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Monte Falterona

Comune : Altri comuni limitrofi
Tipo : monte
Altezza mt. : 1654
Coordinate WGS84: 43 52' 25" N , 11 41' 47" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (19/05/2020)

L’assetto morfologico del tratto di Spartiacque Appenninico compreso tra il Passo del Muraglione e il Passo dei Mandrioli che culmina ad Ovest, con il gruppo del Monte Falterona e, ad Est, con Cima del Termine corre su altitudini minime poco inferiori ai m. 1300 e massime fino ai m. 1500-1658, con abbassamenti in corrispondenza dei valichi e rialzamenti in coincidenza con i nodi montani da cui si distaccano contrafforti e dorsali (questo aspetto si ripete con notevole parallelismo in tutti i contrafforti ed è significante tettonicamente, ovvero nella disposizione delle rocce e loro modalità di corrugamento e assestamento). Tale tratto esteso circa 18 km costituisce lo spartiacque tra gli affluenti dell’Arno nel versante toscano e le valli del Bidente in quello romagnolo. La linea di crinale coincide con l’accavallamento tettonico di due formazioni geologiche che insieme caratterizzano i due versanti appenninici in base al tipo di rocce, alla loro giacitura e alla disposizione rispetto ai versanti medesimi. La Formazione delle Arenarie del Monte Falterona, o Macigno del Mugello, costituisce i rilevi maggiori e si estende dalla montagna dalla quale prende il nome fino a tutto il versante toscano, ammantato da densi boschi che mascherano per lunghi tratti il substrato roccioso. Nel versante romagnolo il paesaggio è invece dominato dalla Formazione Marnoso-Arenacea, con i caratteristici affioramenti a gradoni. Entrambe le formazioni si sono deposte in ambiente marino durante l’orogenesi appenninica a partire da 27 milioni di anni fa, mentre agivano le forze compressive che, incuneando una dietro l’altra enormi scaglie tettoniche, hanno lentamente “costruito” l’Appennino, determinando una morfologia nettamente differenziata dovuta alla diversa giacitura e profondità degli ambienti geologici, con i versanti meno acclivi (stratigraficamente disposti a “franapoggio”, parallelamente al pendio) rivestiti da boschi compatti, mentre quelli più acclivi (strati immersi a “reggipoggio”, perpendicolarmente al pendio) spesso denudati ed evidenzianti la stratigrafia o rivestiti da bosco rado o rimboschimenti, fino al versante esposto a Grecale della bastionata Campigna-Mandrioli e a quello esposto a Occidente delle Balze delle Rondinaie, dove conseguono fortissime pendenze modellate dall’erosione con formazione di canaloni fortemente accidentati, distacco detritico e lacerazioni della copertura forestale. A tale asprezza morfologica si contrappone il potente risalto di ampi tratti della giogana appenninica, caratterizzati dalla generale morbidità dei crinali dovuta alla lentezza dell’alterazione delle grandiose banconate arenacee, la cui superficie coincide, appunto, con quella della stratificazione.

