suo aspetto certamente pittoresco. rontana

Seguiamo i segnali CAI e saliamo per qualche decina di metri. A sinistra è notevole la vista che permette di apprezzare la forma e la grandezza del sottostante “Catino di Pilato”, la dolina dell’abisso Fantini; in questo momento siamo sul dirupo che ne domina l’ingresso.
Torniamo a scendere. Nel momento in cui il sentiero quasi si spiana, dopo 4/5 minuti di cammino, notiamo a sinistra blande tracce che si inoltrano nel bosco. Percorrendole in parte, quindi mirando liberamente il punto più basso, è possibile raggiungere il piccolo pertugio che permette agli speleologi di entrare nell’abisso Garibaldi.

 

Abisso Garibaldi (13)

Questa dolina è molto bella, grande, boscosa, oscura, selvaggia e apparentemente intatta. Proprio per queste sue caratteristiche non è banale visitarla: manca il sentiero che vi scende, al suo interno si trovano crepacci e buchi poco visibili ed è facile perdere l’orientamento, quindi vi consiglio di inoltrarvi solo nel caso in cui abbiate una certa esperienza escursionistica. garibaldi
La grotta ha un minuscolo ingresso e una prima parte caratterizzata da ambienti franosi. L’allargamento di una diaclasi ha permesso di esplorare le zone più profonde dove l’andamento è abbastanza articolato; faticoso e impegnativo è stato il lavoro di disostruzione che ha reso agibile, ma sempre difficile, il lungo cunicolo che collega questo abisso al vicino Fantini (quasi 100 metri e solo in alcuni punti è possibile girarsi per eventualmente tornare indietro: conosco poche persone che l’hanno percorso una quindicina di anni fa, e nessuna che l’ha ripetuto di recente… non credo che ci metterò mai il naso…).

Proseguiamo sul sentiero. Un piccolo steccato ci segnala la presenza del buco della Recinzione.

Buco della Recinzione (14)

Si tratta di una grotticella priva di importanza, ma è un ottimo esempio di ciò che potrebbe recinzionesorprenderci passeggiando distrattamente fuori dai percorsi segnati in questi ambienti carsici: un crepaccio quasi invisibile profondo 5/6 metri.
In zona ve ne sono che toccano i 40 metri di profondità, stretti e inquietanti, spesso difficili da individuare.

Rasentando una recinzione metallica occorre ora fare MOLTA ATTENZIONE a non scivolare in questo tratto di percorso breve, ma piuttosto scosceso, e soprattutto all’alta parete verticale che inizialmente si trova a destra sotto di noi.
Bastano pochi minuti per arrivare sulla strada sterrata principale, a fianco dell’ingresso basso del parco e a due passi da dove abbiamo parcheggiato.

Partendo da qui questo itinerario può essere fatto anche in senso contrario (più faticosa la salita, ma minore il rischio di scivolare).

E’ facile raggiungere la zona a quota maggiore di quest’area carsica anche in auto: invece di deviare a destra al tornante come indicato dai cartelli turistici per il rifugio e il parco del Carnè, proseguiamo in salita sulla strada principale. A 1,5 km. dal  bivio della località Manicomio, quello da cui siamo partiti azzerando il contachilometri, troviamo a destra la carrareccia per l’abisso Fantini e la cima del monte di Rontana, e a 1,8 km. a sinistra il parcheggio superiore per i visitatori del parco.

Comunque arriviate quassù, vi consiglio un giro a piedi fino al “Catino di Pilato” e all’ingresso dell’abisso Fantini, alla cima del monte di Rontana, al buco della Croce, al buco I di Monte Rontana e al dosso panoramico che si trova subito sopra.

