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scheda n. 1589 letta 38 volte

La Bertesca

Tipo : rudere
Altezza mt. : 431
Coordinate WGS84: 43 49' 23" N , 11 53' 14" E
Toponimo nell'arco di
notizie :


documentato dal 1600 abbandonato nel 1970

Testo di Bruno Roba

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, la Valle del Fiume Bidente di Pietrapazza riguarda il ramo più orientale del Bidente delimitato: ad Ovest, da un primo tratto del contrafforte secondario che si distacca da Poggio allo Spillo per concludersi con il promontorio della Rondinaia; ad Est da un primo tratto del contrafforte principale che si stacca da Cima del Termine per poi dirigersi verso Cesena. Da tali contrafforti si distaccano rispettivamente le seguenti dorsali. Una si stacca dal Monte Moricciona che, delimitando la valle dei fossi Fiurle/Trogo, converge verso l’altra, rilevante, proveniente dal Monte Castelluccio, che costituisce l’altro versante della valle verso il Monte Casaccia terminante con il Monte Riccio: qui, presso la confluenza dei Fossi di Strabatenza/Trappisa nel Bidente, a ridosso di Pian del Ponte, la valle si restringe quasi a chiudersi così creando una discontinuità con quella di Strabatenza e rendendo possibile una specifica identità geo-morfologica.

Per la relativa vicinanza dei due contrafforti il bacino idrografico appare relativamente stretto ma comunque presenta una notevole articolazione di crinali e controcrinali, a convergenza quasi simmetrica sull’incisione dell’asta fluviale principale orientata verso Nord, che contribuiscono a incrementare l’aspetto di progressiva ristrettezza e profondità della valle fino al suo sbocco a Pian del Ponte, dove tra le sommità opposte dei rilievi corre una distanza di circa 500 m. Dalla diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo, negli alti versanti conseguono sezioni vallive a “V” e nei fondovalle, specie dove essi si fanno più tormentati, profondi e ristretti, si formano gole, forre, financo degli orridi, con erosioni fondali a forma c.d. di battello, mentre i tratti più ripidi dei rilievi mostrano la roccia denudata. Nel versante esposto a settentrione dello spartiacque appenninico principale (la c.d. bastionata di Campigna-Mandrioli), specie nella parte a ridosso delle maggiori quote, si manifestano invece fortissime pendenze modellate dall’erosione e dal distacco dello spessore detritico superficiale con conseguente crollo dei banchi arenacei, lacerazione della copertura forestale e formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante (Poggio Rovino).

Se l’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio, in epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovano collocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale; gli insediamenti di derivazione poderale sono invece ancora raggiunti da una fitta e mai modificata ramificazione di percorsi, mulattiere, semplici sentieri (anche rimasti localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, come p.es. testimoniano i cippi stradali installati negli anni ’50 all’inizio di molte mulattiere, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; alcune strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo). Diversamente dalle zone collaterali, non si riscontrano nelle valli bidentine fabbricati anteriori al Quattrocento che non fossero in origine rocche, castelli o chiese, riutilizzati a scopo abitativo o rustico, o reimpieganti i materiali derivanti da quelli ed evidenzianti i superstiti conci decorati. Nell’architettura rurale persistono inoltre caratteri di derivazione toscana derivanti da abili artigiani. L’integrità tipologica dei fabbricati è stata peraltro compromessa dai frequenti terremoti che hanno sconvolto l’area fino al primo ventennio del XX secolo, ma anche dalle demolizioni volontarie o dal dissesto del territorio, così che se è più facile trovare fronti di camini decorati col giglio fiorentino o stemmi nobiliari e stipiti o architravi reimpiegati e riferibili al Cinque-Seicento, difficilmente sussistono edifici rurali anteriori al Seicento, mentre sono relativamente conservati i robusti ruderi delle principali rocche riferibili al Due-Trecento, con murature a sacco saldamente cementate, come quella di Corniolino. Gli edifici religiosi, infine, se assoggettati a restauri o totale ricostruzione eseguiti anche fino alla metà e oltre del XX secolo, hanno subito trasformazioni principalmente riferibili alla tradizione romanica o ad improbabili richiami neogotici.

