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I Botriali o Butriali

Tipo : rudere
Altezza mt. : 736
Coordinate WGS84: 43 51' 26" N , 11 48' 59" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (1/07/17 – Agg. 7/11/19)

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose strutturate a pettine, proiettate verso l’area padana secondo linee continuate e parallele che si prolungano fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km: dorsali denominate contrafforti, terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme di tali rilievi: «[…] il crinale appenninico […] della Romagna ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 9, cit.). L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, ad Est, da Cima del Termine; in quell’ambito si staccano due contrafforti secondari e vari crinali e controcrinali minori delimitanti le singole vallecole del bacino idrografico.

In particolare, la Valle del Fiume Bidente di Ridràcoli riguarda quel ramo intermedio del Bidente delimitato, ad Ovest, dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che si distacca da Poggio Scali e che subito precipita ripidissimo disegnando la sella di Pian del Pero, serpeggiante evidenzia una sequenza di rilievi (i Poggi della Serra e Capannina, l’Altopiano di S.Paolo in Alpe, Poggio Squilla, Ronco dei Preti e Poggio Collina, per terminare con Poggio Castellina) fino a digradare presso il ponte sul Fiume Bidente di Corniolo a monte di Isola, costretto dalla confluenza del Fiume Bidente di Ridràcoli. Ad Est la valle è delimitata dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che si diparte da Poggio allo Spillo (collegando Poggio della Bertesca, Croce di Romiceto, i Monti Moricciona, La Rocca, Marino, Pezzoli e Carnovaletto) per concludersi con il promontorio della Rondinaia digradando a valle di Isola costretto dalla confluenza del Fiume Bidentino o Torrente Bidente di Fiumicino nel Fiume Bidente. La Rondinaia è nota per il castello con la sua torre «[…] baluardo di antica potenza, elevato fin dai tempi romani alla difesa contro le orde barbariche che dal nord d’Europa scendevano a depredare le belle contrade d’Italia.» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 274).

Il bacino idrografico, di ampiezza molto superiore rispetto alle valli collaterali e che vede il lago occupare una posizione baricentrica con l’asta principale fluvio/lacustre f.so Lama/invaso/fiume posizionata su un asse mediano Nord-Sud, mostra una morfologia molto differenziata rispetto al suo baricentro. L’area sorgentifera, con la realizzazione dell’invaso artificiale, si differenzia tra quella che lo alimenta e quella a valle della diga che alimenta direttamente il fiume. A monte l’area imbrifera si amplia estendendosi da Poggio Scali fino al Passo della Crocina mostrando, specie nella parte a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico (la c.d. bastionata di Campigna-Mandrioli), fortissime pendenze modellate dall’erosione e dal distacco dello spessore detritico superficiale con conseguente crollo dei banchi arenacei, lacerazione della copertura forestale e formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante (Frana Vecchia, 1950, e Frana Nuova, 1983-1993, sempre attiva, di Sasso Fratino). Il tratto di contrafforte che, come detto, si stacca da Poggio Scali, trova una serie di picchi tra cui emerge subito Poggio della Serra, quindi il Monte Grosso e l’Altopiano di S. Paolo in Alpe, in corrispondenza del quale comincia un’ampia rotazione, che volge al termine dopo aver superato Ronco dei Preti, quando precede una netta controcurva così riprendendo l’orientamento principale verso il suo termine. Detti rilievi costituiscono nodo montano da cui si diramano ulteriori dorsali di vario sviluppo e consistenza geomorfologica che delimitano il sistema vallivo del versante orientale del bacino idrografico di Ridràcoli. I bracci lacustri di cui si compone il lago sono il Fosso del Molinuzzo, il Fosso di Campo alla Sega, il Fosso degli Altari e il Fosso della Lama, provenienti direttamente o indirettamente dalla bastionata, infine il Fosso del Molino, che raccoglie il reticolo idrografico generato dal contrafforte distaccatosi da Poggio allo Spillo. L’invaso occupa l’antico primo tratto del Fiume Bidente di Ridràcoli compreso tra le sue origini, determinate dalla confluenza dei Fossi della Lama e del Molino, e le confluenze, rispettivamente in sx e dx idrografica, dei Fossi del Molinuzzo e dei Tagli, tra le quali si situa la diga. Il versante del lago in dx idrografica è costituito dalle ripide pendici del Monte Cerviaia, con la sua appendice del Monte Palestrina. Secondo la morfologia pre-lacustre, gli innumerevoli sproni del versante occidentale del Cerviaia, alternativamente contrapposti alle lunghe ed imponenti dorsali provenienti direttamente dallo spartiacque appenninico, determinarono quella che era la profonda e sinuosissima gola del primo tratto del Bidente, come si può notare dalla cartografia storica.

