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Campo della Sega

Tipo : rudere
Altezza mt. : 607
Coordinate WGS84: 43 50' 04" N , 11 53' 38" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, la Valle del Fiume Bidente di Pietrapazza riguarda il ramo più orientale del Bidente delimitato: ad Ovest, da un primo tratto del contrafforte secondario che si distacca da Poggio allo Spillo per concludersi con il promontorio della Rondinaia; ad Est da un primo tratto del contrafforte principale che si stacca da Cima del Termine per poi dirigersi verso Cesena. Da tali contrafforti si distaccano rispettivamente le seguenti dorsali. Una si stacca dal Monte Moricciona che, delimitando la valle dei fossi Fiurle/Trogo, converge verso l’altra, rilevante, proveniente dal Monte Castelluccio, che costituisce l’altro versante della valle verso il Monte Casaccia terminante con il Monte Riccio: qui, presso la confluenza dei Fossi di Strabatenza/Trappisa nel Bidente, a ridosso di Pian del Ponte, la valle si restringe quasi a chiudersi così creando una discontinuità con quella di Strabatenza e rendendo possibile una specifica identità geo-morfologica.

Per la relativa vicinanza dei due contrafforti il bacino idrografico appare relativamente stretto ma comunque presenta una notevole articolazione di crinali e controcrinali, a convergenza quasi simmetrica sull’incisione dell’asta fluviale principale orientata verso Nord, che contribuiscono a incrementare l’aspetto di progressiva ristrettezza e profondità della valle fino al suo sbocco a Pian del Ponte, dove tra le sommità opposte dei rilievi corre una distanza di circa 500 m. Dalla diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo, negli alti versanti conseguono sezioni vallive a “V” e nei fondovalle, specie dove essi si fanno più tormentati, profondi e ristretti, si formano gole, forre, financo degli orridi, con erosioni fondali a forma c.d. di battello, mentre i tratti più ripidi dei rilievi mostrano la roccia denudata. Nel versante esposto a settentrione dello spartiacque appenninico principale (la c.d. bastionata di Campigna-Mandrioli), specie nella parte a ridosso delle maggiori quote, si manifestano invece fortissime pendenze modellate dall’erosione e dal distacco dello spessore detritico superficiale con conseguente crollo dei banchi arenacei, lacerazione della copertura forestale e formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante (Poggio Rovino).

Se l’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio, in epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovano collocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale; gli insediamenti di derivazione poderale sono invece ancora raggiunti da una fitta e mai modificata ramificazione di percorsi, mulattiere, semplici sentieri (anche rimasti localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, come p.es. testimoniano i cippi stradali installati negli anni ’50 all’inizio di molte mulattiere, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; alcune strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo). Diversamente dalle zone collaterali, non si riscontrano nelle valli bidentine fabbricati anteriori al Quattrocento che non fossero in origine rocche, castelli o chiese, riutilizzati a scopo abitativo o rustico, o reimpieganti i materiali derivanti da quelli ed evidenzianti i superstiti conci decorati. Nell’architettura rurale persistono inoltre caratteri di derivazione toscana derivanti da abili artigiani. L’integrità tipologica dei fabbricati è stata peraltro compromessa dai frequenti terremoti che hanno sconvolto l’area fino al primo ventennio del XX secolo, ma anche dalle demolizioni volontarie o dal dissesto del territorio, così che se è più facile trovare fronti di camini decorati col giglio fiorentino o stemmi nobiliari e stipiti o architravi reimpiegati e riferibili al Cinque-Seicento, difficilmente sussistono edifici rurali anteriori al Seicento, mentre sono relativamente conservati i robusti ruderi delle principali rocche riferibili al Due-Trecento, con murature a sacco saldamente cementate, come quella di Corniolino. Gli edifici religiosi, infine, se assoggettati a restauri o totale ricostruzione eseguiti anche fino alla metà e oltre del XX secolo, hanno subito trasformazioni principalmente riferibili alla tradizione romanica o ad improbabili richiami neogotici.

Per approfondimenti ambientali e storici si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Pietrapazza.

