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Campominacci

Tipo : rudere
Altezza mt. : 836
Coordinate WGS84: 43 51' 21" N , 11 48' 38" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

in passato rifugio incostudito aperto solo su prenotazione, ormai abbandonato

Testo di Bruno Roba (20/06/17 – Agg. 8/11/19)

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose strutturate a pettine, proiettate verso l’area padana secondo linee continuate e parallele che si prolungano fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km: dorsali denominate contrafforti, terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme di tali rilievi: «[…] il crinale appenninico […] della Romagna ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 9, cit.). L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, ad Est, da Cima del Termine; in quell’ambito si staccano due contrafforti secondari e vari crinali e controcrinali minori delimitanti le singole vallecole del bacino idrografico.

In particolare, la Valle del Fiume Bidente di Ridràcoli riguarda quel ramo intermedio del Bidente delimitato, ad Ovest, dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che si distacca da Poggio Scali e che subito precipita ripidissimo disegnando la sella di Pian del Pero, serpeggiante evidenzia una sequenza di rilievi (i Poggi della Serra e Capannina, l’Altopiano di S.Paolo in Alpe, Poggio Squilla, Ronco dei Preti e Poggio Collina, per terminare con Poggio Castellina) fino a digradare presso il ponte sul Fiume Bidente di Corniolo a monte di Isola, costretto dalla confluenza del Fiume Bidente di Ridràcoli. Ad Est la valle è delimitata dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che si diparte da Poggio allo Spillo (collegando Poggio della Bertesca, Croce di Romiceto, i Monti Moricciona, La Rocca, Marino, Pezzoli e Carnovaletto) per concludersi con il promontorio della Rondinaia digradando a valle di Isola costretto dalla confluenza del Fiume Bidentino o Torrente Bidente di Fiumicino nel Fiume Bidente. La Rondinaia è nota per il castello con la sua torre «[…] baluardo di antica potenza, elevato fin dai tempi romani alla difesa contro le orde barbariche che dal nord d’Europa scendevano a depredare le belle contrade d’Italia.» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 274).

Il bacino idrografico, di ampiezza molto superiore rispetto alle valli collaterali e che vede il lago occupare una posizione baricentrica con l’asta principale fluvio/lacustre f.so Lama/invaso/fiume posizionata su un asse mediano Nord-Sud, mostra una morfologia molto differenziata rispetto al suo baricentro. L’area sorgentifera, con la realizzazione dell’invaso artificiale, si differenzia tra quella che lo alimenta e quella a valle della diga che alimenta direttamente il fiume. A monte l’area imbrifera si amplia estendendosi da Poggio Scali fino al Passo della Crocina mostrando, specie nella parte a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico (la c.d. bastionata di Campigna-Mandrioli), fortissime pendenze modellate dall’erosione e dal distacco dello spessore detritico superficiale con conseguente crollo dei banchi arenacei, lacerazione della copertura forestale e formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante (Frana Vecchia, 1950, e Frana Nuova, 1983-1993, sempre attiva, di Sasso Fratino). Il tratto di contrafforte che, come detto, si stacca da Poggio Scali, trova una serie di picchi tra cui emerge subito Poggio della Serra, quindi il Monte Grosso e l’Altopiano di S. Paolo in Alpe, in corrispondenza del quale comincia un’ampia rotazione, che volge al termine dopo aver superato Ronco dei Preti, quando precede una netta controcurva così riprendendo l’orientamento principale verso il suo termine. Detti rilievi costituiscono nodo montano da cui si diramano ulteriori dorsali di vario sviluppo e consistenza geomorfologica che delimitano il sistema vallivo del versante orientale del bacino idrografico di Ridràcoli. I bracci lacustri di cui si compone il lago sono il Fosso del Molinuzzo, il Fosso di Campo alla Sega, il Fosso degli Altari e il Fosso della Lama, provenienti direttamente o indirettamente dalla bastionata, infine il Fosso del Molino, che raccoglie il reticolo idrografico generato dal contrafforte distaccatosi da Poggio allo Spillo. L’invaso occupa l’antico primo tratto del Fiume Bidente di Ridràcoli compreso tra le sue origini, determinate dalla confluenza dei Fossi della Lama e del Molino, e le confluenze, rispettivamente in sx e dx idrografica, dei Fossi del Molinuzzo e dei Tagli, tra le quali si situa la diga. Il versante del lago in dx idrografica è costituito dalle ripide pendici del Monte Cerviaia, con la sua appendice del Monte Palestrina. Secondo la morfologia pre-lacustre, gli innumerevoli sproni del versante occidentale del Cerviaia, alternativamente contrapposti alle lunghe ed imponenti dorsali provenienti direttamente dallo spartiacque appenninico, determinarono quella che era la profonda e sinuosissima gola del primo tratto del Bidente, come si può notare dalla cartografia storica.

Come accennato, da Poggio Scali si stacca la caratteristica sella “a corda molle” di Pian del Pero che costituisce il primo tratto del contrafforte secondario fino allo snodo di Poggio della Serra. Da questo poggio si dirama un’affilata dorsale secondaria, con preciso orientamento O/E fino al poggio di Campominacci, dividente l’ampio e assolato bacino del Fosso del Ciriegiolone da quello profondo e ristretto del Fosso delle Macine, che poi diviene di Campo alla Sega una volta raccolti i contributi giungenti dall’alto versante appenninico. Dal poggio che domina Campominacci la dorsale si biforca, sia con declinazione N/E verso Poggio della Gallona sia mantenendo l’orientamento più orientale, così delimitando il bacino dell’affluente in sx idrografica Fosso dei Botriali già delle Palate.