Come accennato, da Poggio Scali si stacca la caratteristica sella “a corda molle” di Pian del Pero che costituisce il primo tratto del contrafforte secondario fino allo snodo di Poggio della Serra. Da questo poggio si dirama un’affilata dorsale secondaria, con preciso orientamento O/E fino al poggio di Campominacci, dividente l’ampio e assolato bacino del Fosso del Ciriegiolone da quello profondo e ristretto del Fosso delle Macine, che poi diviene di Campo alla Sega una volta raccolti i contributi giungenti dall’alto versante appenninico. Dal poggio che domina Campominacci la dorsale si biforca, sia con declinazione N/E verso Poggio della Gallona sia mantenendo l’orientamento più orientale, così delimitando il bacino dell’affluente in sx idrografica Fosso dei Botriali già delle Palate.

Per la precisione, il Fosso delle Macine (anticamente detto della Macine o della Macinaalla Macina così certificando la  presenza di un tale impianto) ha origine da Poggio della Serra e costituisce il tratto montano del Fosso di Campo alla Sega, già del Campo alla Sega o di Campo Minacci, che ha esatta origine dalla confluenza del suo tratto montano con il Fosso di Sasso Fratino (a volte detto Fosso delle Macine) con la sua ramificazione generata da quell’anfiteatro tra cui il Fosso dell’Acqua Fredda o dell’Asticciola. «I torrenti principali che attraversano la Riserva sono (da Ovest a Est): Sottobacino Bidente di Ridracoli – Fosso delle Macine, che costituisce la porzione alta del F.di Campo alla Sega […] Fosso di Sasso Fratino, affluente di destra del F. d. Macine – Fosso di Campo alla Sega, derivato dalla confluenza del F. d. Macine e del F. d. Sasso Fratino […]» (A. Bottacci, 2009, p. 23, cit.). Provenienti dalla Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, altri affluenti sono il Fosso dei Praticini o dei Fraticini posto prima della confluenza del Fosso di Sasso Fratino e il Fosso dei Preti, delimitato in dx idrografica dalla Costa di Poggio Piano, braccio orientale dello specifico anfiteatro di Sasso Fratino che, distaccatasi dallo spartiacque appenninico ed in continuità con la dorsale della Seghettina, chiude a SE il bacino idrografico. Mentre il Fosso dei Botriali confluisce nel Fosso di Campo alla Sega sul limite del suo braccio lacustre, gli altri affluenti in sx idrografica, ovvero il Fosso della Busca, già della Basca, e il Fosso dell’Asino, ormai si gettano direttamente nel lago. La dorsale della Seghettina separa la valle del Fosso di Campo alla Sega da quella del Fosso degli Altari.

Se l’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio, in epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovano collocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale; gli insediamenti di derivazione poderale sono invece ancora raggiunti da una fitta e mai modificata ramificazione di percorsi, mulattiere, semplici sentieri (anche rimasti localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, come p.es. testimoniano i cippi stradali installati negli anni ’50 all’inizio di molte mulattiere, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; alcune strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo). Diversamente dalle zone collaterali, non si riscontrano nelle valli bidentine fabbricati anteriori al Quattrocento che non fossero in origine rocche, castelli o chiese, riutilizzati a scopo abitativo o rustico, o reimpieganti i materiali derivanti da quelli ed evidenzianti i superstiti conci decorati. Nell’architettura rurale persistono inoltre caratteri di derivazione toscana derivanti da abili artigiani. L’integrità tipologica dei fabbricati è stata peraltro compromessa dai frequenti terremoti che hanno sconvolto l’area fino al primo ventennio del XX secolo, ma anche dalle demolizioni volontarie o dal dissesto del territorio, così che se è più facile trovare fronti di camini decorati col giglio fiorentino o stemmi nobiliari e stipiti o architravi reimpiegati e riferibili al Cinque-Seicento, difficilmente sussistono edifici rurali anteriori al Seicento, mentre sono relativamente conservati i robusti ruderi delle principali rocche riferibili al Due-Trecento, con murature a sacco saldamente cementate, come quella di Corniolino. Gli edifici religiosi, infine, se assoggettati a restauri o totale ricostruzione eseguiti anche fino alla metà e oltre del XX secolo, hanno subito trasformazioni principalmente riferibili alla tradizione romanica o ad improbabili richiami neogotici.