Per approfondimenti ambientali e storici si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Pietrapazza.

Uno dei vari tracciati che risalivano l’alta valle del Bidente di Pietrapazza, superato dalla fine del XIX sec. il Ponte delle Graticce, ancora oggi risale brevemente il Rio d’Olmo per poi superarlo e guadagnare il crinale sostando davanti alla Maestà del Raggio, ridiscende al Bidente superandolo sul Ponte della Chiesina. Oltrepassato l’Eremo Nuovo (oggi sostituito da una pista fino alla Bertesca e all’incrocio con la S.F. del Cancellino), mentre come sentiero 207 CAI si dirige verso l’omonimo Passo della Bertesca ricongiungendosi con l’antica Via Maestra che vien dall’Eremo (di Camaldoli) per raggiungere il Passo della Crocina (anticamente Crocina di Bagno e Croce di Guagno o Guagnio, toponomastica che si ritrova in una mappa del 1637 allegata ad una relazione del 1710 del provveditore dell’Opera del Duomo di Firenze - riproduzioni della mappa si trovano in A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, in A. Bottacci, 2009, p. 31, cit. oltre che citata in una relazione del 1663: «[…] si venne per la strada del Poggio tra la Bertesca e Valdoria et il Pozzone et arrivati alla Croce di Guagnio e pigliato il Giogo tra il confino de reverendi padri di Camaldoli e l’Opera di Santa Maria del Fiore si seguitò detta giogana […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 315, cit.). Un’ampia parte del versante dell’alta valle del Bidente sottostante il Crinale della Bertesca, con gli omonimi Poggio e Passo, presenta quasi insolitamente vasti declivi a dolce pendenza come Pian della Saporita: sotto il suo margine si trova l’appoderamento della Bertesca, insediamento di mezzacosta ma di quota medio-alta di notevole interesse ambientale inserito in un paesaggio caratterizzato dalla prevalenza di formazioni boschive, lande e cespuglieti, dove la dolcezza dei pendii dell’appoderamento contrasta con l’improvvisa verticalità dell’incombente crinale appenninico che evidenzia i tormentati precipizi di Poggio Rovino.