Per la precisione, il Fosso delle Macine (anticamente detto della Macine o della Macinaalla Macina così certificando la  presenza di un tale impianto) ha origine da Poggio della Serra e costituisce il tratto montano del Fosso di Campo alla Sega, già del Campo alla Sega o di Campo Minacci, che ha esatta origine dalla confluenza del suo tratto montano con il Fosso di Sasso Fratino (a volte detto Fosso delle Macine) con la sua ramificazione generata da quell’anfiteatro tra cui il Fosso dell’Acqua Fredda o dell’Asticciola. «I torrenti principali che attraversano la Riserva sono (da Ovest a Est): Sottobacino Bidente di Ridracoli – Fosso delle Macine, che costituisce la porzione alta del F.di Campo alla Sega […] Fosso di Sasso Fratino, affluente di destra del F. d. Macine – Fosso di Campo alla Sega, derivato dalla confluenza del F. d. Macine e del F. d. Sasso Fratino […]» (A. Bottacci, 2009, p. 23, cit.). Provenienti dalla Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, altri affluenti sono il Fosso dei Praticini o dei Fraticini posto prima della confluenza del Fosso di Sasso Fratino e il Fosso dei Preti, delimitato in dx idrografica dalla Costa di Poggio Piano, braccio orientale dello specifico anfiteatro di Sasso Fratino che, distaccatasi dallo spartiacque appenninico ed in continuità con la dorsale della Seghettina, chiude a SE il bacino idrografico. Mentre il Fosso dei Botriali confluisce nel Fosso di Campo alla Sega sul limite del suo braccio lacustre, gli altri affluenti in sx idrografica, ovvero il Fosso della Busca, già della Basca, e il Fosso dell’Asino, ormai si gettano direttamente nel lago. La dorsale della Seghettina separa la valle del Fosso di Campo alla Sega da quella del Fosso degli Altari.

Se l’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio, in epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovano collocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale; gli insediamenti di derivazione poderale sono invece ancora raggiunti da una fitta e mai modificata ramificazione di percorsi, mulattiere, semplici sentieri (anche rimasti localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, come p.es. testimoniano i cippi stradali installati negli anni ’50 all’inizio di molte mulattiere, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; alcune strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo). Diversamente dalle zone collaterali, non si riscontrano nelle valli bidentine fabbricati anteriori al Quattrocento che non fossero in origine rocche, castelli o chiese, riutilizzati a scopo abitativo o rustico, o reimpieganti i materiali derivanti da quelli ed evidenzianti i superstiti conci decorati. Nell’architettura rurale persistono inoltre caratteri di derivazione toscana derivanti da abili artigiani. L’integrità tipologica dei fabbricati è stata peraltro compromessa dai frequenti terremoti che hanno sconvolto l’area fino al primo ventennio del XX secolo, ma anche dalle demolizioni volontarie o dal dissesto del territorio, così che se è più facile trovare fronti di camini decorati col giglio fiorentino o stemmi nobiliari e stipiti o architravi reimpiegati e riferibili al Cinque-Seicento, difficilmente sussistono edifici rurali anteriori al Seicento, mentre sono relativamente conservati i robusti ruderi delle principali rocche riferibili al Due-Trecento, con murature a sacco saldamente cementate, come quella di Corniolino. Gli edifici religiosi, infine, se assoggettati a restauri o totale ricostruzione eseguiti anche fino alla metà e oltre del XX secolo, hanno subito trasformazioni principalmente riferibili alla tradizione romanica o ad improbabili richiami neogotici.

La minore acclività di tratti del versante sx del sistema vallivo dei Fossi delle Macine e di Campo alla Sega, al contrario di quella della Riserva, ha consentito il diffondersi di insediamenti ed appoderamenti dediti al pascolo e al taglio del bosco, infatti il ricorrente toponimo ricorda la principale attività svolta nell’area dai secoli addietro fino alla prima metà del XX … «Ivi il Padre Apennino non corruso ma verde, mostravasi aperto e vestito con alberi sul fianco, appiè del quale una cascata di acque da sega in sega e tra i massi rompendosi lieve lieve come velo copriva un ponticello …» (P. Ferroni, Autobiografia, 1825, in: G.L. Corradi, O. Bandini, “Per quanto la veduta consenta di spaziare”. Scelta di testi dal XIV al XIX secolo, in: G.L. Corradi, O. Bandini, 1992, p.78, cit.). Gli insediamenti superstiti sono alcuni fabbricati del nucleo de La Seghettina e, fino a pochi decenni addietro, Campominacci, già Campo Minacci, Campo di Minaccio e Campo Ominacci, che giunse ad essere recuperato ed indicato come rifugio nella prima cartografia del Parco delle Foreste Casentinesi, oggi ormai abbandonato al destino di rudere, come peraltro l’Ammannatoia, già Mannatoia o Manatoia o Menatoja ed i Botriali, già Butriali. Di Pratovecchio e Poggio a Pratovecchio (posti sul crinale di Poggio della Gallona ma il primo appartenente al sistema vallivo del Fosso del Molinuzzo) e di Campo alla Sega rimangono poche pietre. Resti poco consistenti di vari capanni si trovano sia sul crinale a monte dell’origine del Fosso delle Macine, l’ex rifugio di Pian del Pero, sia presso il suo corso (uno a metà circa di probabile uso forestale, uno verso il termine, forse l’antica macina, peraltro posta in un sito ancora oggi noto come Macine) e di quello del Fosso di Campo alla Sega e tra Campominacci e Campo alla Sega.