L’assetto geografico e geomorfologico del sistema del Monte Falterona, anche nei suoi aspetti di storica instabilità geologica, è stato efficacemente descritto dal Repetti: «[…] Una delle più centrali e più elevate montuosità dell’Appennino toscano, sulla di cui parete australe nasce il fiume Arno, nel fianco occidentale il torrente Dicomano e nella sua schiena i tre Bidenti e il fiume Rabbi: questi tributarj del mare Adriatico, quelli del Mediterraneo. La sua più alta sommità […] fu trovata dal ch. astronomo prof. Inghirami essere 2825 braccia e 8 soldi al di sopra del mare Mediterraneo. Essa è situata nell’estremo confine della Toscana, e dall’Esarcato di Ravenna, sino dove arrivano per varia direzione dalla parte della Toscana le diocesi di Fiesole edi Arezzo, e dal lato della Romagna i vescovati e antichi contadi di Sarsina e di Forlinpopoli. Questa montagna è fra tutte quelle del nostro Appennino la meglio rivestita di annosi faggi che ne ricuoprono la sua folta giogana, mentre le fanno ala intorno ai suoi fianchi maestose schiere di eminentissimi abeti, e a loro servono di base selve continuate di castagni. Da quella sommità della Falterona fra il poggio Mocali, Prato al Soglio e il poggio a Scali, sul giogo onde a Camaldoli si viene, pare che l’Ariosto scuoprisse il mare schiavo e il tosco. […] Fino costassù giunge la macchia estesissima della Faggiola di Strabatenza, ora dell’Opera della cattedrale di Firenze, alla quale dal lato di levante si congiunge l’altra Faggiola di Camaldoli. […] I primi e più alti contrafforti che si attaccano, o che derivano immediatamente dalla Falterona, consistono, per la parte di Romagna, nell’Alpe delle Celle, in quelle del Corniolo e del Castel dell’Alpi. Dalla parte poi della Toscana sporge verso levante il selvoso monte di Camaldoli, a settentrione l’Alpe e Comunità di S. Godenzo, e a libeccio il monte di Pietrafitta, l’ultimo dei quali collegasi al giogo della Consuma e questo al Secchieto della Vallombrosa e quindi al Prato magno per dividere il Mugello dal Casentino, non che dalla Valle dell’Arno superiore; nella stessa guisa che il giogo di Camaldoli con le sue propagini del monte Calvano e del Bastione divide il Val d’Arno casentinese dalle Valli del Bidente e del Savio, e le Comunità di Poppi e di Stia da quelle di Bagno, di S. Sofia e di Premilcore. La natura del suolo costituente l’ossatura della Falterona appartiene per la massima parte alle rocce stratiformi di grés antico (macigno) e di argilla schistosa (bisciajo); mentre di rado s’incontra la calcarea appenninica (pietra albarese e colombina), la quale però talvolta si affaccia in qualche insenatura di monte, e precipuamente nei valloni della Consuma. Più spesso suole trovarsi nell’uno e nell’altro fianco della Falterona lo schisto galestrino, alterato da filoni metalliferi di ferro e di manganese. A questa qualità di roccia argillosa e friabile sono appunto da attribuirsi le frane che ogni tanti anni subissano nelle valli da qualche falda dello stesso monte, e specialmente dalla parte occidentale fra l’Alpe di S. Godenzo e la cima della Falterona; delle quali rovine si contano da pochi secoli tre esempi solenni già stati consegnati alla storia. Il primo è una rovina del monte accaduta ai 15 maggio del 1335, e raccontata da Giovanni Villani nella sua Cronica fiorentina […] quando uno sprone della montagna di Falterona, dalla parte che discende verso il torrente Dicomano in Mugello, scoscese più di quattro miglia toscane infino alla villa del Castagno, e quella con tutte le case e persone e bestie selvatiche e dimestiche e alberi subissò con assai di terreno intorno, gittando abbondanza d’acqua ritenuta, oltre all’usato modo torbida come di lavatura di cenere. Quella stessa melletta discese col torrente Dicomano, e tinse il fiume della Sieve; e la Sieve tinse l’acqua del fiume d’Arno infino a Pisa; e durò così torbido per più di due mesi. Il secondo scoscendimento improvvisamente accadde dopo 306 anni, nello stesso fianco della montagna e nel mese medesimo; cioè, a dì 18 maggio dell’anno 1641. Se credere dobbiamo alle parole di Benedetto Buonmattei, […] ivi si racconta, che il primo scoscendimento, già descritto da Giovanni Villani, lasciò a pié della franata piaggia un profondo laghetto, che si chiamava la Gorga nera. Il qual gorgo appunto, nel giorno sopra indicato, spaccandosi nella larghezza di un mezzo miglio toscano il soprastante poggio di Montefaino, non solo fu riempito dal monte franato, ma trascinando al basso col terreno centinaja di faggi, tutto il valloncello ingombrò di macerie e un monticello nuovo si formò, scappando fuori da quella colmata laguna molti pesci colla pelle nera, ma di carne bianchissima, ivi rimasti a secco. Nel tempo stesso che dalla Falterona subissava verso il Mugello sopra le sorgenti del Dicomano il Montefaino, dalla banda del Casentino si sfacellava un’altra plaga terribilissima, che da Capo d’Arno sino sopra a Porciano trascinò nella caduta una gran tenuta di castagni. Né è da credere che cotesta smotta dal lato della Falterona casentinese fosse la prima fra quelle accadute nei secoli trapassati, mentre una simile rovina era successa circa 80 anni innanzi, quando si svelsero e restarono atterrati fra quelle ruine infiniti abeti, trovati quasi incarboniti nel 1641, allorché essi restarono scoperti e trascinati al basso con la falda del terreno che gli aveva accolti. Il più moderno scoscendimento dal lato di San Godenzo seguì nel dì 15 maggio dell’anno 1827, nel giorno medesimo, in cui era accaduta, (ERRATA: nel 1355) la rovina raccontata da Giovanni Villani. Sennonché la più moderna frana caduta nel pian di Cancelli presso Montefaino, portò nella fiumana del Dicomano, e di là per la Sieve in Arno tale quantità e qualità di argilla color cinabrese, che le acque fluenti sino al mare si mantennero per più settimane tinte di rossigno, in grazia forse degli ossidi di ferro e di manganese diffusi nella roccia argillosa e nel galestro costituenti il suolo franato. […]» (E. Repetti, 1835, V.2, pp. 90-92, in: Link cit.). L’ultima frana si staccò dal monte nel 1966 nei pressi della vetta, interrompendo definitivamente la S.P. del Castagno. In parte ancora attiva la Frana di Castagno d’Andrea è stata classificata, tra i Geositi dell’Emilia-Romagna, quale Geosito di rilevanza locale. Lungo la frana si trova la zona paludosa caratterizzata dal laghetto della Gorga Nera, voragine da cui per secoli si è creduto avessero origine fenomeni acustici simili a tuoni o boati soprattutto in coincidenza di perturbazioni atmosferiche, piuttosto depressione chiusa da una contropendenza derivante da una morfologia tipica delle grandi masse detritiche originate da movimenti franosi, spesso associate a ristagni d’acque e piccoli specchi lacustri. Essa oggi costituisce un’interessante area umida del Parco dove, nel 2007, è stato realizzato un progetto di valorizzazione al fine della conservazione della Rana Temporaria, per la quale questo territorio rappresenta uno dei due unici siti del Parco, peraltro appendice più meridionale del suo areale nel sud Europa.

