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Poggio Acerone

Comune : Altri comuni limitrofi
Tipo : monte
Altezza mt. : 1481
Coordinate WGS84: 43 50' 13" N , 11 47' 32" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (22/04/2020).

L’assetto morfologico del tratto di Spartiacque Appenninico compreso tra il Passo del Muraglione e il Passo dei Mandrioli che culmina ad Ovest, con il gruppo del Monte Falterona e, ad Est, con Cima del Termine corre su altitudini minime poco inferiori ai m. 1300 e massime fino ai m. 1500-1658, con abbassamenti in corrispondenza dei valichi e rialzamenti in coincidenza con i nodi montani da cui si distaccano contrafforti e dorsali (questo aspetto si ripete con notevole parallelismo in tutti i contrafforti ed è significante tettonicamente, ovvero nella disposizione delle rocce e loro modalità di corrugamento e assestamento). Tale tratto esteso circa 18 km costituisce lo spartiacque tra gli affluenti dell’Arno nel versante toscano e le valli del Bidente in quello romagnolo. La linea di crinale coincide con l’accavallamento tettonico di due formazioni geologiche che insieme caratterizzano i due versanti appenninici in base al tipo di rocce, alla loro giacitura e alla disposizione rispetto ai versanti medesimi. La Formazione delle Arenarie del Monte Falterona, o Macigno del Mugello, costituisce i rilevi maggiori e si estende dalla montagna dalla quale prende il nome fino a tutto il versante toscano, ammantato da densi boschi che mascherano per lunghi tratti il substrato roccioso. Nel versante romagnolo il paesaggio è invece dominato dalla Formazione Marnoso-Arenacea, con i caratteristici affioramenti a gradoni. Entrambe le formazioni si sono deposte in ambiente marino durante l’orogenesi appenninica a partire da 27 milioni di anni fa, mentre agivano le forze compressive che, incuneando una dietro l’altra enormi scaglie tettoniche, hanno lentamente “costruito” l’Appennino, determinando una morfologia nettamente differenziata dovuta alla diversa giacitura e profondità degli ambienti geologici, con i versanti meno acclivi (stratigraficamente disposti a “franapoggio”, parallelamente al pendio) rivestiti da boschi compatti, mentre quelli più acclivi (strati immersi a “reggipoggio”, perpendicolarmente al pendio) spesso denudati ed evidenzianti la stratigrafia o rivestiti da bosco rado o rimboschimenti, fino al versante esposto a settentrione della bastionata Campigna-Mandrioli, dove conseguono fortissime pendenze modellate dall’erosione con formazione di canaloni fortemente accidentati, distacco detritico e lacerazioni della copertura forestale. A tale asprezza morfologica si contrappone il potente risalto di ampi tratti della giogana appenninica, caratterizzati dalla generale morbidità dei crinali dovuta alla lentezza dell’alterazione delle grandiose banconate arenacee, la cui superficie coincide, appunto, con quella della stratificazione.

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio: «[…] in antico i movimenti delle popolazioni non avvenivano “lungo le valli dei fiumi, […] bensì lungo i crinali, e […] una unità territoriale non poteva essere una valle (se non nelle Alpi) bensì un sistema montuoso o collinare. […] erano unità territoriali il Pratomagno da un lato e l’Appennino dall’altro. È del tutto probabile che in epoca pre-etrusca esistessero due popolazioni diverse, una sul Pratomagno e i suoi contrafforti e un’altra sull’Appennino e i suoi contrafforti, e che queste si confrontassero sulle sponde opposte dell’Arno […].» (G. Caselli, 2009, p. 50, cit.). Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur permanendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate. Così, se al diffondersi dell’appoderamento si accompagna un fitto reticolo di mulattiere di servizio locale, per la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche occorrerà attendere tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX. Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.).