Il luogo rientrava tra i beni posseduti dall’Opera del Duomo di Firenze in Romagna e il relativo appezzamento boschivo è documentato fin dal 1545 nell’inventario eseguito dopo che l’Opera, avendo preso possesso delle selve “di Casentino e di Romagna”, dove desiderava evitare nuovi insediamenti, aveva costatato che, sia nei vari appezzamenti di terra lavorativa distribuiti in vari luoghi e dati in affitto o enfiteusi che altrove, si manifestavano numerosi disboscamenti e roncamenti non autorizzati; pertanto, dalla fine del 1510 intervenne decidendo di congelare e confinare gli interventi fatti, stabilendo di espropriare e incorporare ogni opera e costruzione eseguita e concedere solo affitti quinquennali. I nuovi confinamenti vennero raccolti nel “Libro dei livelli e regognizioni livellarie in effetti” che, dal 1545 al 1626 così costituisce l’elenco più completo ed antico disponibile «[…] dei livelli che l’Opera teneva in Romagna […] se ne dà ampio conto qui di seguito […] 1545 […] – Una presa di terra aggettata e boscata in luogo detto la Bertesca la quale comincia sopra l’Eremo Nuovo […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 150, cit.). I contratti prevedevano che la manutenzione delle varie costruzioni esistenti nei poderi fosse a carico dei conduttori dei fondi ma, essendo piuttosto onerosa o per scarso interesse, essi spesso si rendevano inadempienti dando luogo a procedimenti di addebito, fino al sequestro del raccolto o lunghe cause legali, che consentono, tra l’altro, di attribuire una datazione in merito alla sussistenza degli stessi fabbricati e al nominativo dei loro conduttori. Nel 1616 un fabbricato venne concesso a Riccardo Lollini che poi lo abbandonò tanto da documentare nel 1636 l’esigenza dei restauri, da cui si rileva la data di concessione quindi di sussistenza: «Acconcimi alla casa del podere della Bertesca […] per […] opre di muratore […] per impalcare la capanna, usci e finestre […] per detta casa […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 154-155, cit.). Da un nuovo accurato elenco relativo all’anno successivo: «1637 – Nota dei capi dei beni che l’opera è solita tenere allivellati in Romagna e Casentino e sono notati col medesimo ordine col quale fu di essi fatta menzione nella visita generale che ne fu fatta l’anno 1631: […] 59) Bertesca, podere tenuto da redi di Riccardo Lollini 60) Bertesca, terra tenuta da Gentile di Bartolo dall’Eremo Nuovo fu unita al podere della Bertesca […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 412, cit.). Successivamente il podere compare documentato in una relazione del 1677: «[…] siccome li poderi di Romagna appresso notati cioè […] la Bertesca […] che tiene a livello Pier Soldini […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977 , p. 329, cit.). Da una relazione del 1763 sullo stato dei poderi dell’Opera si apprende: «[…] 1) BERTESCA – Fu veduto et osservato essere stato resarcito dai fondamenti quasi tutta la muraglia della conversa di casa, lastronata la stalla delle capre, rifatta tutta la scala di casa e resarcito i tetti. Per l’anno corrente non parer vi sia altro di bisogno che rimpoderarsi la casa cioè, la stanza del fuoco, e camera e rivedersi di nuovo i tetti. […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977 , pp. 438-439, cit.). Nel 1789, da una relazione sui canoni da stabilirsi, risulta che i: «I poderi la Bertesca […] sono situati alle falde di vasto circondario delle selve d’abeti e sembra che sieno stati fabbricati in detti luoghi per servire di custodia e per far invigilare dai contadini di detti poderi […] non ardirei mai di far proposizione di alienarli ma […] come si rileva chiaramente dalla loro posizione servendo di cordone e custodia alle macchie medesime […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 441, 442, cit.). Nell’Archivio dell’Opera si trova anche una documentazione non datata, comunque di fine ‘700, contenente una descrizione delle case rurali dei poderi di appartenenza, tra cui la «[…] Casa del podere della Bertesca: Piano a terreno – Esso contiene una stalla per le vacche altra stalla per le capre una stallina e stalla per le pecore la quale ha l’ingresso dal portichetto della caciaia. La capanna resta sopra la stalla delle vacche. Piano a palco – La stalla resta sotto il portico e introduce alla caciaia e a una stanza in soffitta con il camino. Da questa si passa ad altra stanza a tetto, e sotto la detta loggia vi è il forno.