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio. Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. Nell’Eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestano una frequentazione a scopo di caccia o conflitti tra popolazioni di agricoltori già insediati (tra cui Campigna, con ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca, Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con ritrovamenti di sepolture). «[…] in antico i movimenti delle popolazioni non avvenivano “lungo le valli dei fiumi, […] bensì lungo i crinali, e […] una unità territoriale non poteva essere una valle (se non nelle Alpi) bensì un sistema montuoso o collinare. […] erano unità territoriali il Pratomagno da un lato e l’Appennino dall’altro. È del tutto probabile che in epoca pre-etrusca esistessero due popolazioni diverse, una sul Pratomagno e i suoi contrafforti e un’altra sull’Appennino e i suoi contrafforti, e che queste si confrontassero sulle sponde opposte dell’Arno […].» (G. Caselli, 2009, p. 50, cit.). A Poggio Sodo dei Conti si ipotizza transitasse la Via Flaminia Minor, realizzata «[…] sfruttando tratti di percorsi etruschi preesistenti […]» (A. Fatucchi, 1995, p. 27, cit.) ed utilizzata dalle legioni romane per valicare l’Appennino al fine di sottomettere Celti, Liguri e Galli Boj che stanziavano nella pianura padana; essa risaliva da Montelleri, sopra Stia, transitando nell’area del Lago degli Idoli, raggiungeva il Monte Falco, discendeva da quella che oggi è nota come Pista del Lupo (dove sgorga la Fonte Sodo dei Conti, la più elevata delle Foreste Casentinesi, 1605 m) per raggiungere Pian Cancelli e Poggio Corsoio dove trovava un bivio ancor oggi praticato: a sx si dirigeva verso Castel dell’Alpe e Faenza per immettersi nella Via Aemilia (questo è ritenuto il più antico itinerario di valico), a dx si dirigeva verso Forlì e Ravenna o transitando dal crinale del contrafforte principale o discendendo verso il percorso vallivo in direzione di Galeata (l’antica Mevaniola), anche qui potendo rimanere a mezza costa attraversando la Valle del Bidente delle Celle e le Ripe Toscane o risalire il Crinale del Corniolino. «Già dall’età etrusca arcaica (almeno dal secolo V a.C.). alla luce soprattutto delle scoperte degli ultimi decenni, la conca casentinese appare come un’area privilegiata di transito […]. Si trattava certamente di percorsi spontanei. […] Percorsi secondari sembrano risalire le valli dei torrenti Rassina e Archiano verso i valichi appenninici, dai quali scendono inclinate verso nord-est in direzione dell’Adriatico quelle romagnole del Savio (Sarsina-Cesena) e del Bidente (Galeata, l’antica Mevaniola e Forlimpopoli) abitate dagli Umbri» (A. Fatucchi, 1995, p. 27, cit.). «[…] in prossimità di Campigna doveva passare una strada militare romana che da Castel dell’Alpi, per la fonte dei Conti che esiste tuttora, conduceva a Stia. Secondo alcuni cronisti medioevali per essa sarebbero passati S. Ambrogio, arcivescovo di Milano, e poi nel secolo XIV il papa Martino V, quando tornava dal Concilio di Basilea […]» (D. Mambrini, 1935 – XIII, pp. 271, 272).