Tali luoghi si sono trovati in qualche modo coinvolti dalla storia nell’evoluzione del ciclo delle acque di Ridràcoli, note e sfruttate fin dall’antichità in tutta la Romagna. Lo stesso toponimo deriverebbe dal latino Rivus Oracolum o Oraculorum per la probabile presenza presso il torrente di un piccolo tempio pagano con sibilla oracolante, ipotesi comunque verosimile e conforme alla leggenda della Sibilla appenninica delle vicine montagne marchigiane. Già nel II secolo d.C. le problematiche legate al reperimento delle risorse idriche e soprattutto alle necessità di Ravenna e del porto di Classe portarono l’Impero Romano alla realizzazione di un imponente acquedotto che sfruttava il flumen aqueductus Bidente; tracce di esso si trovano negli scritti antichi ed essenzialmente nella toponomastica locale. Dopo un lunghissimo interregno, negli anni ’30 del XX secolo le esigenze della civiltà moderna portano ad effettuare i primi studi per localizzare una diga nell’Alto Appennino forlivese e, nei primi anni ‘60, al fine di fornire risorse idriche sufficienti alle aree di Forlì e Ravenna e alla fascia costiera romagnola, viene individuata l’area a monte di Ridràcoli come idonea per l’imbrigliamento delle acque dell’alto corso del Bidente (oltre ad altre risorse idriche tramite condotte sotterranee), con conseguente realizzazione dell’opera tra il 1975 e il 1982. Oggi, come probabilmente il lago artificiale ha alterato il microclima dell’anfiteatro della Lama, portando variazioni nell’assetto vegetazionale con un diverso equilibrio a vantaggio delle specie oceaniche (faggio) in confronto a quelle continentali, così l’ambiente circostante è stato modificato da viabilità ed opere connesse alla diga e diversi edifici, acquisiti dalla Romagna Acque-Società delle Fonti S.p.A., hanno subito modifiche e/o riutilizzi a fini turistici.

È così scomparso quasi l’intero tracciato della mulattiera comunale e sono scomparsi ponti e guadi che attraversavano il Fiume Obbediente (come era anticamente classificato), come il Ponte alla Forca e il Ponte a Ripicchione, quest’ultimo comparente in una mappa del 1637 e citato nel Contratto livellario del 1840 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli relativo ad uno dei poderi scomparsi: «N. 8 - Podere di Lagacciolo […] Terreni. Un solo tenimento di terra tutta giacente in poggio ed in una pendice scoscesa  inclinata sul torrente Bidente rivolta al sud est intersecata da più e diversi fossi e borri […] ed è riconosciuto per i vocaboli: Lagacciolo, Ponte Ripicchione, la Ripa dei Corvi, i Bruciati, i Ronchi Vecchi, Balzoni, Poggio della Gallona ed il Prato dei Ciliegi.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 518, 519, cit.). Il Ponte a Ripicchione era posto subito a valle della confluenza del Fossato del Ciregiolo (oggi Fosso del Molinuzzo) nel fiume, quindi proprio nel luogo dove oggi sorge la diga ma probabilmente nel XIX sec. ne rimaneva solo il toponimo, infatti non compare nella cartografia dell’epoca, a differenza del Ponte alla Forca, posto subito a monte della confluenza del Fosso di Campo alla Sega. Ancora negli ultimi anni prima dell’innalzamento delle acque dell’invaso in quei luoghi esistevano due stradelli, uno seguiva il corso del Bidente attraversandolo ben 33 volte, ma era praticabile solo in caso di scarsità idrica, l’altro era la mulattiera comunale, larga e ben massicciata, che si distaccava dalla Mulattiera di Ridràcoli, già Strada che dal Castello di Ridracoli conduce alla Chiesa della Casanova, come dall’ottocentesco Catasto Toscano. Scavalcato con un ponte in legno il Fosso dei Tagli passava sotto un arco del mulino omonimo quindi ne costeggiava il bottaccio. Giunta all’altezza del Fosso del Molinuzzo«In quel punto il fiume era particolarmente ricco d’acque e per raggiungere la riva opposta i ridracolini avevano studiato un particolare marchingegno che chiamavano “la teleferica”. Salivano infatti su di un carrello portante, una specie di rudimentale funicolare composta da due fili d’acciaio […]. Situata qualche metro sopra il livello dell’acqua non era poi troppo scomoda e neanche troppo pericolosa. Vi si saliva in tre o quattro persone per volta ed era necessaria per recarsi alle Celluzze ed alle altre case poste oltre il fiume […] sul suo percorso incontrava un’altra fonte detta “dei bisernini” […]. Dal Logacciolo la mulattiera ricominciava a salire abbastanza rapidamente. Incontrava una piccola croce in ferro battuto […]. Oltrepassate le Case di Sopra, un breve tratto  in discesa permetteva di raggiungere la riva del Bidente che veniva attraversato grazie ad un ponticello in legno. Oltre il ponte la mulattiera correva pianeggiante verso le case della Forca, quindi incontrava un nuovo ponte, quello della Seghettina, in pietra con tre travi di ferro portanti, che permetteva nuovamente l’attraversamento del Bidente.» (C. Bignami, 1995, pp. 91-94, cit.). Superato il Ponte alla Forca, o della Seghettina, si imboccava l’importante Strada che dalla Seghettina va a Stia. Presso la Seghettina vi era un bivio per cui il tracciato di crinale sulla Costa di Poggio Piano proseguiva con la Strada del Crine del Poggio fino al Passo Sodo alle Calle o La Scossa, mentre la Strada che dalla Seghettina va a Stia prima discendeva verso il Fosso degli Altari e il Fosso delle Segarine, seguendo il loro corso, poi riguadagnava il crinale che permetteva di aggirare l’area sorgentifera del Fosso degli Acuti per dirigersi verso lo spartiacque, sia in direzione del Passo Sodo alle Calle (tramite la Strada delle Pulci, così soprannominata dagli addetti al traino del legname che le subivano durante il lungo tragitto in salita se cedevano alle fatiche, a causa dell’insalubrità di un luogo allora pascolivo), sia in direzione del passo del Gioghetto. Ulteriore viabilità storica, che nelle mappe si nota attraversare aree prive di insediamenti, vede una Strada che da Campo Ominacci va a Stia e una Via delle Mandriole. Mentre i tracciati di tale viabilità sono spesso ben riconoscibili, mantenendo anche tratti dei loro selciati, sono del tutto sommersi dall’invaso sia il sito de La Forca che il Ponte alla Forca