Nel contesto morfologico del Bidente, dove la valle si restringe e si appresta ad iniziare il suo tratto più angusto, di particolare interesse è un lembo di fondovalle che strapiomba sull’ultima ansa quasi circolare del Fosso di Rio d’Olmo, dove si è appena aggiunto il Fosso delle Graticce e si manifesta la presenza del forte spessore dello Strato Contessa, così  mostrando profondi e contorti meandri dovuti all’azione erosiva esercitata dalle confluenze torrentizie concentrate in un’area limitata su quelle stratificazioni marnoso-arenacee variamente giacenti: mentre l’irruenza fluviale viene deviata fino ad aggirare un “protettivo” poggetto sovrastante, su quel terrazzo morfologico si adagia Pietrapazza. Spostandosi verso il cimitero è osservabile il tratto del Rio d’Olmo prossimo allo sbocco, dove la costante azione erosiva dell’acqua sui notevoli sbalzi delle stratificazioni marnoso-arenacee ha creato una sorta di colossale “marmitta dei giganti”. Qui si percorre un tratto restaurato della Mulattiera Ridràcoli-Bagno, che da questo lato conduceva a Ridràcoli tramite il baricentro civile e religioso di Casanova dell’Alpe attraversando il Bidente sul Ponte al cimitero di Pietrapazza (restaurato) in muratura di pietrame ad un’arcata circolare a tutto sesto pavimentato con pietra arenaria posta di taglio costruito, nel 1895 dai Milanesi, rinomati scalpellini di Cà di Pasquino di una localmente nota stirpe familiare di origine comacina, in luogo di una struttura in legno ormai pericolante e già a fine ‘700 ridotta a «[…] una trave d’abeto coi mantingoli […]» (S. Fabiani, G. Marcuccini, W. Rossi Vannini, 1987, p. 105, cit.), quindi dalla modesta tecnica costruttiva di una passerella costituita da una trave su robuste spalle in pietra che qui dovevano essere piuttosto distanziate; nella cartografia storica I.G.M. del 1937 non compare né il corrispondente simbolo grafico della “pedanca” ne quello del ponte mentre parrebbe esistere un attraversamento a guado poco più a valle verso l’ansa fluviale, così come in un foglio del Catasto Toscano del XIX sec. mentre nel foglio adiacente la grafia incerta pare riportare il segno di una struttura, forse conseguente ad un aggiornamento di fine secolo.

In questo contesto Campo della Sega è un insediamento classificato di pregio storico-culturale e testimoniale, il cui toponimo presuppone la presenza di una sega ad acqua … «Ivi il Padre Apennino non corruso ma verde, mostravasi aperto e vestito con alberi sul fianco, appiè del quale una cascata di acque da sega in sega e tra i massi rompendosi lieve lieve come velo copriva un ponticello …» (P. Ferroni, Autobiografia, 1825, in G.L. Corradi, O. Bandini, 1992, p.78, cit.), inserito in un paesaggio caratterizzato dall’alternanza di formazioni boschive e pascoli in posizione di fondovalle, al termine di una cresta stretta tra un’ansa del Bidente di Pietrapazza, presso la confluenza del Fosso Fondo Rignone, e le scoscese balze della dorsale che dal Crinale della Bertesca si proietta verso Pietrapazza, delimitata oltre che dalla profonda incisione del Fondo Rignone anche dai Fossi del Castagnaccio e di S. Giavolo. Per la collocazione territoriale sicuramente ricadeva tra i beni appartenenti all’unico grandissimo appoderamento dell’Eremo Nuovo fino alla sua cessazione operativa a seguito dell’abbandono da parte dei Monaci di Camaldoli, nel 1511, quando venne frammentato in unità poderali. Ai fini della datazione, non è noto se comparisse nel Catasto Toscano del 1826-34 mentre è presente sia nella cartografia storica I.G.M. del 1937 sia nel N.C.T. 1935-39, dove appare isolato rispetto ad ogni traccia sentieristica o viaria. Non si hanno altre notizie salvo che nel 1914 vi lavorava la famiglia Mosconi e che venne abbandonato subito dopo la 2^ Guerra Mondiale; una foto del 1987 evidenzia la completa sussistenza di un fabbricato tuttavia in notevole stato di fatiscenza, dopo i primi tre lustri del XXI sec. rimangono individuabili pochi resti poco comprensibili riguardo l’utilizzo dei vani, in particolare il lato O dotato di ambiente dotato di un particolare camino/forno (rimangono le mensole della cappa, in questo caso anziché della tradizionale loggia di ingresso con forno potrebbe trattarsi di una stanza chiusa eventualmente uso cucina, insolitamente con forno interno). All’esterno della parete è addossato un piccolo locale di servizio o stalletto, mentre i resti di un altro annesso si trovano poco distante sul medesimo lato. È ancora possibile stabilire che il fabbricato, a lunga pianta rettangolare, era composto da almeno due ampi locali allineati O/E adiacenti alla loggia, probabilmente una cucina (salvo se altro) e un locale uso stalla o servizio collegati da una porta ancora riconoscibile, particolarmente ampia; è ipotizzabile un uso diverso degli ambienti inferiori considerata l’attività di segheria, con conseguente uso abitativo per uno o due locali del piano superiore, presumibilmente sottotetto considerate le tracce del solaio. La foto del 1987 mostra l’avvenuto crollo della porzione d’angolo lato loggia ma, oltre alla finestra del piano superiore (ancora chiusa dal serramento), si notano parte delle cornici di una porta e porzione di un’ulteriore apertura superiore, mentre all’interno si individua una tramezzatura dotata di due ampie aperture che richiamano però un utilizzo a fini agricoli, come se i locali di questo lato avessero tale uso ed i locali opposti fossero destinati ad abitazione, giustificando l’ampia porta di ingresso quindi aperta sotto un’ampia loggia, coerente con la struttura. Il letto del Bidente sotto il fabbricato più che una conformazione “a battello” presenta l’insolito aspetto dello scafo di un’imbarcazione, comunque di un canale con sezione a “V” idoneo per indirizzare il flusso idrico nei meccanismi di funzionamento di una sega ad acqua, di cui comunque non si nota traccia.