Lungo lo spartiacque geografico corre un tracciato viario che non solo fu il principale percorso di crinale del territorio tosco-romagnolo ma, considerato nell’intero sviluppo fino a Poggio Tre Vescovi, fu anche il più naturale collegamento di tutta la penisola. In corrispondenza delle maggiori asperità si allontana dallo Spartiacque posizionandosi su uno dei due versanti, più spesso quello toscano esposto più favorevolmente a Sud, ma sostanzialmente si sposta per ragioni orografiche. Il tratto centrale è noto come la Giogana, in passato Via Sopra la Giogana o semplicemente Giogo o gran giogo: «Indi la valle, come ‘l dì fu spento, / da Pratomagno al gran giogo coperse / di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento» (Purgatorio, V, 116). Più recentemente venne descritto il «[…] giogo di Camaldoli, al di là del quale cessa la Comunità di Pratovecchio e sottentra dirimpetto a grecale quella transappenninica di Premilcore.» (E. Repetti, Dizionario geografico fisico e storico della Toscana, 1881-1883). Strada vicinale della Giogana è la denominazione catastale che ancora conserva, con l’aggiunta o della Bordonaia o dei Legni per i tratti a ciò specificamente dedicati sui rispettivi versanti. Sicuramente frequentata già in era paleolitica e dai primi gruppi preitalici durante le loro migrazioni, in epoca romana, pur avendo perso la viabilità di crinale una funzione portante, era percorsa o attraversata anche da vie militari attestato da reperti. Il tracciato è rimasto in funzione fino alla prima metà del secolo scorso come importante via di comunicazione su grandi distanze ma, in considerazione anche dell’elevata altitudine e della scarsità di sorgenti, non ha mai registrato la presenza di insediamenti, salvo alcuni più recenti e specializzati con finalità turistiche. Già da epoche storiche boscaioli che trasportavano legname a dorso di mulo o conduttori di grossi traini di legname vi transitavano per raggiungere i passi montani; fino al XIX secolo fu inoltre interessato dalla transumanza, pratica talmente diffusa da dover essere regolamentata da parte delle amministrazioni demaniali, secondo regole rimaste invariate dal medioevo alla liberalizzazione dell’ultimo scorcio del XVIII secolo, stabilendo gli itinerari e istituendo le dogane, a fini di controllo e fiscali: «Nell’entrare in Maremma vi erano altre dogane dette Calle: a queste bisognava presentarsi, far contare il bestiame e pigliar le polizze.» (Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, 1774, cit. da: P. Marcaccini, L. Calzolai, La pastorizia transumante, in N. Graziani 2001, p.114, cit.), inoltre «[…] i pascoli maremmani di “dogana” erano aperti e chiusi, ufficialmente, […] il giorno 29 settembre […] l’apertura e 8 maggio la chiusura.» (M. Massaini, 2015, p. 73, cit.). Il bestiame, spesso affidato in soccida a pastori specializzati, in modo minore dalle alte valli del Bidente e del Savio ma soprattutto dalla montagna di Camaldoli, affluiva nel fondovalle dell’Arno per proseguire per Siena e la Maremma, le pasture Maretime. «Ma non mancava naturalmente bestiame vaccino liberamente pascolante sulle più alte pendici. Conosciamo, per questo aspetto, non soltanto quello di proprietà dei montanari, ma anche le vacche di certi proprietari ecclesiastici come il monastero di Camaldoli […]. E sappiamo, più in generale, che lungo tutta la giogaia, sull’uno e sull’altro versante, tanto i privati che quanto i signori feudali avevano greggi numerose […]» (G. Cherubini, L’area del Parco tra Medioevo e prima età moderna, in: G.L. Corradi, 1992, p.20, cit.). Praticamente la foresta era diventata, con grave danno, una grande stalla all’aperto (G. Chiari, 2010, cit.), d'altronde, da sempre, «[…] quel settore dell’Appennino che ha al suo centro la valle del Casentino, e che si estende a tutto il Montefeltro e il Mugello, […] corrisponde con precisione all’area dei pascoli estivi di quell’economia basata sulla transumanza che dà un senso economico e culturale al territorio geografico dell’Etruria storica.» (G. Caselli, 2009, p. 22, cit.).

La Giogana attraversa o lambisce inoltre gli antichi possedimenti dell’Opera del Duomo di Firenze, che si estendevano da Poggio Corsoio a Cima del Termine, confinando (con dispute) ad Ovest con i possedimenti dello Spedale di S. Maria Nuova di Firenze e ad Est con quelli del Monastero di Camaldoli. Da una relazione del 1677 conservata nell’Archivio dell’Opera del Duomo: «La mattina di giovedì […] arrivati nella Calla di Giogo tirammo per quella Giogana per riconoscere i nostri confini; nel tempo in cui andavamo vedendo le nostra grandissime campagne d’abeti chiamate sotto diversi vocaboli […] e sempre camminammo per quella strada che da una parte per quanto acqua pende in Casentino verso mezzogiorno resta la faggeta di S.A.R. e per quanto acqua pende in Romagna verso tramontana restano le nostre mentovate abetie.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 322, cit.).