Fino al XIX secolo il sistema dei crinali fu inoltre interessato dalla transumanza, pratica talmente diffusa da dover essere regolamentata da parte delle amministrazioni demaniali, secondo regole rimaste invariate dal medioevo alla liberalizzazione dell’ultimo scorcio del XVIII secolo, stabilendo gli itinerari e istituendo le dogane, a fini di controllo e fiscali: «Pastori e bestiame che andavano a passare l’inverno in Maremma avevano certe strade prescritte dall’Appennino fino in Maremma, dette strade doganali. […] Nell’entrare in Maremma vi erano altre dogane dette Calle: a queste bisognava presentarsi, far contare il bestiame e pigliar le polizze.» (Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, 1774, cit. da: P. Marcaccini, L. Calzolai, La pastorizia transumante, in: N. Graziani, a cura di, 2001, p. 114, cit.), inoltre «[…] i pascoli maremmani di “dogana” erano aperti e chiusi, ufficialmente, […] il giorno 29 settembre […] l’apertura e 8 maggio la chiusura.» (M. Massaini, 2015, p. 73, cit.). Il tratturo che scendeva dal Monte Falterona passando da Bocca Pecorina, dove veniva riscossa la gabella, era detto La Dogana «[…] Dalla metà del ‘300, all’esazione fu preposta la Dogana dei Paschi Maremmani di Siena. I proventi assicurati da questa tassazione si trovano all’origine della banca senese chiamata appunto Monte dei Paschi.» (F. Pasetto, 2008, p. 19, cit.). Il bestiame, spesso affidato in soccida a pastori specializzati, in modo minore dalle alte valli del Bidente e del Savio ma soprattutto dalla montagna di Camaldoli, affluiva nel fondovalle dell’Arno per proseguire per Siena e la Maremma, le pasture Maretime. «Ma non mancava naturalmente bestiame vaccino liberamente pascolante sulle più alte pendici. Conosciamo, per questo aspetto, non soltanto quello di proprietà dei montanari, ma anche le vacche di certi proprietari ecclesiastici come il monastero di Camaldoli […]. E sappiamo, più in generale, che lungo tutta la giogaia, sull’uno e sull’altro versante, tanto i privati che quanto i signori feudali avevano greggi numerose […]» (G. Cherubini, L’area del Parco tra Medioevo e prima età moderna, in: G.L. Corradi, a cura di, 1992, p.20, cit.). Praticamente la foresta era diventata, con grave danno, una grande stalla all’aperto (G. Chiari, 2010, cit.), d'altronde, da sempre, «[…] quel settore dell’Appennino che ha al suo centro la valle del Casentino, e che si estende a tutto il Montefeltro e il Mugello, […] corrisponde con precisione all’area dei pascoli estivi di quell’economia basata sulla transumanza che dà un senso economico e culturale al territorio geografico dell’Etruria storica.» (G. Caselli, 2009, p. 22, cit.). Da due relazioni del 1663 e del 1677 conservate nell’Archivio dell’Opera del Duomo: «Il giorno di martedì […] arrivammo fino al Prato dei Conti il quale dicono essere il più eminente luogo di quelli Appennini e passando da Monte Corsoio luogo di nostro confino con lo Spedale di S. Maria Nuova scesimo abbasso […]. // […]Mercoledì 1° di agosto partimmo di Campigna e si andò a far la visita della faggeta di SAS et il confino dei Signori Conti di Urbech, andammo alla Stradella e preso il Giogo verso ponente si arrivò ai prati dei Signori Conti e si scese per una lunga e precipitosa strada […] che si trovò per la detta via cinque o sei capanne […] e sono tutte le capanne su quello dei Signori Conti et si vedde molti faggi tagliati nella macchia di SAS […] e Giovannella ci disse che era in dubbio chi appartenesse e di chi fosse se de Signori Conti o di SAS […].» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 311, 320, cit.). A proposito della citata faggeta a confine dei Conti di Urbech, è da precisare che si tratta della Faggeta di Sua Altezza Serenissima il Granduca, istituita nel 1559 (e decaduta all’inizio del XVII sec.) in occasione dell’emanazione della Legge dell’Alpe come riserva privata che poteva essere sfruttata solo a scopo militare e che si estendeva fino a un miglio dal crinale. Anche nell’ambito della contea era stabilito che «[…] nissuno possa fare Ronchi di faggi per seminare grani né biade di sorte alcuna […] non si possi tagliare su lalpe faggi p far madie, staccie, vagili, et tutti gli altri lavori utili […]» (Comuni Soggetti, n.901, Archivio di Stato di Firenze, in: M. Massaini, 2015, pp. 146, 149, cit.). «[…] L’indomani varcai l’Appennino, […] alla nuova mia ‘cascina’ della Stradella, dimora per gli uomini e le mucche nell’estate soltanto, il più elevato luogo abitato di Toscana, ove è rifugio ai viandanti presi dalle procelle o dalle nevi nella via che è breve, ma perigliosa, da Casentino nelle Romagne […]» (Leopoldo II, 1854, in: P.L. della Bordella, 2004, p. 80, cit.). Nella citazione si nota Leopoldo II vantare la disponibilità dei possedimenti che tre anni dopo, nel 1857, avrebbe personalmente acquisito dal granducato: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: Una vastissima possessione la quale percorrendo il crine dell’Appennino […] fino al nominato Sodo dei Conti, in Comunità di San Godenzo, prossimamente alla Falterona e sopra Capo d’Arno, scende nella massima parte verso la tramontana e per gli aspri balzi e ditupi che dirompono dalla vetta appenninica nei più bassi monti della Romagna […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.). Si può ricordare come, nella descrizione dei luoghi, mentre compare spesso “la Falterona” non viene mai richiamato il Monte Falco. Probabilmente prevaleva il riferimento al complesso montano di antichissima fama mentre l’identificazione del Falco era all’epoca ancora in corso e forse conseguente ad un inizio di frequentazione turistica che portò a notare ed associare quel caratteristico profilo alle forme del noto rapace. Il toponimo M. Falco pare infatti comparire per la prima volta nella Carta topografica d’Italia I.G.M. di primo impianto (per l’Emilia-Romagna rilevata negli anni 1893-94) scala 1:50.000, mentre nella corrispondente mappa del Catasto Toscano del 1826-34 l’area della vetta compare del tutto anonima (particelle 697-702) e nella Carta storica regionale o Carta Topografica Austriaca del 1853, in scala 1:86.400, i toponimi dei rilevi dell’area sono limitati a quelli esattamente di seguito trascritti: M. Falterona, P.° Martino, Pog.° Palaio, Gabrendo, quindi comprendendo solo i circostanti rilievi minori. Solo il Falterona è riportato anche nella settecentesca PIANTA DELLA CONTEA D’VRBECH (da alcuni ritenuta riguardante la riconfinazione granducale del 1565, che conciliava le circostanti realtà comunali con la superstite enclave feudale), conservata presso l’Archivio di Stato di Firenze (M. Massaini, 2015, cit.), dove sono rappresentate le aree ricomprendenti il M. Falco ricoperte dagli Abeti di S. M. Nuova e dagli Abeti di S. Maria del Fiore, relative all’alpe del Corniolo, allora chiamata anche selva del Castagno, confiscate ai Guidi di Modigliana già dal 1380 ed assegnate alle Opere facenti capo a tali istituzioni ecclesiastiche fiorentine. Per quanto ben noto, si può ricordare che Falterona è ritenuto (A. Polloni, G. Caselli, G. Devoto) una probabile derivazione di falteria, faltera, dall’etrusco Faltru o Falter, con la stessa radice dei nominativi etrusco-latini Faltonius, Faltinius, Falterius, Faltius, oppure riferibile alla radice latino-etrusca fal, con il significato di altura o una forma rotonda che ha la funzione di coprire la volta celeste, o all’italico antico falto, scosceso, franato, con suffisso accrescitivo tipico dei monti, come Cimone, Aquilone, etc. In collegamento con il termine truna, “potere” o “principio”, si forma il termine Faltruna, ovvero “principio celeste”. Comunque si tratta di un luogo di antichissima frequentazione legato al culto delle acque d’alta montagna, pertanto rivestito di sacralità come in tutte le società pastorali, corroborato dalla presenza sul versante meridionale, a circa 1400 m di quota, del noto Lago degli Idoli (c.d. dalla scoperta, nel 1838, nell’allora lago della Ciliegieta, di una statuetta di bronzo cui ne seguirono oltre 600 insieme a migliaia di pezzi informi, punte di freccia, etc.) e, poco distante, delle sorgenti dell’Arno: «[…] l’origine del lago è stata determinata da una sorgente sotterranea capace di mantenere un flusso di acqua costante. […] le rocce […] pertinenti ad una “pseudo-dolina”. Mentre tutto il sistema del Monte Falterona è geologicamente instabile, il Lago degli Idoli è rimasto miracolosamente stabile per qualche millennio, probabilmente gli Etruschi avevano notato questa singolarità attribuendola forse a qualche prodigio. […] la qualità sanatrice dell’acqua del laghetto, dovuta alla grande concentrazione di tannino, attraeva persone affette da infezioni e ferite […]. Tra gli ex voto vi sono infatti membra ed organi umani, immagini di animali, simboleggianti l’offerta in natura […].» (G. Caselli, 2009, p. 135, cit.). La stipe votiva del Lago degli Idoli è stata oggetto (2003-2006) di una esaustiva campagna di scavi archeologici a cui è seguita, nel 2007, la ricostituzione dell’invaso e la risistemazione del sito e del contesto paesaggistico. L’area lacustre, classificata tra i Geositi dell’Emilia-Romagna quale Geosito di rilevanza locale, probabilmente si formò in epoca pre-etrusca (900-600 a.C.) a seguito di movimenti gravitativi. L’area di Capo d’Arno (135 ettari), comprendente le sorgenti dell’Arno e il lago, nel 2003 è stata acquistata dall’Ente Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, da cui è poi conseguita la risistemazione della stessa.