E’ utile un breve riassunto prima di completare l’itinerario: stiamo visitando i  Gessi di Rontana e Castelnuovo; fino ad ora abbiamo girovagato a piedi per il parco Carnè e sui colli attorno.
Abbiamo visto alcune grandi doline nei pressi della cima del monte di Rontana e individuato in queste gli ingressi di grotte importanti: l’abisso Fantini e l’abisso Garibaldi; a quota inferiore, all’interno del parco, abbiamo incontrato altre doline di dimensioni significative e spesso pozzi più o meno interessanti.
Sappiamo che l’acqua piovana viene interamente assorbita dal suolo e va ad alimentare un sistema idrologico sotterraneo formato da vari torrentelli che finiscono per confluire tutti in un collettore.
Possiamo immaginare, ma siamo molto vicini alla realtà, che il fiumiciattolo abbia origine sotto il monte di Rontana, dal catino di Pilato, percorra le parti più profonde dell’abisso Fantini assomigliando più che altro a un rigagnolo, si perda in fessure per noi impercorribili, accolga piccoli affluenti, passi da qualche parte a decine di metri dalla superficie esterna nella zona del parco, superi il chilometro di lunghezza progressivamente aumentando la propria portata e riappaia… dove?
Ecco, in quest’ultimo tratto dell’itinerario proposto, andiamo a cercare l’acqua che ci siamo persi più in alto.

Partiamo dal solito bivio, quello che avevamo incontrato subito dopo la località Manicomio e dove avevamo voltato a sinistra per raggiungere il parco Carnè, ricordandoci di azzerare il contachilometri. Questa volta restiamo sulla strada principale, cioè proseguiamo dritto verso Riolo Terme. Il panorama a destra è piacevole, riposante, sulla collina faentina. Dopo alcune larghe curve notiamo una stretta stradina che sale a sinistra (km. 1,5): un paio di cartelli indicano che è la deviazione da prendere per Corolla delle Ginestre e Vespignano, quella che interessa a noi.
Superiamo una breve rampa e ci appare davanti, lontano, il monte Mauro; ha una forma caratteristica  e l’aspetto relativamente arcigno, e nasconde al suo interno o nei pressi alcune delle grotte più difficili da esplorare e importanti dell’Emilia Romagna. Ne parlerò nel prossimo itinerario.
Percorriamo poche centinaia di metri (km. 1,9) e parcheggiamo a sinistra dove si stacca una pista sterrata chiusa da una sbarra (porta alla valle cieca di ca’ Piantè, altra zona speleologicamente rilevante).
Quella che abbiamo a sinistra, aldilà di una rustica recinzione, è l’elegante dolina a imbuto nel cui punto più basso si apre l’abisso Mornig
(ATTENZIONE: NON E’ PERICOLOSO ARRIVARE ALL’INGRESSO, MA LO E’ MOLTO INTRODURVISI SENZA ESPERIENZA E ATTREZZATURA IDONEA).

Abisso Mornig

E’ una delle grotte più belle della Vena Romagnola del Gesso ed è possibile avvicinarsi fino a riconoscere, ai piedi di una paretina di gesso, l’ apertura triangolare che permette a speleologi attrezzati di visitarne gli ambienti interni. abisso morning
A tre piccoli salti segue un pozzo alto 20 metri. Una bassa galleria precede poi una splendida cascata concrezionata; per raggiungerne la base occorre calarsi per altri 15 metri.
L’ambiente è vasto e percorso da un torrente di dimensioni significative che va a infilarsi in un laminatoio troppo basso per essere superato. E’ possibile però seguire l’alveo verso monte strisciando prima, quindi camminando su spettacolari cascatelle a gradoni, fra vaschette e concrezioni a mammelloni. Qui  confluiscono due corsi d’acqua: il principale sgorga da un sifone che per ora ha resistito a ogni tentativo di esplorazione. Tuttavia è stato possibile fare prove con traccianti ed è certo che questo è il punto in cui ricompare l’acqua che sparisce nelle zone più profonde dell’abisso Fantini, distante oltre un chilometro in linea d’aria. La portata è molto maggiore perché nel lungo tratto sconosciuto del percorso certamente arrivano vari apporti, tutti quelli creati da doline e inghiottitoi del parco Carnè: l’area sotterranea a monte di questo sifone è misteriosa, piuttosto vasta, promettente, ma fino ad ora è mancato il colpo di fortuna necessario per premiare la determinazione degli esploratori.