La minore acclività di tratti del versante sx del sistema vallivo dei Fossi delle Macine e di Campo alla Sega, al contrario di quella della Riserva, ha consentito il diffondersi di insediamenti ed appoderamenti dediti al pascolo e al taglio del bosco, infatti il ricorrente toponimo ricorda la principale attività svolta nell’area dai secoli addietro fino alla prima metà del XX … «Ivi il Padre Apennino non corruso ma verde, mostravasi aperto e vestito con alberi sul fianco, appiè del quale una cascata di acque da sega in sega e tra i massi rompendosi lieve lieve come velo copriva un ponticello …» (P. Ferroni, Autobiografia, 1825, in: G.L. Corradi, O. Bandini, “Per quanto la veduta consenta di spaziare”. Scelta di testi dal XIV al XIX secolo, in: G.L. Corradi, O. Bandini, 1992, p.78, cit.). Gli insediamenti superstiti sono alcuni fabbricati del nucleo de La Seghettina e, fino a pochi decenni addietro, Campominacci, già Campo Minacci, Campo di Minaccio e Campo Ominacci, che giunse ad essere recuperato ed indicato come rifugio nella prima cartografia del Parco delle Foreste Casentinesi, oggi ormai abbandonato al destino di rudere, come peraltro l’Ammannatoia, già Mannatoia o Manatoia o Menatoja ed i Botriali, già Butriali. Di Pratovecchio  e Poggio a Pratovecchio (posti sul crinale di Poggio della Gallona ma il primo appartenente al sistema vallivo del Fosso del Molinuzzo) e di Campo alla Sega rimangono poche pietre. Resti poco consistenti di vari capanni si trovano sia sul crinale a monte dell’origine del Fosso delle Macine, l’ex rifugio di Pian del Pero, sia presso il suo corso (uno a metà circa di probabile uso forestale, uno verso il termine, forse l’antica macina, peraltro posta in un sito oggi noto come Macine) e di quello del Fosso di Campo alla Sega e tra Campominacci e Campo alla Sega.

Tali luoghi si sono trovati in qualche modo coinvolti dalla storia nell’evoluzione del ciclo delle acque di Ridràcoli, note e sfruttate fin dall’antichità in tutta la Romagna. Lo stesso toponimo deriverebbe dal latino Rivus Oracolum o Oraculorum per la probabile presenza presso il torrente di un piccolo tempio pagano con sibilla oracolante, ipotesi comunque verosimile e conforme alla leggenda della Sibilla appenninica delle vicine montagne marchigiane. Già nel II secolo d.C. le problematiche legate al reperimento delle risorse idriche e soprattutto alle necessità di Ravenna e del porto di Classe portarono l’Impero Romano alla realizzazione di un imponente acquedotto che sfruttava il flumen aqueductus Bidente; tracce di esso si trovano negli scritti antichi ed essenzialmente nella toponomastica locale. Dopo un lunghissimo interregno, negli anni ’30 del XX secolo le esigenze della civiltà moderna portano ad effettuare i primi studi per localizzare una diga nell’Alto Appennino forlivese e, nei primi anni ‘60, al fine di fornire risorse idriche sufficienti alle aree di Forlì e Ravenna e alla fascia costiera romagnola, viene individuata l’area a monte di Ridràcoli come idonea per l’imbrigliamento delle acque dell’alto corso del Bidente (oltre ad altre risorse idriche tramite condotte sotterranee), con conseguente realizzazione dell’opera tra il 1975 e il 1982. Oggi, come probabilmente il lago artificiale ha alterato il microclima dell’anfiteatro della Lama, portando variazioni nell’assetto vegetazionale con un diverso equilibrio a vantaggio delle specie oceaniche (faggio) in confronto a quelle continentali, così l’ambiente circostante è stato modificato da viabilità ed opere connesse alla diga e diversi edifici, acquisiti dalla Romagna Acque-Società delle Fonti S.p.A., hanno subito modifiche e/o riutilizzi a fini turistici.