Il Passo della Calla «[…] è il varco più basso dell’Appennino, per cui passa la mulattiera che da Stia conduce nella vicina Romagna. Da questo punto, sempre in direzione di levante, passato il Pian delle Carbonaie, e Pian Tombesi, la montagna comincia a farsi imponente per maestose piantate di faggio, grandi scogliere, e profondi burroni. Non lungi è il Piano della Malanotte, che offre dei punti di vista ove il ridente e l’orrido si alternano vagamente, e si uniscono per formare i più bei quadri della natura. […] Ma giunti dopo pochi passi al Canal del Pentolino, un nuovo spettacolo si presenta allo sguardo: un profondo abisso, alla cui estremità rumoreggia un torrente, rupi sospese, precipizi fiancheggiati da folte macchie, e questo selvaggio orrore temperato dalle più pittoresche creazioni della natura! Io credo che nelle nostre montagne non possano desiderarsi luoghi più belli. Proseguendo oltre, si giunge in breve al più elevato vertice di questa parte dell’Appennino, detto Poggio Scali […] dove pure si gode lo spettacolo di una bella e svariata prospettiva. Passato il Poggio Scali, si […]  scende in un vasto anfiteatro nel cui centro è una sorgente di acqua freddissima e pura, conosciuta sotto il nome di fonte Porcareccia, finchè giunta la via all’altezza di Giogo Seccheta, si biforca nuovamente, e passando a sinistra presso una capanna sbocca in un amenissimo prato tutto fiancheggiato da folte macchie, detto Prato al Soglio, ricordano l’alpestre natura della Svizzera, […] passando da Prato Bertone, dove ha principio la gran foresta di abeti, si giunge dopo breve tempo all’Eremo di Camaldoli […].» (C. Beni, 1881, p. 56, 57, cit.). Il termine calla anticamente aveva il semplice significato di varco, come concordano due autori, P.L. della Bordella: «[…] ”Calla, id est stretta via”, “calles”, in latino significa propriamente viottoli stretti fatti dal callo … de’ piè degli animali, onde dichiamo ‘calle’ … […]» (C. Landino, Purg. IV, 22, cit. da: P.L. della Bordella, 2004, p. 208, cit.), G. Caselli: «[…] sono certo che deriva dal teutonico KALLA, un apposito passaggio in una siepe dove si contano le pecore per far pagare la dogana. […] ovvero: luogo dove si “chiamano” (kall), o contano le bestie che vanno o vengono dai pascoli.» (G. Caselli, 2009, pp. 144, 193, cit.). L’uso del termine venne “istituzionalizzato” con gli statuti comunali e statali quattro-cinquecenteschi: infatti, prima dell’abolizione della dogana dei Paschi e la liberalizzazione della transumanza (1778) una serie di “passi” o “calle” di dogana, assoggettati ai vincoli del regime mediceo-granducale, vennero disposti a raggiera a sud dell’arco montano e sullo stesso, lungo percorsi transitanti; «[…] sicuramente dal varco della Calla, il cui significativo toponimo indica – come quello del Sodo alle Calle, presso l’altro punto di valico del Giogo Seccheta – un evidente tracciato di transumanza lungo una direttrice in cui venivano in parte a coincidere vie dei pastori, “vie dei legni” e vie di altro uso pubblico (“via da Stia per Campigna e S. Sofia”).» (L. Rombai, M. Sorelli, La Romagna Toscana e il Casentino nei tempi granducali. Assetto paesistico-agrario, viabilità e contrabbando, in: G.L. Corradi e N. Graziani, 1997, p. 51, cit.).

Lo Spartiacque Appenninico suddivide pressoché l’intero sistema delle Riserve Naturali del Parco delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, raggruppate in due categorie a differente livello di tutela, secondo i due versanti, ovvero tre Riserve Integrali (Sasso Fratino, M. Falco-P.gio Piancancelli e M. Penna) e una Riserva Biogenetica (Campigna) ricadenti nel versante romagnolo, una Riserva Integrale (La Pietra) e due Riserve Biogenetiche (Camaldoli e Scodella) ricadenti nel versante toscano, oltre una terza Riserva Biogenetica (Badia Prataglia-Lama) posta a cavallo dello Spartiacque. Le Riserve Naturali sono definite come Aree naturali protette caratterizzate dalla presenza di uno o più elementi naturali, quali specie faunistiche, floristiche ed ecosistemi, che si distinguono per il loro particolare valore naturalistico e che quindi svolgono un ruolo strategico nella conservazione della biodiversità. Il tratto di versante toscano compreso tra il Passo della Calla e il Passo del Porcareccio comprende quindi le confinanti Riserva Biogenetica Scodella e Riserva Integrale La Pietra, quest’ultima delimitata ad Est dal tratto alto del sent. 78 CAI, anticamente Strada Camaldoli Romagnola, che discende dal Passo del Porcareccio, e a Sud dal Sentiero di Scodella (v. scheda) e da un tratto della SF Aia di Dorino-Aia delle Guardie (sito adiacente alla SP della Calla), pure parte del circuito MTB 8, laddove attraversa il Fosso Fossatone: pur essendo di piccole dimensioni, sono abbastanza interessanti dal punto di vista naturalistico in quanto sono due delle aree a minore influsso antropico attualmente esistenti sul versante toscano dell’Appennino. Le formazioni principali sono quelle tipiche di questa porzione appenninica: il bosco misto di Faggio e Abete bianco in basso e la faggeta pura nella fascia di crinale.