Campominacci rientrava tra i beni posseduti dall’Opera del Duomo di Firenze in Romagna e il relativo appezzamento boschivo è documentato fin dal 1545 nell’inventario eseguito dopo che l’Opera, avendo preso possesso delle selve “di Casentino e di Romagna”, dove desiderava evitare nuovi insediamenti, aveva costatato che, sia nei vari appezzamenti di terra lavorativa distribuiti in vari luoghi e dati in affitto o enfiteusi che altrove, si manifestavano numerosi disboscamenti e roncamenti non autorizzati; pertanto, dalla fine del 1510 intervenne decidendo di congelare e confinare gli interventi fatti, stabilendo di espropriare e incorporare ogni opera e costruzione eseguita e concedere solo affitti quinquennali. I nuovi confinamenti vennero raccolti nel “Libro dei livelli e regognizioni livellarie in effetti” che, dal 1545 al 1626 così costituisce l’elenco più completo ed antico disponibile «[…] dei livelli che l’Opera teneva in Romagna […] se ne dà ampio conto qui di seguito […] 1545 […] – Una presa di terra cerretata detta i terzi dua poderi dell’Asticciola che comincia sopra la fonte dei Botriali e sale per il raggio di Campo alla Sega che mette nel Campo di Minaccio […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 150, cit.). Un nuovo accurato elenco è relativo al 1637: «1637 – Nota dei capi dei beni che l’opera è solita tenere allivellati in Romagna e Casentino e sono notati col medesimo ordine col quale fu di essi fatta menzione nella visita generale che ne fu fatta l’anno 1631: […] 24) Campo Minacci, podere tenuto da redi di Lionardo Cascesi […] 26) Fossa Cupa, terra tenuta da redi di Lionardo Cascesi unita al podere di Campo Minacci 27) Serra, ronco o terra tenuta da redi di Lionardo Cascesi unita al podere di Campo Minacci» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 410, cit.). Successivamente compare documentato nel verbale di una “visita” del 1677 scritto dal cancelliere da cui si apprende: «[…] siccome li poderi di Romagna appresso notati cioè […] Campo Minacci tiene a livello i figli di Andrea Piero Ricci […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977 , p. 329, cit.). Da una relazione del 1751 sullo stato dei poderi dell’Opera si apprende:«[…] 9) Podere di CAMPO MINACCI tenuto in affitto da Agostino Checcacci. Questo è un piccolo poderetto […] molto sottoposto a venti e per ciò quella casa soffre maggior danno delle altre […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977 , p. 435, cit.). Nel 1789, da una relazione sui canoni da stabilirsi, risulta che:«I poderi […] Campominacci […] sono situati alle falde di vasto circondario delle selve d’abeti e sembra che sieno stati fabbricati in detti luoghi per servire di custodia e per far invigilare dai contadini di detti poderi […] alla conservazione […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 441, 442, cit.). Nel Contratto livellario stipulato nel 1818 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli si trova un’ulteriore descrizione dei fabbricati: «Tutta questa tenuta  […] è composta dai seguenti terreni cioè […] 20° Podere denominato Campo Minacci […] con casa da lavoratore composta di numero sei stanze, forno, aia, stalletto, orto, con capanna separata dalla casa composta di quattro stanze e loggia. Tutto questo fabbricato merita pronti resarcimenti […]. Questo podere è composto dei seguenti terreni cioè […] III° una casetta denominata Campo alla Sega addetta al nominato podere composta di quattro stanze da cielo a terra. Questa fabbrica merita di essere resarcita […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 473, cit.). Dalle istruzioni per una perizia conferita nel 1832, si apprende che sono stati effettuati lavori di restauro o nuova costruzione a carico del Monastero di Camaldoli in base a concessione enfiteutica alla stalla e alla capanna del podere. (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 459, cit.). Nel Catasto toscano del 1826 è registrata una fase intermedia di sviluppo edilizio ma incompleta nella descrizione rispetto al contratto del 1818: «(71) Casa colonica e sodo. Campo Ominacci. (72) Sodo. (73) Capanna ed aia. A terreno cinque stalle, due stalletti loggia e forno. I° piano: cucina, camera, granaio e capanna. Lavoratore Fabbri Stefano.» (M. Foschi, P. Tamburini, 1979, p. 159, cit.). Sciolto d’imperio il contratto del 1818 per inadempienze nell’applicazione di un rigoroso regime forestale ai possedimenti dell’Opera, nel 1840 il Granduca fece stipulare un nuovo Contratto livellario con il Monastero di Camaldoli, così si trova un’ulteriore, ed ora estremamente precisa, descrizione del podere dei fabbricati: «N. 5 - Podere denominato Campo Minacci […] lavorato dalla famiglia colonica di Stefano Fabbri. Fabbricati colonici. La casa rusticale parte di recente costruzione comprende a terreno una stalla per le pecore superiore di alquanti scalini dal piano del suolo sterrata, una loggia che offre ingresso ad una stalla a palco fuori uso un porcile ed una stalla per le capre sterrata ed interrotta da un arco ambedue con ingresso esterno. Al piano superiore si accede dall’indicata loggia ove corrisponde la bocchetta del forno ed ha una cucina corredata del camino e acquaio la quale libera tre camere due delle quali sono formate mediante dei divisori di tavole. Tali stanze sono tutte a tetto. Separato ed inferiore a questa si trova altro fabbricato il quale comprende a terreno una stanza per diversi usi con ingresso esterno a levante ed una stalla per il bestiame vaccino di recente costruzione lastricata e munita di doppia mangiatoria di materiale. Il piano superiore ha una loggia la quale per una scala di materiale dà ingresso ad una stanza a tetto ad uso di granaio ed ha una capanna superiore alla stalla alla quale si accede dall’aia mediante alcuni scalini di materiale. Tali sono i fabbricati colonici addetti a questo podere intorno ai quali sono i resedi l’aia sterrata ed alcuni orticelli cinti da siepe con frutti, ed occorrono alcuni piccoli riattamenti quantunque molti lavori vi siano stati eseguiti di recente. Terreni. Ed i descritti fabbricati posano in mezzo ad una tenuta di terra tutta giacente in poggio ed in una costiera rivolta a mezzogiorno la quale è intersecata da più e diversi fossi che scendono nel principale detto il Fosso della Macine e più inferiormente dell’Asticciola e dalla strada che sale alla casa colonica come pure da altre stradelle vicinali e viottoli. La sua geometrica estensione è di quadrati 242 corrispondenti a staia 592 e di queste per staia 2 e mezzo prativa, staia 40 e mezzo lavorativa nuda con frutti selvatici, capitozze da frasche, per staia 2/3 circa area occupata dai fabbricati, staia 360 terre a pastura e boschive con capitozze da frasca, di carpini, cerri frassini, noccioli ed in parte seminativa a tempi nelle località meno inclinate, e per ogni resto macchia con abeti e faggi. E questa tenuta di terre oltre la generale denominazione di Campo Minacci si conosce per i seguenti vocaboli: Campo Grande, La Fossa Cupa, il Poggiolo dei Confini, Cerreta, Balza dell’Acerone, i Piani, Fosso alla Macina, Diaccetti, l’Aiaccia, i Prati, l’Aia di Canino, la Serra, la Finocchiaia. […]»  (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 498, 513-514, cit.).