Mentre la maestosa dorsale che collega il Monte Falco al Falterona separa, con le massime altitudini dello Spartiacque Appenninico, le depressioni tettoniche del Mugello e Casentino, dalla vetta del Falterona si stacca l’imponente dorsale che, passando dal Monte Acuto giunge sino al Monte Massicaia: il panorama si apre verso l’alta valle del Torrente San Godenzo, affluente del Fiume Sieve, e offre nuove prospettive sul crinale tosco-romagnolo e la fascia sottostante. Poggio Piancancelli si alza di un centinaio di metri sull’antistante Pian delle Fontanelle, che riflette l’andamento pressoché orizzontale della Formazione Marnoso Arenacea, evidenziato dall’ampio spaccato del suo ripido versante costituito dalle Balze delle Rondinaie: «[…] quantunque la Falterona non sia un monte altissimo, tuttavia la sua posizione centrale gli apre dintorno un orizzonte e panorama vastissimi. […] (2) […]. La veduta abbraccia gran parte dell’Italia centrale avente per confine il Mare Adriatico, e il Mediterraneo,che da lontano appariscono come due grandi strisce d’argento. Le città della Romagna fino alla costa Adriatica, quelle di Arezzo e Firenze coi loro monumenti si distinguono perfettamente. Più lunge s’ergono il Monte Amiata, il Cimone, le Montagne di S. Pellegrino, l’Alpi Apuane […]. Discesa a levante la piramide della Falterona per un forte pendio, si trova subito la via del Sodone, che è la prosecuzione di quella di Montelleri, e che passato il Valloncino, porta a un bel prato coperto di finissima erba, chiamato il Sodo de’ Conti, ove comincia il possesso ex-granducale della Casa di Lorena. Questa foresta è ricca di selvaggina, e specialmente di cervi, che chiusi un tempo, e riacquistata poi la naturale libertà, si sono straordinariamente moltiplicati, tornando ad essere oggetto di lecita caccia. […] (2) La proposta da me fatta all’assemblea generale della Sezione Fiorentina (17 febbraio 1881) di costruire una Capanna di ricovero sulla cima della Falterona, onde tanta comodità avrebbero specialmente coloro che si recano lassù di notte per aspettare la levata del sole, fu accolta […].» (C. Beni, 1881, pp. 52, 54, 55, cit.). Nella Carta d’Italia di primo impianto in scala 1:50.000 dell’I.G.M. (1894) compare già, come auspicato dal Beni il Ricovero Dante, però presto abbandonato, infatti indicato come rudere nella successiva tavoletta in scala 1:25.000 (1937).