Un breve aneddoto: qualche anno addietro mi è capitato, a causa di una mia leggerezza nel valutare le condizioni meteorologiche, di essere sorpreso da una piena all’interno di questa grotta, così ho potuto rendermi conto di cosa significa la definizione “inghiottitoio attivo”: pioveva da diversi giorni, la dolina era intrisa d’acqua e per un qualche banale motivo una sera decidemmo di entrare ugualmente. Quello che all’inizio era un fastidioso rigagnolo che precipitava nel pozzo alto 20 metri, normalmente tanto asciutto da essere considerato fossile, in pochi minuti si trasformò in una violenta e gelida cascata: la risalita, soprattutto dell’ultimo di noi,  fu drammatica, ma alla fine ci ritrovammo tutti in auto, fradici, silenziosi, salvi.
In casi simili il pericolo è altissimo: non tanto di affogare, ma di restare bloccato sotto l’acqua andando in ipotermia in pochi minuti, o di essere investito da pietre e massi trascinati giù dalla corrente.

Possiamo proseguire a piedi o utilizzare brevemente l’auto.
Al bivio successivo (km. 2,1) prendiamo la pista inizialmente dissestata che si stacca a destra (indicazione per Castelnuovo); ignoriamo la diramazione a destra e andiamo a parcheggiare dopo poche decine di metri di  fronte all’ex-canonica (rustico rifugio una volta affittabile per festicciole o come base per escursioni, ora mi dicono destinato solo a gruppi di boy-scout).
Retrocediamo camminando e subito a destra, sul bordo della stradina e nei pressi di una nicchia votiva, notiamo la grata metallica che chiude l’ingresso della buca della Madonna (ATTENZIONE: NON SOLLEVARE LA PROTEZIONE METALLICA E SOPRATTUTTO NON PROVARE A CALARSI ALL’INTERNO SE NON DOTATI DI ESPERIENZA E ATTREZZATURA IDONEA).

Buca della Madonna

E’ una grotticella interessante, artificialmente otturata con massi per evitare incidenti ai frequentatori della zona, spesso bambini.
Con un po’ di fatica gli speleologi  superano ugualmente i due pozzetti che si trovano sotto alla grata, alti in tutto una decina di metri, e si calano in un salone impreziosito da belle cristallizzazioni di gesso.

Qualche passo più avanti, sempre a destra, riconosciamo una piccola dolina a fondo piatto, ma noi curviamo prima a sinistra e scendiamo verso un casolare. Quello che a destra ora sembra un semplice pendio in realtà è una seconda, enorme dolina a imbuto; nella sua parte più bassa un boschetto selvaggio reso poco invitante da sterpi, rovi spinosi e fango nasconde l’ingresso dell’abisso Peroni.
(ATTENZIONE: E’ FACILE SCIVOLARE, MA NON PERICOLOSO AVVICINARSI ALL’INGRESSO; LO E’ INVECE MOLTO INTRODURVISI SE NON DOTATI DI ESPERIENZA E ATTREZZATURA IDONEA)