Campominacci, già proprietà ex A.R.F., nell’ambito dei programmi regionali di riutilizzo del patrimonio edilizio nel Demanio forestale, per la sua particolare ubicazione a ridosso della Foresta della Lama e in particolare di fronte alla Riserva di Sasso Fratino, era stato preso in considerazione quale esempio di recupero di un fabbricato rurale da trasformarsi in base per escursioni naturalistiche, osservatorio faunistico e parte a rifugio, che giunse alla predisposizione di un progetto particolareggiato previa analisi storico-tipologica e metodologica da cui è risultato che il fabbricato è stato costruito in tre fasi che hanno visto inizialmente la realizzazione di un unico vano su due piani,  con stalla al livello inferiore e l’abitazione a quello superiore, costituita da una cucina e due stanze, per una superficie coperta di circa 70 mq., sfruttante il pendio per gli accessi. Con l’incremento della 2a fase, che avviene con un ampliamento a monte al livello superiore, si ha l’aggiunta di due stalle collegate alla cucina da una loggia incassata di ingresso e disimpegno e retrostante 3a stanza, a formare un lungo ma basso edificio, mentre un forno con loggia e sottostante stalletto sporgevano dal corpo principale dei fabbrica accanto alla loggia incassata; tutti gli ambienti erano a tetto. All’atto del contratto del 1818 risultava presente un fabbricato separato posto più a valle incassato nel pendio costituito da una stanza ed una stalla al P.T. e altre due stanze e una loggia al P.1°: questo fabbricato e il forno sono scomparsi ma, sopra la loggia incassata, rimane traccia della copertura della loggetta esterna. Nel 1840 il fabbricato separato e scomparso risulta comprendere al livello inferiore una stalla ed un altro vano di servizio e, a quello superiore, una loggia raggiunta da una scala in pietrame da cui si accedeva ad un granaio a tetto oltre una capanna sovrastante la stalla con ingresso indipendente dall’aia mediante una scala in pietrame. Nella 3a fase, posteriore al 1840 infatti non registrata nel contratto tra l’Opera e Camaldoli, l’edificio viene interamente sopraelevato di un piano suddiviso in 4 stanze e raggiunto da una scala inserita nella stanza retrostante la loggia incassata; probabilmente venivano eliminati i divisori in tavole di legno così creando l’ampia cucina. Se fa fede l’elegante incisione sull’architrave del camino tale intervento risale al 1843, infatti vi si legge R.S.F.F. – L.A. 1843, da riferirsi alle Reali Possessioni granducali o direttamente a Leopoldo II, benché la proprietà diretta del Granduca intercorse dal 1857 al 1900, ipotizzando per esteso Reale Serenissimo Fece Fare Leopoldo (d’)Austria 1843. Nello stato rilevato dall’A.R.F. possedeva una superficie coperta di 168 mq ed un volume di 1176 mc suddiviso in 9 vani.