Il sito Crinale M. Falterona – M. Falco – M. Gabrendo  è inserito nella rete Area Natura 2000 per la presenza di vaccinieti e praterie secondarie con relitti alpini di grande significato fitogeografico, gli unici dell'Appennino romagnolo, e di alcune specie mediterraneo-montane, alcuni dei primi e le seconde rispettivamente al limite meridionale e al limite settentrionale del loro areale distributivo, che ricoprono quasi fino in vetta il tetto della Romagna e che qui sopravvivono per le non comuni condizioni morfologiche, quali stazioni rupestri solcate da cengette e canaloni impervi, accompagnate da un microclima freddo-umido d’alta quota. I forti venti che battono il crinale non consentono ai faggi di raggiungerlo, arrestandosi infatti poco più in basso prostrati o cespugliosi, lasciandovi spazio a radure erbose e vaccinieti a Mirtillo nero (Vaccinium myrtillus) o, più raramente rosso (Vaccinium vitis-idaea). Impropri rimboschimenti hanno introdotto il Pino mugo. La ripida area nord del Falco limitata dal Sentiero del Lupo costituisce la Riserva Naturale Integrale di Monte Falco-Poggio Piancancelli, sottoposta a tutela integrale per la presenza di formazione erbacee d’alta quota con specie rare o rarissime per la Romagna, come detto al limite dell’areale distributivo, come la Viola di Eugenia, le Genziane primaticcia e campestre, l’Anemone narcisino, cinque specie di Sassifraghe, il Lino alpino, lo Sparviere del calcare (Hieracium villosum), il Senecione mezzano (Senecio doronicum), l’Asplenium viride che è una felce rupicola e una rara Orchidea a fiori verdastri (Coeloglossum viride). Molte specie vegetano su siti rocciosi inaccessibili ma possono debordare assoggettandosi al calpestio, come la Viola di Eugenia o la Scilla bifolia, ma questa comunemente diffusa. Discendendo dal Sentiero del Lupo, sul versante Nord del Falco, si tocca la Fonte Sodo dei Conti, la più elevata del Parco (1405 m) che dà origine al ramo principale del Fosso del Satanasso. Alle pendici NO del Falterona, adiacenti alla S.P. del Castagno, si trovano la Fonte del Borbotto e l’omonimo Rifugio, all’interno di un’area attrezzata.