L’insediamento non si deve confondere (come da parte di alcuni autori) con il quasi omonimo Campo alla Sega, ricadente nel bacino del Bidente di Ridràcoli e rientrante tra i beni posseduti dall’Opera del Duomo di Firenze in Romagna che, avendo preso possesso delle selve “di Casentino e di Romagna” e costatato che, sia nei vari appezzamenti di terra lavorativa distribuiti in vari luoghi e dati in affitto o enfiteusi che altrove, si manifestavano numerosi disboscamenti e roncamenti non autorizzati, desiderando evitare nuovi insediamenti, già dalla fine del 1510 intervenne decidendo di congelare e confinare gli interventi fatti, stabilendo di espropriare e incorporare ogni opera e costruzione eseguita e concedere solo affitti quinquennali. I nuovi confinamenti vennero raccolti nel “Libro dei livelli e regognizioni livellarie in effetti” che, dal 1545 al 1626 così costituisce l’elenco più completo ed antico disponibile. Da un accurato elenco relativo al 1637 così si hanno le prime informazioni sul luogo e gli affittuari: «1637 – Nota dei capi dei beni che l’opera è solita tenete al livellati in Romagna e Casentino e sono notati col medesimo ordine col quale fu di essi fatta menzione nella visita generale che ne fu fatta l’anno 1631: Tutti li beni infrascritti da n. 24 a n. 40 inclusine, sono in Romagna nel Capitanato di Bagno, nel Comune di Ridracoli, nel Popolo di San Martino a Ridracoli: […] 25) Campo alla Sega, podere tenuto da redi di ser Carlo di Iacopo Fei […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 410, cit.). Nel Contratto livellario stipulato nel 1818 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli si trova un’ulteriore descrizione del podere: «Tutta questa tenuta  […] è composta dai seguenti terreni cioè […] 18° Podere detto dell’Ammannatoia, nel popolo di Ridracoli in detta comune […]. Questo podere è composto dei seguenti terreni cioè […] III° una casetta denominata Campo alla Sega addetta al nominato podere composta di quattro stanze da cielo a terra. Questa fabbrica merita di essere resarcita […]. Annessi a questa casetta vi sono i seguenti terreni cioè: I° un tenimento di terre lavorative, sodive, prative, mozziconate, pomate, abetate, franate, sassose, ripate e balzate, di staia 140 coi vocaboli di Felceto, Campo alla Sega, su per la Bertesca, Casaccia e Poggiolo di Garbino, salvo se altri vocaboli.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 472-473, cit.). Senza farsi trarre in inganno dal “vocabolo” la Bertesca, si può consultare la Pianta Geometrica della Regia Foresta Casentinese del 1850 (conservata presso il Nàrodni Archiv Praha, Link:www.imagotusciae.it.) dove espressamente compare detto fabbricato presso il Fosso del Campo alla Sega e lungo l’antica e scomparsa via che collegava l’Ammannatoia con Campominacci.