A differenza di altri, Campominacci compare sempre nella cartografia antica nelle varie scale. Già lo rappresenta una mappa del 1637 allegata ad una relazione del 1710 del provveditore dell’Opera del Duomo di Firenze (riproduzioni della mappa si trovano in A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, in A. Bottacci, 2009, p. 31, cit.), poi si individua nella c.d. Carta Topografica Austriaca del 1853 e nella, di poco, successiva (1863-95) Carta IGM di primo impianto. In base alla cartografia ottocentesca, Pianta Geometrica della Regia Foresta Casentinese del 1850 (conservata presso il Nàrodni Archiv Praha) e Catasto Toscano, il fabbricato compare non distante dal Fosso del Campo alla Sega e lungo l’antica via che, correndo a mezzacosta, conduceva a Ridràcoli con la strada dell’Ammannatoia transitando prima dal fabbricato di Campo alla Sega (v. scheda toponomastica, con diramazione verso da un lato Botriali e dall’altro verso la Seghettina, previo attraversamento del fosso sul luogo dell’odierno Ponte alla Macchia), ma della quale solo un breve tratto pare trovare corrispondenza con la situazione odierna. In quell’epoca tale viabilità, di cui si trovano ancora consistenti resti, appare di classificazione superiore rispetto a quella circostante mentre successivamente, in base alla cartografia storica I.G.M. (1937), il ruolo di collegamento principale risulta svolto dalla mulattiera Ammannatoia-Botriali-Val di Rubbiana, che ancora oggi scavalca la dorsale di Poggio della Gallona per discendere nella Valle del Fosso del Ciriegiolone e risalire verso S. Paolo in Alpe, oggi in parte riutilizzata da una pista poderale. Se gli altri tracciati sono ridotti al rango di sentiero, la cresta incisa dalla S.F. Lama-S. Paolo in Alpe all’inizio del XX sec. non risulta invece interessata da alcun tipo di percorso, probabilmente per l’impraticabilità del versante orientale di Poggio della Serra precedentemente al suo taglio.

Il citato recupero del fabbricato  a cura dell’A.R.F. venne realizzato entro il 1986, come infatti è documentato nelle schede del Piano Strutturale comunale, dove viene classificato di interesse storico-architettonico e registrato come centro-visita, così come nelle prime edizioni della Carta escursionistica del Parco delle Foreste Casentinesi compariva il simbolo del rifugio: purtroppo è nuovamente conseguito l’abbandono tanto che, negli anni seguenti (2012), già lo si trovava parzialmente dissestato nella parte a monte, ma oggi (2019) purtroppo del tutto pericolante per un dissesto del terreno anche nella porzione a valle ed il crollo totale del tetto. L’evidenza della contrazione toponomastica rapportata alle, appunto, “minacciose” definizioni che si ritrovano negli antichi “vocaboli”, indirizza inevitabilmente a considerazioni riguardo l’aspetto poco “urbano” che dovevano possedere quanti a quei tempi erano avvezzi a mestieri tanto duri quali quelli dei boscaioli, oppure forse riferibili a un personaggio di, anche benevola, cattiva fama che vi abbia vissuto (Mino, Minaccio) tanto da costituire lascito toponomastico permanente.

Per approfondimenti ambientali e storici si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Ridracoli e/o relative ad acque, rilievi e insediamenti citati.

N.B.- Il toponimo forca, dal latino classico furca, ae = forca, strada a bivio e forcelle montana (A. Polloni) era probabilmente dovuto o alla viabilità che, oltre il ponte omonimo, si biforcava con detto tracciato di crinale e con uno di fondovalle che poi risaliva verso l’Ammannatoia ed oltre, oppure alla biforcazione fluviale con il Fosso di Campo alla Sega.