Il Passo del Porcareccio era detto anche «[…]Porcareggio[…]» (E. Rosetti, 1894, p. 8, cit.). «Giunsamo […] in un luogo chiamato il Porcareccio luogo ripieno di una quantità di faggi con pochi abeti, ci venne rappresentato da uno dei nostri che quivi si potrebbe fare una numerosissima e ricchissima piantata di abeti per i nostri discendenti cosa che non avemmo difficoltà di riconoscerla per tale mentre si osservò un gran buon terreno in una amena valle situata in mezzo agli orri di montagna […]. tirammo avanti […] e veddamo dove confina la faggeta di S.A.S. con i Padri di Camaldoli che è un luogo che si chiama il Giogo Seccheta.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 322, cit.). Una breve digressione (750 m, dislivello 30 m) dal Passo del Porcareccio nel versante toscano lungo la sopracitata Strada Camaldoli Romagnola (c.d. nel Catasto Toscano del 1826-34, antica mulattiera frequentata da pastori e viandanti sulla direttrice Stia-Poggio Scali) consente di osservare un poco frequente cippo confinario, elegantemente inciso con lo stemma camaldolese raffigurante due colombe che si abbeverano ad un solo calice, espressione della comunione di vita comunitaria ed eremitica coniugata dalla congregazione camaldolese che, architettonicamente, si realizza nella compresenza nella stessa struttura, sia dell’eremo che del monastero. Questo tratto viario attraversa anche il versante occidentale di Poggio Acerone, posto in sx idrografica del Fosso Fossatone. Il versante romagnolo del passo è inciso dal primo impluvio del ramo alto del Fosso della Fonte del Porcareccio, già Fosso di Prato Matteino e Fosso del Porcareccio, però principalmente avente origine dall’omonima Fonte del Porcareccio: posta più a valle lungo la Giogana, le acque meteoriche, per la permeabilità delle Arenarie del Falterona, filtrano fino al sottostante strato di Scisti Varicolori che le conduce verso l’esterno dando origine a tale sorgente perenne (che in estate tende a prosciugarsi anche per l’assorbimento dovuto alla sovrastante ceppaia di Faggio). Nell’area circostante, classificata Geosito di rilevanza locale e costituita da una radura prativa che presenta una morfologia pianeggiante, per la presenza di argille le acque si disperdono formando un esteso impaludamento con formazione di una torbiera e sviluppo di specie floristiche tipiche degli ambienti umidi. Risistemata a cura dell’A.S.F.D. nel 1975, recentemente la falda sta soffrendo di intasamenti per cui è stata affiancata una precaria tubazione suppletiva. Nell’ambito del Programma LIFE e del progetto WetFlyAmphibia (conservazione di anfibi e farfalle di aree umide e loro habitat nel Parco delle Foreste Casentinesi), presso la fonte è stata realizzata una vasca abbeveratoio per anfibi. Le specie interessate dal progetto sono l’Ululone dal ventre giallo (Bombina variegata), la Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina tergiditata) e il Tritone crestato (Triturus carnifex). In tale occasione è stata anche risistemata l’area e la fonte stessa è stata restaurata.