N.B.: Se nell’antichità presso tutti i popoli del mondo le montagne erano considerate i luoghi delle divinità, così era anche per l’Appennino, il cui significato toponomastico riporta alle antiche religioni preromane e politeiste della penisola, profondamente connesse con la natura e la ciclicità delle stagioni. Esso deriva da Dio Penn (Pennina, secondo Catone) dove il termine Penn aveva il significato di cima, sommità.

RIFERIMENTI   

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D. Mambrini, Galeata nella storia e nell’arte, Tipografia Stefano Vestrucci e Figlio, Bagno di Romagna, 1935 – XIII;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, AGC Edizioni, Pratovecchio Stia 2015;

F. Pasetto, Itinerari Casentinesi in altura, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2008;

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Carta Escursionistica, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

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Link http://www.archeogr.unisi.it/repetti/paginerep/ricerche.php;

Link https://play.google.com/store/books/author?id=Emanuele+Repetti;

Link www502.regione.toscana.it/geoscopio/castore.htlm;

Link:http://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/geositi/scheda.jsp?id=2196/2199;

Link https://servizimoka.regione.emilia-romagna.it/appFlex/sentieriweb.html.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba

La vetta si trova sul confine tra le Provincie di Arezzo e Firenze ed i Comuni di Pratovecchio-Stia e San Godenzo, a km 1,3 dal Monte Falco, a km 3,7 dai Prati della Burraia, che si trovano a 400 m dalla S.P. 94 del Castagno, a km 6,9 dal Passo della Calla.

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001a – 001b – Dal Monte Piano si può avere una delle più ampie viste dell’intero Spartiacque Appenninico che si innalza oltre il contrafforte secondario che separa le Valli del Bidente di Pietrapazza (in p.p.) e di Ridràcoli. Nel suo sviluppo è abbastanza agevole riconoscere il complesso del Monte Falterona, ma mentre spicca il Monte Falco il Falterona emerge appena oltre il crinale di Poggio Sodo dei Conti (01/01/12).

001c – 001d – Anche dalla Colla dei Ripiani, alle pendici del Monte Castelluccio, il M. Falco esalta la sua maggiore altezza benché prevalga sul Falterona per soli 3 m (27/11/11).