- La sega ad acqua venne inventata da Villard de Honnecourt nel sec. XIII e Leonardo da Vinci ne studiò il funzionamento nel 1480. A metà del ‘400 in Casentino sono documentate una sega ad acqua a Camaldoli (i monaci sono stati sempre all’avanguardia nella lavorazione del legno) e due artigiani specializzati a Papiano (M. Massaini, 2015, cit.) mentre, sul versante romagnolo «All’interno della foresta si costruirono direttamente e per concessione a terzi, nel corso del ‘500 e del ‘600, alcune seghe idrauliche per la lavorazione del legname sul posto e la sua preparazione al trasporto (sega del fosso del Bidente, sega del Ridracoli, dell’Asticciuola, del Ricopri). Tali seghe lavoravano al limite della legalità e, nonostante una rigida legislazione e una serie di regolamenti e di divieti per impedire tagli abusivi, per tutta l’età moderna hanno favorito la spogliazione della foresta da parte delle popolazioni confinanti.» (N. Graziani, 2001, p. 149, cit.). In particolare nel ‘6-‘700 l’Opera del Duomo di Firenze puntò al depezzamento del legname in dimensioni di più agevole trasporto con la costruzione di numerose seghe ad acqua in foresta, che però si ridussero ad una tra ‘700 e ‘800 a seguito del progressivo e totale disimpegno della stessa Opera, in attesa dei miglioramenti introdotti dal Siemoni.

- Negli scorsi anni ’70, a seguito del trasferimento delle funzioni amministrative alla Regione Emilia-Romagna, gli edifici compresi nelle aree del Demanio forestale, spesso in stato precario e/o di abbandono, tra cui Butriali, Campominacci, Manatoia e Seghettina, divennero proprietà dell’ex Azienda Regionale delle Foreste (A.R.F.); secondo una tendenza che riguardò anche altre regioni, seguì un ampio lavoro di studio e catalogazione finalizzato al recupero ed al riutilizzo per invertire la tendenza all’abbandono, senza successo tranne il totale riutilizzo della Seghettina di Sotto e quello parziale della Seghettina di Sopra. Con successive acquisizioni il patrimonio edilizio del demanio forlivese raggiunse un totale di 492 fabbricati, di cui 356 nel Complesso Forestale Corniolo e 173 nelle Alte Valli del Bidente. Circa 1/3 del totale sono stati analizzati e schedati, di cui 30 nelle Alte Valli del Bidente. Il materiale è stato oggetto di pubblicazione specifica.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

A. Bottacci, La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, 1959-2009, 50 anni di conservazione della biodiversità, Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Pratovecchio, 2009;

P. Bronchi, Alberi, Boschi e Foreste nella Provincia di Forlì e note di politica forestale e montana, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1985;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

M. Foschi, P. Tamburini, (a cura di), Il patrimonio edilizio nel Demanio forestale. Analisi e criteri per il programma di recupero, Regione Emilia-Romagna A.R.F., Bologna 1979;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

D. Mambrini, Galeata nella storia e nell’arte, Tipografia Stefano Vestrucci e Figlio, Bagno di Romagna, 1935 – XIII;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, AGC Edizioni, Pratovecchio Stia 2015;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Olschki, Firenze 1966, rist. 2004;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Comune di Bagno di Romagna, PSC 2004, Insediamenti ed edifici del territorio rurale, 2004, Scheda n.177;

Bagno di Romagna, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2008;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze

Link:www.fc.camcom.it/area biblioteca;

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

raggiungibile per sterrata - dalla provinciale di fondovalle del Bidente, direzione Santa Sofia - passo Calla, pocodopo la frazione Lago prendere sterrata sulla destra da seguire per circa 6 Km - proseguire poi a piedi (strada chiusa da sbarra) per altri 4 Km circa.

Testo di Bruno Roba

Campominacci si raggiunge principalmente utilizzando la rotabile S.F. S. Paolo in Alpe-La Lama, chiusa da una sbarra presso S. Paolo, percorrendone circa 3,9 km quando, poco dopo uno strettissimo tornante, si trova un’ampia pista sotto strada (asportato il segnavia segnaletico), utilizzata anche per raggiungere il crinale di Poggio della Gallona, che in 100 m conduce a Campominacci. Il tracciato è riportato nella cartografia sentieristica.

foto/descrizione :

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Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

Nota – Per visualizzare le foto nel loro formato originale salvarle sul proprio computer, oppure se il browser lo consente tasto destro sulla foto e Apri immagine in un’altra scheda.

 001a/001e – L’ampia vista panoramica dal Monte Penna consente di contestualizzare la dorsale che ospita Campominacci nell’alta Valle del Bidente di Ridràcoli agevolmente individuando il fabbricato grazie alla vestizione arborea invernale che evidenzia la sempreverde abetina che lo circonda (7/02/11 – 17/10/13 - 13/01/16).

 

001f/001i – Dal confine della Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino sulla Giogana presso Poggio Scali, tra la folta vegetazione si apre un ridotto scorcio che, sempre grazie alla sempreverde abetina che lo circonda, consente di individuare in sito di Campominacci (presso lo stretto tornante stradale), mentre il fabbricato rimane occultato alla vista (5/02/11 – 10/02/11).   