Abisso Peroni  

Questa è una grotta di grandi dimensione, con alcune caratteristiche che la rendono di notevole importanza.
La prima è che aldilà dello scivolo che gli speleologi affrontano all’ingresso c’è un pozzo di quasi 40 metri d’altezza, piuttosto raro in una roccia giovane e poco resistente come il gesso. Calandosi con i discensori si atterra nell’alveo di un bel torrente.
Esistono là sotto due rami principali: uno fossile e uno attivo, quello appunto percorso dall’acqua.
Altra peculiarità è il salone di crollo che si trova nel primo: è talmente grande da rendere complesso l’orientamento. Non ci si perde, ma non è facile individuare le diramazioni che eventualmente si stanno cercando.
E’ possibile risalire quello che oramai è un fiumiciattolo per un centinaio di metri, superando però un passaggio in cui è necessario immergersi completamente in una gelida pozza; la zona è splendida, con cascatelle a gradoni, vasche e concrezioni mammellonari simili a quelle incontrate in fondo all’abisso Mornig… e infatti è proprio verso questo che stiamo peroni andando: quando la galleria diventa troppo bassa per essere affrontata e quasi totalmente sommersa ci troviamo a pochi metri dal luogo in cui avevamo visto sparire il torrente nella grotta precedente.
Andando invece verso valle lasciamo a sinistra un curioso salone inclinato che giunge fin quasi alla superficie (è sotto all’evidente dolinotto che si nota all’esterno nell’area della dolina principale, sulla destra) e seguiamo a lungo il percorso dell’acqua attraversando ambienti di vario tipo, fino a fermarci di fronte a un placido laghetto. Nel punto più lontano da noi si apre un pertugio che alcune tozze stalattiti fanno sembrare la bocca spalancata di un mostro abissale: lì scompare il ruscello lasciandoci ancora una volta interdetti.

peroni
discesa nel grande pozzo (38 metri)
peroni
progressione lungo il torrente

Quindi, ricapitolando, dal sifone del Mornig abbiamo visto arrivare l’acqua del Fantini assieme a tutta quella assorbita nell’area del parco Carnè; l’abbiamo pedinata per alcune decine di metri e osservata mentre spariva in un basso passaggio allagato, ma immediatamente ritrovata pochi metri più in là nel tratto a monte del ramo attivo del Peroni. Certi di essere sulla strada giusta e di non perderla più, abbiamo seguito il rumoroso torrente per centinaia di metri fino a quando, beffardo, ci ha lasciato in riva a un laghetto per infilarsi in un oscuro cunicolotto concrezionato troppo angusto per permetterci di procedere.
Ma siamo speleologi, per definizione strambi e tenaci, e poco disposti ad arrenderci se non all’assoluta evidenza di una naturale impossibilità.

Prima di riprendere l’auto, voglio ricordarvi che questo racconto serve soprattutto a farvi immaginare quale magico mondo si trovi sotto i vostri piedi mentre percorrete stradine e sentieri in queste zone;  il tipo di roccia e l’acqua causano questo fenomeno, il carsismo, che potete osservare manifestarsi in superficie con verdi doline e antri oscuri, e pozzi inquietanti, e che provo a raffigurarvi, o che potreste ammirare dopo un corso di speleologia, nelle sue spettacolari e affascinanti caratteristiche ipogee.

Il piccolo complesso di Castelnuovo sorge su una rupe rocciosa che si riesce in parte ad apprezzare girandovi attorno. In auto torniamo ad immetterci sulla stradina asfaltata che seguiamo a destra in discesa; superiamo la deviazione a sinistra per Vespignano, quindi un gruppetto di case coloniche e parcheggiamo poco dopo su un piccolo spiazzo (km. 2,8) nei pressi di una stretta curva a sinistra e un paio di bassi cabinotti in cemento.
Scendiamo brevemente a piedi fino a quando si apre la vista a destra: abbiamo davanti un frutteto aldilà del quale è evidente la presenza di una valle; a destra il bosco nasconde il versante scosceso e roccioso che precipita dal colle da cui proveniamo.
Quello che mormora in basso creando il solco vallivo è il rio Cavinale, cioè il torrente che stiamo seguendo e studiando dal primo momento in cui l’abbiamo incontrato nei pressi del fondo dell’abisso Fantini, ai piedi del monte di Rontana, e che finalmente ora, uscito dalla zona carsica, scorre in superficie.
L’escursione termina in questo punto, ma per i più sportivi e attrezzati con scarponi adatti è possibile un supplemento di avventura alla ricerca della sorgente del corso d’acqua, o del confine fra la sua parte epigea e quella ipogea.