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 447, cit.). Altri lavori di restauro sono documentati nel 1763; nel 1818 ne sarebbero necessari ulteriori, come risulta dalla descrizione dei confini del Contratto livellario tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli: «Tutta questa tenuta  […] è composta dai seguenti terreni cioè […] 10° Un podere denominato la Bertesca […] con casa da lavoratore composta di sette stanze da cielo a terra con forno, aia, loggia, capanna. Qual fabbricato merita di essere restaurato […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 466-468, cit.), ma solo nel 1832 viene provveduto costruendo una nuova casa, probabilmente un ampliamento. Sciolto d’imperio il contratto del 1818 per inadempienze nell’applicazione di un rigoroso regime forestale ai possedimenti dell’Opera, nel 1840 il Granduca fece stipulare un nuovo Contratto livellario con il Monastero di Camaldoli, così si trova un’ulteriore, ed ora estremamente precisa, descrizione del podere e dei fabbricati quando, dal 1825-30 è di proprietà di Gio. Battista Amadori: «N° 14 - Podere della Bertesca […] lavorato dalla famiglia colonica di Giovan Battista Amadori. Fabbricati colonici. La casa colonica costruita per la massima parte di recente comprende a terreno una stanza ad uso caciaia con ingresso a levante ed una stalla per le pecore con ingresso a mezzogiorno e corredata di mangiatoia. Il piano superiore al livello del piazzale attesa l’inclinazione del suolo si compone di un portichetto ove corrisponde la bocchetta del forno il quale introduce in una stalla per le pecore e alla cucina corredata del camino e dell’acquaio e con la mossa di una scala di legno che monta superiormente avente l’accesso di una camera. Altro portichetto con un porcile contiguo dà ingresso ad una stalla per le vaccine munita di mangiatoia a contatto della quale altra ne esiste con ingresso esterno. Il secondo piano a tetto a cui si monta dalla nominata scala ha una stanza per vari usi la quale libera tre camere. E con ingresso esterno due stanze di seguito superiori alle stalle per le vaccine ad uso di capanna. Separata sull’aia una loggetta di recente costruzione. Ed in luogo detto la Mandra Vecchia una stalla a terreno ed una capanna superiore. Terreni […] Un tenimento di terra […] distinto per i vocaboli: […] le Mandrie Vecchie […]. Altro appezzamento di terra affatto separato dal sopra descritto già componente un piccolo podere detto il Poderaccio, ove esisteva una casa rusticale stata distrutta da un incendio e i cui avanzi esistono tuttora […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 498, 527-529, cit.). Nel 1864 è di proprietà di Pasquale Pettinari, nel 1914 è abitato e lavorato dalla famiglia Mosconi (21 componenti) ed è stato abbandonato nel 1970 da Eraldo Ricci noto con il soprannome di Pachione. Dunque costituito oltre all’insediamento colonico principale e da due annessi adiacenti (uno relativo all’ultima fase) anche da una stalla-fienile posta circa 200 m più a monte nota come Mandria Vecchia, documentata ancora negli scorsi anni ‘70 ma oggi scomparsa (v. scheda toponomastica), la casa-stalla della Bertesca, che possiede finestre incorniciate da elementi monolitici in arenaria decorati da incisioni parallele, che già si trova rappresentata nella sopracitata mappa del 1637, è documentata sia nella Pianta Geometrica della Regia Foresta Casentinese del 1850 (conservata presso il Nàrodni Archiv Praha) sia nel Catasto toscano del 1826 e del 1840 sia nel NCT del 1935-39 con consistenza simile all’attuale, strutture edilizie considerate di pregio storico-culturale e testimoniale in parte ancora riconoscibili tranne gli annessi invasi dalla vegetazione. Il fabbricato negli scorsi Anni ’70-’80 è stato oggetto di analisi storico-tipologica e metodologica a cura di C.C.I.A.A., Amm. Prov. e E.P.T. di Forlì. Grazie ad essa si apprende che si tratta di un fabbricato notevolmente diacronico in quanto articolato in corpi dovuti ad incrementi costruttivi successivi conseguenti a quattro fasi di ampliamento nella direzione del pendio, su due livelli eventualmente con sottotetto, che hanno visto inizialmente la realizzazione di una stalla parzialmente interrata con fienile superiore sfruttanti il pendio anche per gli accessi, per una superficie coperta di circa 42 mq. Nella 2^ fase alla prima stalla vengono affiancate una seconda stalla ed una probabile cucina, con sottotetto a probabile uso di stanza da letto, poggiante su un’altra stalla al livello inferiore. In tale cucina però non sono state rinvenute tracce del camino (che è documentato nella soffitta) mentre erano presenti resti di una loggetta coperta (balchio), sicuramente con forno (documentato), e della scala di accesso, per una superficie coperta di circa 67 mq. Nella 3^ fase, che ancora si può vedere strutturalmente quasi integra, viene aggiunto l’ultimo corpo a valle con due stalle nel livello più basso e superiormente viene realizzata la nuova cucina e una stanza, che per via del pendio sono poste ad un livello inferiore a quello della precedente cucina, entrambe con sottotetto ad uso stanza da letto o di disimpegno ed alcune finestre con cornici decorate, per una superficie coperta di circa 72 mq. Un’ultima fase vede l’ampliamento laterale della stalla originaria, probabilmente con pareggiamento delle coperture e sistemazione dei sottotetti da abitativo ad uso di servizio, portando l’edificio ad una superficie coperta complessiva di circa 220 mq.