Il Passo Sodo alle Calle o La Scossa, dove pare sia stata rinvenuta qualche moneta del III secolo a.C. ed armi e Carlo Siemoni avrebbe trovato resti evidenti della massicciata romana (ma quel tipo di vie d’altura romane pare fossero in sterrato), ha da sempre costituito un crocevia per numerosi itinerari che si sono modificati o aggiunti nel tempo, tanto che oggi si possono contare nel numero di sette. Oltre alla viabilità storica dal passo divergono, sul versante toscano, una S.F. La Scossa-Poggio Acerone e una pista verso Pian del Varco. A breve distanza da la Scossa, sulla S.F. diretta a Poggio Acerone, si trovano le Tre Fonti, una delle rare sorgenti della Giogana, secca nel getto storico, riattivato a lato. Mentre la cartografia antica conosce la sola denominazione di Passo Sodo alle Calle o alla Calla, la cartografia moderna a volte differenzia la localizzazione del più recente toponimo La Scossa da quello del Passo Sodo alle Calle, collocando quest’ultimo sulla Giogana nella zona di arrivo della Strada delle Pulci. Giogo Seccheta o Secchieta, è un’area prativa ancora oggi in parte utilizzata come area di imposto del legname, tagliato nel versante toscano (l’adiacente versante romagnolo è tutelato dalla sopracitata Riserva Naturale Biogenetica di Badia Prataglia-Lama), dove si riconosce ancora l’impronta edilizia di un capanno ad uso dei boscaioli e la traccia della vecchia Giogana descritta dal Beni che devia sulla sua sx dentro la faggeta. Riguardo il toponimo, la cartografia antica e moderna utilizza in prevalenza il termine Seccheta, ma ricorre anche «GIOGO SECCHIETA […] < sicculetum (sicculus) < siccus + etum […] = luogo di rami secchi o seccia (stoppia).» (A. Polloni, 1966-2004, p- 289, cit.). Qui giunge una, oggi notissima, Strada dei Legni (come da Catasto Toscano) per Pratovecchio (Sent. 76 CAI) che, nel suo tratto alto attraversa il sito di Femmina Morta, l’area di sosta di Pian del Varco e, a Battilocchio, si innesta nella SP 72 di Lonnano e Prato alle Cogna che, nel tratto verso l’Eremo, trova la Fonte del Coleottero (anch’essa recentemente restaurata e ammodernata nell’ambito del Programma LIFE e del progetto WetFlyAmphibia) e, in direzione opposta, attraversa il versante occidentale del Monte Faggiolo (m 1261,7), c.d. per la faggeta che lo ricopre, consentendo poi presso Croce Gaggi di deviare verso Poggio Segaticcio (m 1171,2), che evidenzia una vasta prateria da cui si gode di una delle rare viste panoramiche ravvicinate ed in quota da Meridione verso lo Spartiacque Appenninico.

RIFERIMENTI                                                                   

C. Beni, Guida illustrata del Casentino, Brami Edizioni, Bibbiena 1998, rist. anast. 1^ Ed. Firenze 1881;

G. Caselli, Il Casentino da Ama a Zenna, Accademia dell’Iris - Barbès Editore, Firenze 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

G. Chiari, La Lama. Nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2010;

P.L. della Bordella, Pane asciutto e polenta rossa, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2004;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Firenze, Le Lettere 2001;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, AGC Edizioni, Pratovecchio Stia 2015;

F. Pasetto, Itinerari Casentinesi in altura, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2008;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Olschki, Firenze 1966, rist. 2004;

E. Rosetti, La Romagna. Geografia e Storia, Hoepli, Milano 1894;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze

Foreste Casentinesi, Campigna – Camaldoli – Chiusi della Verna, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2012

Link regione.toscana.it/web/guest/informazione-territoriale;

Link www502.regione.toscana.it/geoscopio/cartoteca.htlm;

Link www502.regione.toscana.it./geoscopio/castore.htlm.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba

Prevalentemente nel Comune di Pratovecchio-Stia (AR), la vetta ricade sul confine regionale presso il Passo del Porcareccio e il versante settentrionale ricade nel Comune di Bagno di Romagna – A m 800 dal Passo Porcareccio, sul sent. 78 CAI, si trova il cippo camaldolese.

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001 – 002 - Da Maestà di Valdora, presso Casanova dell’Alpe, si ha la veduta da remoto del tratto di Spartiacque compreso tra il Passo La Scossa e Poggio Scali che, essendo elevata, consente di distinguere il crinale ed il versante settentrionale di Poggio Acerone mentre appena si notano il Passo e il Poggio Porcareccio; agevola l’indice fotografico (19/07/16).

003 – 004 - Dalla vetta del Monte Cerviaia rispetto alle vedute precedenti si ha uno spostamento dell’asse visivo con ravvicinamento che consente una migliore distinzione dei luoghi, anche grazie alle ombre che ne evidenziano la morfologia (28/08/18).