Si tratta di un percorso breve, ma non banale, lungo il quale occorre un po’ di ATTENZIONE (TERRENO SCIVOLOSO, PRESENZA DI PROFONDI BUCHI FRA I MASSI DI CROLLO CHE COPRONO LA PARTE SUPERIORE DEL TORRENTE): rasentiamo il frutteto deviando un poco a sinistra fino a quando in basso individuiamo un punto per attraversare comodamente la fitta vegetazione selvatica e il fosso del rio Cavinale. Sulla sponda opposta, qualche metro più in alto dell’alveo, troviamo una traccia che permette di risalire la selvaggia valletta. Raggiunto in un paio di minuti di cammino nel bosco un caratteristico, enorme masso, con uno strappo secco lo aggiriamo tenendolo a destra; sopra il sentierino torna evidente e riprende a dirigersi verso la parete rocciosa che oramai si nota fra gli alberi davanti a noi. Ancora uno o due minuti e dopo aver curvato nettamente a destra fra inquietanti macigni di crollo di ogni dimensione, intravediamo a sinistra, a quota appena maggiore, una paretina ricoperta da verdissimi rampicanti, con a fianco un poderoso masso vagamente appuntito nella parte superiore. Qui dove la lasciamo, la traccia sta superando il ciclopico cumulo di pietroni che copre il corso del Cavinale, e pare poi perdersi fra gli stessi.
Alla base di questo muro d'edera e gesso si apre una grotta: dal ciglio del pozzetto che permette agli speleologi di entrarvi si distingue chiaramente il rumore dell'acqua che scorre 4/5 metri sotto (ATTENZIONE: NON PROVARE A CALARSI ALL’INTERNO SE NON DOTATI DI ESPERIENZA E ATTREZZATURA IDONEA).

Grotta risorgente del Rio Cavinale

Questo è il punto d’arrivo per noi visitatori degli ambienti sotterranei, ed eventualmente quello di partenza per chi svolge le proprie attività, i propri studi all’esterno.
peroniRisalendo la valle abbiamo notato che parte del torrente è sepolta dagli enormi massi di grandi frane neppure troppo antiche; qui all’interno si continua ad andare controcorrente, ma presto ci si ferma di fronte a una montagna di macigni. Per superarla occorre raggiungerne la cima, dove ci si accorge di avere sulla testa un inquietante spazio vuoto: è una sala di rilevanti dimensioni per metà occupata dai “pietroni” crollati dall’alto (… si chiamano infatti sale di crollo, ma spesso la loro formazione consolida l’ambiente, mentre in questo caso, messa in rapporto con le ciclopiche frane notate all’esterno e con lo spessore poco rassicurante delle volte, pare testimoniare un futuro, mi auguro sufficientemente lontano, probabile collasso di parte della rupe sovrastante).
Seguono alcuni passaggi meno elementari, ma in genere si cammina sul letto del torrente che man mano diventa più concrezionato; occorre poi immergersi in una limpida pozza per andare aldilà di peroni una bassa condotta, e alla fine ci si ferma di fronte a un piccolo specchio d’acqua che pare immobile: è un luogo affascinante, per l’atmosfera, per i sussurri leggeri del liquido che in realtà scorre su splendide vaschette, ma soprattutto perché dal pertugio per noi impenetrabile che si vede di fronte, quello da cui sgorga il torrente stesso, è possibile scorgere la luce di speleologi appostati nei pressi del laghetto che si trova in fondo all’abisso Peroni. Siamo a pochi metri dal punto in cui in quella grande grotta eravamo stati costretti a rinunciare a proseguire: per una volta la tenacia è stata premiata e il magico rio Cavinale ci ha svelato una parte dei suoi misteri, il tratto terminale del suo percorso ipogeo.

cavinale
inquietante stretto passaggio
cavinale
passaggio nel torrente
(Gianluca Carboni)
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