L’Ente Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi ha annunciato (2013) la prospettiva dell’apertura di una fase di collaborazione con la Regione Emilia Romagna verso intese finalizzate al recupero e conservazione di strutture pubbliche importanti per l’area protetta e con un’elevata valenza testimoniale, tra cui la Bertesca.

Riguardo l’aspetto toponomastico si può prendere in considerazione una derivazione dal latino medievale brittisca, e Brittiscus = attinente ai Britti (Brettoni) con il suffisso –iscus, oltre che dal francese antico bretesche = “torre di legno per saettare dall’alto”, considerando in prima sillaba la metàtesi semplice (scambio di consonante); si tratta di una terminologia militaresca, da cui è derivato anche Bertinoro, dal nome proprio o comune dal latino medievale Brittus, Brittinus, della Bretagna, o Brettone, brettagnino, bertagnino, bertagnotto (v. metàtesi), con il significato esteso a soldato in generale e non solo della Bretagna.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Il luogo e la continuità. I percorsi, i nuclei, le case sparse nella Vallata del Bidente, C.C.I.A.A., Amm. Prov. Forlì, E.P.T. Forlì, Forlì 1984

AA.VV., Il popolo di Pietrapazza, C.C.I.A.A. di Forlì, Cooperativa culturale Re Medello, Forlì 1989;

S. Bassi, N. Agostini, A Piedi nel Parco, Escursioni nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, ComunicAzione, Forlì 2010;

A. Bottacci, La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, 1959-2009, 50 anni di conservazione della biodiversità, Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Pratovecchio, 2009;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Firenze, Le Lettere 2001;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Olschki, Firenze 1966, rist. 2004, p. 39;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anastatica Castrocaro Terme 1989;

Piano Strutturale del Comune di Bagno di Romagna, Insediamenti ed edifici del territorio rurale, 2004, Scheda n.678, completa di documentazione fotografica;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze

Carta dei sentieri, Foreste Casentinesi, Campigna – Camaldoli – Chiusi della Verna, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2012;

Carta dei sentieri, Comune di Bagno di Romagna, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2008;

Link https://servizimoka.regione.emilia-romagna.it/appFlex/sentieriweb.html.

Link:www.imagotusciae.it.

Percorso/distanze :

sul sentiero 205 Pietrapazza - Passo della Bertesca

Testo di Bruno Roba

È raggiungibile senza difficoltà dalla S.F. del Cancellino (sterrata non transitabile di 20 km che si distacca al km 198+500 della S.R. 71 Umbro-Casentinese) lungo la quale si trova, poco più a Sud del km 7-13, l’innesto del Sent. 205 CAI che, su sterrata non transitabile, conduce in 800 m ai ruderi cercati. Alla S.F. del Cancellino si può giungere agevolmente anche tramite il Sent. 207 CAI dal Paretaio, dove si perviene dalla S.F. Poggio alla Lastra-Grigiole, percorrendo in tutto 2,3 km fino all’innesto del Sent. 205. Qualora si giunga da Pietrapazza, dove si perviene dalla S.F. Poggio alla Lastra-Pietrapazza (sterrata di circa 10 km), si percorre prima un breve tratto (200 m) del Sent. 209 CAI quindi dall’inizio il Sent. 205 CAI per ulteriori 3,7 km fino a destinazione, seguendo un antico ed oggi interessante tragitto che si sviluppa prima sulla cresta del crinale che separa il Bidente di Pietrapazza dal Rio d’Olmo poi scende ad attraversare il Bidente per transitare quindi dall’Eremo Nuovo e risalire la valle. Il percorso è riportato in tutta la cartografia sentieristica. Vi si può giungere anche da Prato ai Grilli: per l’itinerario v. schede toponomastiche Poderaccio e Buca.

foto/descrizione :

foto del 2010 inviate da Walter Donati
Bertesca

Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

Nota – Per visualizzare le foto nel loro formato originale salvarle sul proprio computer, oppure se il browser lo consente tasto destro sulla foto e Apri immagine in un’altra scheda.

001a - 001b – 001c - Le spoglie fronde arboree dello spartiacque subito sopra il Passo dei Lupatti consentono di scorgere l’incisione del Bidente tra la Cialdella e l’Eremo Nuovo e i campi incolti della Bertesca mentre le ombre invernali avanzano già nel primo pomeriggio (7/01/12).