001e - 001f – Dai pressi del Poggiaccio, il sopraggiungere delle prime luci colora per primi i rilievi più alti (27/11/11).

001g/001m – Da Poggio Scali il complesso del Falterona emerge oltre la schiena della Giogana e le tondeggianti vette del Gabrendo e del Falterona sono contraddette dal caratteristico profilo del monte che si richiama al noto rapace (5/02/11 - 9/03/11 – 1/04/11 – 16/02/18).

001n – 001o – 001p - Spostandosi sul versante appenninico casentinese, dai pressi del passo del Giogarello sulla dorsale che si distacca dal Monte Gabrendo verso Sud (sent. 82 CAI), si ha una panoramica inconsueta del complesso del Falterona con le profonde incisioni vallive affluenti del Torrente Oia (11/01/12).

001q – Da Giogo di Castagno, vista dell’anfiteatro dell’Alta Valle di Castagno delimitato dalla dorsale MM Acuto-Massicaia che si distacca dal Falterona 26/09/14).

001r/001v – Dal bordo delle Balze delle Rondinaie, che tagliano verticalmente Pian delle Fontanelle, viste del complesso del Falterona, perennemente instabile (27/09/11 - 20/06/12 – 26/09/14).

001z – Dalla SS 67 Tosco Romagnola presso San Godenzo, panoramica verso il “tetto” appenninico. Da sx: Pian delle Fontanelle e le Balze delle Rondinaie, Poggio Piancancelli, il Monte Falco “graffiato” dai cedimenti di parete e il Monte Falterona (17/07/12).

002a – 002b – 002c – L’intero complesso montano visti dal M. Gabrendo (21/06/11).

002d1 – 002d2 - Schemi cartografici dell’area del Falterona da mappa moderna e da mappa storica evidenziante il rapporto morfologico con lo spartiacque appenninico.

002e – 002f – 002g - Mappa schematica dedotta da cartografia storica di inizio XX sec. evidenziante reticolo fluviale e infrastrutture viarie, in gran parte corrispondente alla sentieristica di odierno utilizzo. Segue elaborazione di particolare di mappa degli ultimi del ‘900 che già documenta l’esistenza del Ricovero Dante auspicato dal Beni. Infine elaborazione da una mappa settecentesca, ritenuta riguardante la contea di Urbech al 1565, riguardante un particolare dell’area di Sodo dei Conti e delle Faggete della Selva di Corniolo, dal 1380 confiscate ai conti Guidi e assegnate alle Opere ecclesiastiche fiorentine, che raggiungevano il versante orientale del M. Falterona.

002h/002s – Vedute della sommità del Falterona dove le numerose commemorazioni testimoniano l’intensa frequentazione (21/06/11 – 27/09/11 - 21/12/11).

003a/003h – La dorsale MM Acuto-Massiccaia indirizza le vedute panoramiche verso la piana del Mugello attraversata dal Fiume Sieve (si riconoscono Vicchio e Borgo S. Lorenzo e si intravede il contestato invaso del Bilancino, che però assicura le riserve idriche fiorentine) e le lontane Alpi Apuane (21/12/11)

003i/003o – Sul ciglio di un aspro tratto del crinale che dal Falterona scende verso Le Crocicchie, sulla dorsale dei MM Acuto-Massiccaia, si trova una caratteristica testimonianza di fede, oltre un residuo tratto di antico selciato (27/09/11).

003p – 003q – Dal Falterona, veduta verso Poggio Piancancelli e Pian delle Fontanelle, con le Balze delle Rondinaie, e la dorsale di Giogo di Castagno, quindi un tratto della pista verso il Monte Falco, risistemazione di un antico tracciato (21/12/11).

004a/004e – La sorgente dell’Arno a Capo d’Arno (12/10/11).

004e – La radura acquitrinosa della Fonte di Razzagalline (12/10/11).

004g/004q – Il Lago degli Idoli (12/10/11).

004r – La Fonte Sodo dei Conti, la più elevata di questo tratto appenninico, sgorga dal massiccio Falterona-Falco nel versante romagnolo (21/06/11).

004s – 004t – 004u – Ai piedi delle pendici del Falterona nella valle di Castagno si trovano la Fonte del Borbotto e l’omonimo e bistrattato rifugio (27/09/11 - 17/07/12).

005a/005g – A breve distanza dalla Fonte del Borbotto si trova il laghetto della Gorga Nera, dove particolari “elicotteri” posano volentieri per il fotografo (27/09/11 - 17/07/12).

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