005 – 006 – Dal “balcone” naturale del Monte Penna la veduta prospettica dello Spartiacque evidenzia i passi e i rilievi citati (7/02/11 – 26/01/12).

007 - 008 – 009 - Il versante toscano dello spartiacque appenninico è osservabile da limitati siti. In sequenza, dal tratto di dorsale compreso tra il Monte Giogarello e il Monte Tufone si vede il tratto tra i Poggi Pian Tombesi e Acerone, che con Poggio Scali determina l’anfiteatro vallivo del fosso Fossatone, oltre alle pendici appenniniche dove spiccano le abetine che in parte ricoprono le riserve La Scodella e La Pietra (11/01/12).

010/014 – Dallo stesso punto di vista di cui sopra, vedute verso la sequenza di dorsali che si distaccano dallo Spartiacque penetrando la vallata dell’Arno. Mentre il crinale appenninico prosegue il suo sviluppo innalzandosi con Poggio Tre Confini, in p.p. si nota la dorsale che si stacca da Poggio Acerone evidenziando la Cima Colletta; la dorsale successiva, che va a ritrovare lo Spartiacque a Giogo Seccheta, evidenzia il Monte Faggiolo e Pian del Varco; si nota anche Poggio Segaticcio che, con la sua prateria, costituisce un ottimale punto di vista verso Settentrione. In lontananza si notano, oltre il Cotozzino, il Monte dei Frati (vetta dell’Alpe della Luna) e il Monte Penna di Chiusi della Verna, che ospita il noto Eremo francescano; agevola l’indice fotografico (11/01/12).

015 – 016 – 17 - Poggio Segaticcio visto prima dalla dorsale che risale verso Giogo Seccheta, percorsa dal sent. 76 CAI, poi dal tratto di circuito MTB 8 che aggira il basso versante di Poggio Acerone (8/06/12 - 11/12/14).

018/024 – Dalla prateria di Poggio Segaticcio, vedute verso lo Spartiacque, prima in direzione del complesso del Falterona (parzialmente occultato dalle dorsali che si staccano da Poggio Acerone e dal Monte Gabrendo evidenziando i Monti Giogarello e Tufone), quindi in direzione del complesso cui appartiene Poggio Acerone, infine in direzione della valle del Fosso di Pian del Varco e del passo La Scossa, oltre che della dorsale che risale verso Giogo Seccheta che, da qui, rende evidente la rotondità del Monte Faggiolo (11/04/13 – 19/04/13).

025 – 026 - Schema cartografico di mappa e particolare della mappa di inquadramento delle Riserve del Parco delle Foreste Casentinesi.

027 – 028 – 029 – Dal passo La Scossa, vedute del versante orientale del complesso di Poggio Acerone (5/02/11 – 26/11/19 – 11/12/19).

030 – Dal Passo Porcareccio, scorcio di Poggio Acerone (11/12/14).

031/036 - Una breve digressione dal Passo Porcareccio nel versante toscano lungo una delle Vie dei legni (Sent. 78 CAI), che fa da confine alla Riserva La Pietra, consente di osservare un poco frequente cippo confinario, elegantemente inciso con lo stemma camaldolese raffigurante due colombe che si abbeverano ad un solo calice, espressione della comunione di vita comunitaria ed eremitica coniugata dalla congregazione camaldolese che, architettonicamente, si realizza nella compresenza nella stessa struttura, sia dell’eremo che del monastero (16/07/17 – 25/10/17 - 11/11/17 - 18/01/18).

037 – 038 – 039 - A breve distanza dalla Scossa, sulla S.F. diretta a Poggio Acerone, si trovano le Tre Fonti, una delle rare sorgenti della Giogana, secca nel getto storico, riattivato a lato (16/07/17).

040/045 - La Fonte del Porcareccio si trova sul versante settentrionale di Poggio Acerone che, innevato, riverbera la luce solare; particolari dell’abbeveratoio e targhetta del Programma LIFE relativo al progetto WetFlyAmphibia (conservazione di anfibi e farfalle di aree umide e loro habitat nel Parco delle Foreste Casentinesi). Le specie interessate dal progetto: Ululone dal ventre giallo (Bombina variegata), Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina tergiditata) e Tritone crestato (Triturus carnifex). In tale occasione è stata anche risistemata l’area e la fonte stessa è stata restaurata (10/02/11 - 11/12/19).

046/053 – Il fosso Fossatone e la Riserva La Pietra visti dal confine sulla strada forestale e pista MTB 8 (8/06/12).

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