 

001d – 001f – Dal Monte Càrpano si ha la vista più elevata del declivio sottostante il Crinale della Bertesca (3/10/11).

 

001g /001m – La S.F. Nocicchio-Pietrapazza presso il Poggiaccio è il luogo più agevole per osservare il contesto generale di inserimento; è facilmente riconoscibile la linea netta dove corre la S.F del Cancellino che separa la zona delle abetine dalla sottostante faggeta. Frequentando il luogo nelle diverse stagioni e in vari momenti della giornata, oltre ad ulteriori aspetti di interesse, è possibile distinguere bene le caratteristiche dell’ampio pendio che ospita Pian della Saporita e i campi di Bertesca e Mandria Vecchia, che contrastano con l’asprezza dei rilievi appenninici. Legenda foto 1f: A – Abetina di Brasco; B – Bertesca – M – Mandria Vecchia; P – Pian della Saporita (3/10/11 - 16/02/17 - 27/02/17).

 

001n – 001o – Dalla S.F. Nocicchio-Pietrapazza presso Ridolmo, lo spostamento dell’asse visivo consente nuovamente di individuare i siti degli insediamenti (18/10/11).

 

001p/001v – Dalle Palestre (v. scheda toponomastica) e dalla dorsale proiettata nella Valle di Pietrapazza, si hanno vari scorci visuali e viste panoramiche, con possibilità di osservazioni ravvicinate dei siti (12/07/16 – 19/01/17).

 

002a/002i – Dalla pista poderale che si distacca dalla S.F. del Cancellino, panorama verso la Bertesca e viste della pista poderale dall’Eremo Nuovo verso la Bertesca e da monte della stessa, 'sorvegliata' da esemplari di Dipsacus fullonum, Cardo falso, Dipsaco selvatico, Scardaccione selvatico e Carduus nutans, Cardo nutante, Cardo rosso. Presso l'accesso all'insediamento si trova il pozzo e un abbeveratoio, ancora in uso per il bestiame brado (24/08/11 – 3/10/12 – 16/07/12 – 3/07/14).

 

002l – 002m – Schemi di mappa dedotti da cartografia dei secoli XIX e XVII. Oltre all’individuazione generale e particolareggiata del sito dove compaiono entrambi gli insediamenti, nello schema più ampio sulla sx compare il tracciato viario che discende dal Passo della Crocina, nel ‘600 detto Via Maestra che vien dall’Eremo, come si può vedere nell’estratto successivo, che venne disegnato con ribaltamento dell’orientamento, come a ribadire sia dove stava l’osservatore sia l’autonomia della Romagna Toscana rispetto all’incombente frontiera appenninica.

 

003a/003g – Alla fine del primo decennio del XXI sec. il fabbricato principale si presenta completamente diroccato nella parte a monte, che comprendeva anche il nucleo originario, mentre le strutture a valle, più recenti, ancora reggono pare per la manutenzione della copertura e probabilmente a seguito di un utilizzo proseguito nel tempo (24/08/11 – 3/10/12 – 16/07/12).

 

003h/003q – La cucina e la sottostante stalla, relative alla penultima fase di incremento edilizio, relativamente fatiscenti presentano il classico disordine creato da utilizzi precari e/o impropri in edifici in abbandono. L’edificio è fondato su spesse stratificazioni rocciose evidenziate dal macigno che costituisce una parete della stalla, dove è interessante anche l’orditura a sbalzo con supporto di reggette in ferro delle travi del solaio, forse dovuta a mancanza di travi della lunghezza necessaria (24/08/11 – 16/07/12).

 

003r – 003s – Schizzi neografici da foto degli scorsi Anni ’70 quando la struttura era ancora integra, compresa la porzione originaria a monte.

 

003t – Piante schematiche del fabbricato con differenziazione per fasi di crescita e indicazione della destinazione d’uso dei vani.

 

004a/004i – Durante le ore estive più calde la stalla è oggi utilizzata da un branco di daini, lo stesso che frequenta il campo dove sorgeva Mandria Vecchia, se non viene disturbato (16/07/12 – 17/09/12).

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