N.B.:

- La sega ad acqua venne inventata da Villard de Honnecourt nel sec. XIII e Leonardo da Vinci ne studiò il funzionamento nel 1480. A metà del ‘400 in Casentino sono documentate una sega ad acqua a Camaldoli (i monaci sono stati sempre all’avanguardia nella lavorazione del legno) e due artigiani specializzati a Papiano (M. Massaini, 2015, cit.) mentre, sul versante romagnolo «All’interno della foresta si costruirono direttamente e per concessione a terzi, nel corso del ‘500 e del ‘600, alcune seghe idrauliche per la lavorazione del legname sul posto e la sua preparazione al trasporto (sega del fosso del Bidente, sega del Ridracoli, dell’Asticciuola, del Ricopri). Tali seghe lavoravano al limite della legalità e, nonostante una rigida legislazione e una serie di regolamenti e di divieti per impedire tagli abusivi, per tutta l’età moderna hanno favorito la spogliazione della foresta da parte delle popolazioni confinanti.» (N. Graziani, 2001, p. 149, cit.). In particolare nel ‘6-‘700 l’Opera del Duomo di Firenze puntò al depezzamento del legname in dimensioni di più agevole trasporto con la costruzione di numerose seghe ad acqua in foresta, che però si ridussero ad una tra ‘700 e ‘800 a seguito del progressivo e totale disimpegno della stessa Opera, in attesa dei miglioramenti introdotti dal Siemoni.

- per ubicazione e epoca di documentazione, alcuni insediamenti i cui toponimi hanno come elemento base Campo, «[…] potrebbero essere ricollegati al periodo della forte contrapposizione bizantino-longobarda […]» (M. Massaini, 2015, p. 28, cit.) e «[…] probabilmente restano ad indicare piccoli presidi lungo strade di valico o comunque in punti atti a sbarrare il passo agli invasori […]» (A. Fatucchi, 1975, p.14, cit.). I longobardi, occupato il Pratomagno e l’alto Casentino entrandovi dalla Consuma e Montemignaio, fecero ingresso nella Romagna vincendo le resistenze dei bizantini di Ravenna valicando l’Appennino ai Passi della Calla e delle Crocicchie, presso il Falterona (M. Massaini, 2015, cit.), quindi penetrandovi attraverso gli storici assi viari sopra ricordati.

RIFERIMENTI   

AA.VV., Il popolo di Pietrapazza, C.C.I.A.A. di Forlì, Cooperativa culturale Re Medello, Forlì 1989;

G.L. Corradi, O. Bandini, “Per quanto la veduta consenta di spaziare”. Scelta di testi dal XIV al XIX secolo, in: G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

G.L. Corradi, N. Graziani (a cura di), Il bosco e lo schioppo, Vicende di una terra di confine tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

A. Fatucchi, Aspetti dell’invasione longobarda del territorio aretino, Stab. Tip. Palmini & C., Arezzo 1975;

S. Fabiani, G. Marcuccini, W. Rossi Vannini, I sentieri dei passi perduti. Territorio e mulattiere tra alta Val Savio e alta Val Bidente nel Comune di Bagno di Romagna. Storia e Guida, Coop. Culturale “Re Medello”, C.M. dell’Appennino Cesenate, S. Piero in Bagno 1987;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, AGC Edizioni, Pratovecchio Stia 2015;

M. Pinzani, Lineamenti di storia forestale della Romagna toscana, in N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Firenze, Le Lettere 2001, vol. I, pag. 137;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anastatica Castrocaro Terme 1989;

Piano Strutturale del Comune di Bagno di Romagna, Insediamenti ed edifici del territorio rurale, 2004, Scheda n.663;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Foreste Casentinesi, Campigna – Camaldoli – Chiusi della Verna, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2012;

Link https://servizimoka.regione.emilia-romagna.it/appFlex/sentieriweb.html;

Link:www.imagotusciae.it.