 

001j/001n – Se dal sito di Palestrina si fronteggia il versante della parte centrale dello spartiacque appenninico che ospita la Riserva di Sasso Fratino mentre la dorsale che si distacca da Poggio della Serra si nota appena sulla dx, portandosi sotto Pratalino, sul sentiero 235 CAI tra il Monte Cerviaia e il Monte Palestrina (che si nota in 1° p. sulla sx), la stessa dorsale appare nell’intero sviluppo insieme alla profonda incisone del Fosso delle Macine, che poi diviene di Campo alla Sega, fosso che si riesce a seguire fino al tratto finale ormai parte dell’invaso lacustre, come si nota dalle sponde prive di vegetazione. Se si riesce ad individuare l’Ammannatoia, Campominacci rimane mimetizzato tra le pieghe del rilievo, peraltro mancando le utili differenze cromatiche stagionali (16/10/16).

 

001o – 001p – 001q - Dalla dorsale che dalla Costa Poggio Piano, superata la rotabile, prosegue verso la Seghettina, sviluppandosi parallela alla dorsale di Poggio della Gallona, si può avere una vista ravvicinata e quasi in asse della ramificazione delle valli dei Fossi delle Macine/Campo alla Sega e dei Botriali, mentre subito sotto la sua cresta il foliage autunnale evidenzia l’abetina di Campominacci (17/11/11).

 

001r - 001s - 001t – Dal Belvedere Bocab sulla S.F. Lama-S. Paolo in Alpe e dai suoi pressi mentre la vista della valle del Fosso delle Macine/Campo della Sega è opposta alle precedenti ancora gli abeti consentono di localizzare il sito di Campominacci (5/05/17).

 

001u – Schema da cartografia moderna della vallata dei Fossi delle Macine e di Campo alla Sega e loro affluenti, con gli insediamenti esistenti o scomparsi in evidenza.

001v – 001w - Mappa schematica dedotta da cartografia storica di inizio XX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti, oltre che la superficie del futuro invaso, con particolare evidenziante il sito del Ponte alla Forca. La toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale.

001x – 001y - Mappe schematiche dedotte da cartografia storica di inizio e di metà del XIX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti; nella seconda appare una diversa classificazione della viabilità principale che pare privilegiare l’asse Ammannatoia-Campo alla Sega-Campominacci; compare il toponimo Campo alla Sega, finora anonimo. La toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale.

001z - Particolare della mappa del 1637 della ramificazione del Fosso di Campo alla Sega, anonima salvo i tratti montani dei Fossi della Motta e dell’Asticciola e di un Fondo alla Macine; compaiono Campo Minacci, Butriali, Mannatoia, Poggio Pratovecchio e Seghettina, oltre il Ponte a Ripicchione, posto subito a valle della confluenza del Fossato del Ciregiolo (oggi Fosso del Molinuzzo) nel fiume, quindi proprio nel luogo dove oggi sorge la diga (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, A. Bottacci, 2009, p. 31, cit.).

002a – 002b – 002c – L’innesto sulla S.F. S. Paolo in Alpe-La Lama e la pista verso Campominacci. Il segnavia è stato rimosso (18/08/12 – 18/12/16).

 

002d/002z – Viste esterne di Campominacci. Mentre alcune mostrano ancora l’apparenza di un fabbricato perfettamente ristrutturato, altre e soprattutto quelle più recenti evidenziano (specie penultima) il prossimo e definitivo collasso che, oltre che produrre un nuovo rudere, trasformerà in inutile dispendio di fondi pubblici l’impegno economico della ristrutturazione (31/03/12 – 15/06/12 - 18/12/16 – 5/05/17 - 30/09/19).

 

 

003a/003e – La grande cucina solo con la sopraelevazione della terza fase costruttiva verrà liberata dalle tramezzature lignee che suddividevano il locale organizzando due stanze sul lato opposto al camino, come dimostra l’acquaio incassato nella finestra più distante. L’abbandono ormai compromette definitivamente anche l’utilizzo estemporaneo dell’ex rifugio (15/06/12 - 30/09/19).

 

003f/003n – Gli ambienti uso stalla della 2a fase costruttiva, poi sopraelevati con la 3a, già ristrutturati negli scorsi Anni ’80 con finalità turistiche, completamente dissestati a causa dell’abbandono (31/03/12 – 5/05/17).

 

003o/003s – La stalla seminterrata relativa alla 1a fase costruttiva è il locale che si trova nelle condizioni statiche migliori dopo gli interventi di consolidamento e ristrutturazione degli scorsi Anni ’80, quando pare sia stato eliminato un pilastro centrale documentato dall'A.R.F. (31/03/12 – 15/06/12).

 

003t – Schema tipologico delle piante e della sezione del fabbricato con differenziazione in base alle principali fasi di accrescimento e indicazione della destinazione d’uso dei locali, ad eccezione di quanto previsto con il progetto di ristrutturazione e probabilmente raramente concretizzato nel riuso.

 

003u – Neografia da una vecchia edizione della carta escursionistica del Parco da cui risulta la segnalazione come di Campominacci rifugio.

004a/004e – L’area esterna al fabbricato con resti dell’aia e di una probabile letamaia, mentre il cumulo della 4a foto per posizione potrebbe nascondere i resti del grande annesso documentato nell’Ottocento ma ancora rappresentato nel catasto moderno (5/05/17).

 

004f – 004g - 004h - Tutto il versante, prima dell’abbandono, doveva essere spoglio ed occupato da ampie aree a prato-pascolo; così, appena sotto Campominacci, capita di trovare ancora un abbeveratoio (5/05/17).

 

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