Percorso/distanze :

in sponda sinistra del fosso Bidente, a monte di Pietrapazza

Testo di Bruno Roba

È raggiungibile da Pietrapazza, dove si perviene dalla S.F. Poggio alla Lastra-Pietrapazza (sterrata di circa 10 km), si percorre prima un breve tratto del Sent. 221 CAI fino a superare il ponte in pietra sul Bidente quindi, percorsi 100 m, anziché proseguire sulla mulattiera verso La Casetta si esce sulla sx dal sentiero 221 CAI (bivio evidente) percorrendo tracce di sentiero sulla sponda del fiume poi attraversandolo spesso a guado, o percorrendo il suo letto, per 1 km fino alla confluenza del Fosso Fondo Rignone nel fiume. Ancora 100 m e si trovano i ruderi del fabbricato, in tutto 1,3 km da Pietrapazza. La cartografia sentieristica non riporta il percorso, per cui occorre autorganizzazione e predisposizione agli imprevisti pur non essendo necessaria particolare preparazione.

foto/descrizione :

Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

Nota – Per visualizzare le foto nel loro formato originale salvarle sul proprio computer, oppure se il browser lo consente tasto destro sulla foto e Apri immagine in un’altra scheda.

001a/001l – Viste perimetrali del fabbricato (1/09/16).

 

001m/001u – Particolari dei resti del forno, del locale antistante apparentemente privo di separazione, e dell’ampia e inconsueta porta di collegamento con il locale successivo che poteva essere aperto ad ampia loggia, come dimostrerebbe (v. particolare foto 1q) la spalletta muraria priva di sagomatura per serramenti (1/09/16).

 

001v – 001x - Collage con raffronto con neografia di foto del 1987 relativo alla parete O del fabbricato ospitante il forno, che ancora presenta l’annesso aderente sull’esterno e che evidenzia l’avvenuto crollo della porzione d’angolo; oltre alla finestra del piano superiore si notano parte delle cornici di una porta e porzione di un’ulteriore apertura superiore, mentre all’interno si individua una tramezzatura dotata di due ampie aperture che richiamano però un utilizzo a fini agricoli.

 

001y – 001z – Resti di un annesso sul lato O (1/09/16).

 

002a/002d – Il fabbricato sorge all’estremità di una cresta che si stacca dalla dorsale di S. Giavolo, stretta tra un fossatello (si vede nella foto) che precede il Fosso di S. Giavolo  e il Fosso Fondo Rignone (1/09/16).

 

002e/002l – Dal crinale tra Pietrapazza e Cialdella, nei pressi della Maestà del Raggio, si ha una vista ravvicinata della dorsale di S. Giavolo con le profonde incisioni dell’omonimo fosso a sx e del Fosso Fondo Rignone a dx che risale verso Siepe dell’Orso e il “valico” del Paretaio. Nel fondovalle tra la vegetazione emergono creste prossime a quella dove sorge Campo della Sega (3/10/12 - 12/07/16 - 1/09/16).

 

003a/003d – Il letto del Bidente sotto il fabbricato più che una conformazione “a battello” presenta l’insolito aspetto dello scafo di un’imbarcazione, comunque di un canale con sezione a “V” idoneo per indirizzare il flusso idrico nei meccanismi di funzionamento di una sega ad acqua, di cui comunque non si nota traccia (1/09/16).

 

003e – 003f - 003g – Il Fosso Fondo Rignone confluisce nel Bidente (1/09/16).

 

003h/003u – Varie viste del tragitto dal bivio sul sentiero 221 CAI verso Campo della Sega, tra scorci suggestivi (la foto 3l mostra la ripida parete stratificata sottostante la La Casetta dove corre la Mulattiera Bagno-Ridràcoli) e attraversamenti a guado. Le ultime due foto riprendono un fossatello che precede il Fosso Fondo Rignone e una cresta nell’ansa fluviale che precede quella di Campo della Sega (12/07/16 - 1/09/16).