È così scomparso quasi l’intero tracciato della mulattiera comunale e sono scomparsi ponti e guadi che attraversavano il Fiume Obbediente (come era anticamente classificato), come il Ponte alla Forca e il Ponte a Ripicchione, quest’ultimo comparente in una mappa del 1637 e citato nel Contratto livellario del 1840 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli relativo ad uno dei poderi scomparsi: «N. 8 - Podere di Lagacciolo […] Terreni. Un solo tenimento di terra tutta giacente in poggio ed in una pendice scoscesa  inclinata sul torrente Bidente rivolta al sud est intersecata da più e diversi fossi e borri […] ed è riconosciuto per i vocaboli: Lagacciolo, Ponte Ripicchione, la Ripa dei Corvi, i Bruciati, i Ronchi Vecchi, Balzoni, Poggio della Gallona ed il Prato dei Ciliegi.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 518, 519, cit.). Il Ponte a Ripicchione era posto subito a valle della confluenza del Fossato del Ciregiolo (oggi Fosso del Molinuzzo) nel fiume, quindi proprio nel luogo dove oggi sorge la diga ma probabilmente nel XIX sec. ne rimaneva solo il toponimo, infatti non compare nella cartografia dell’epoca, a differenza del Ponte alla Forca, posto subito a monte della confluenza del Fosso di Campo alla Sega. Ancora negli ultimi anni prima dell’innalzamento delle acque dell’invaso in quei luoghi esistevano due stradelli, uno seguiva il corso del Bidente attraversandolo ben 33 volte, ma era praticabile solo in caso di scarsità idrica, l’altro era la mulattiera comunale, larga e ben massicciata, che si distaccava dalla Mulattiera di Ridràcoli, già Strada che dal Castello di Ridracoli conduce alla Chiesa della Casanova, come dall’ottocentesco Catasto Toscano. Scavalcato con un ponte in legno il Fosso dei Tagli passava sotto un arco del mulino omonimo quindi ne costeggiava il bottaccio. Giunta all’altezza del Fosso del Molinuzzo«In quel punto il fiume era particolarmente ricco d’acque e per raggiungere la riva opposta i ridracolini avevano studiato un particolare marchingegno che chiamavano “la teleferica”. Salivano infatti su di un carrello portante, una specie di rudimentale funicolare composta da due fili d’acciaio […]. Situata qualche metro sopra il livello dell’acqua non era poi troppo scomoda e neanche troppo pericolosa. Vi si saliva in tre o quattro persone per volta ed era necessaria per recarsi alle Celluzze ed alle altre case poste oltre il fiume […] sul suo percorso incontrava un’altra fonte detta “dei bisernini” […]. Dal Logacciolo la mulattiera ricominciava a salire abbastanza rapidamente. Incontrava una piccola croce in ferro battuto […]. Oltrepassate le Case di Sopra, un breve tratto  in discesa permetteva di raggiungere la riva del Bidente che veniva attraversato grazie ad un ponticello in legno. Oltre il ponte la mulattiera correva pianeggiante verso le case della Forca, quindi incontrava un nuovo ponte, quello della Seghettina, in pietra con tre travi di ferro portanti, che permetteva nuovamente l’attraversamento del Bidente.» (C. Bignami, 1995, pp. 91-94, cit.). Superato il Ponte alla Forca, o della Seghettina, si imboccava l’importante Strada che dalla Seghettina va a Stia. Presso la Seghettina vi era un bivio per cui il tracciato di crinale sulla Costa di Poggio Piano proseguiva con la Strada del Crine del Poggio fino al Passo Sodo alle Calle o La Scossa, mentre la Strada che dalla Seghettina va a Stia prima discendeva verso il Fosso degli Altari e il Fosso delle Segarine, seguendo il loro corso, poi riguadagnava il crinale che permetteva di aggirare l’area sorgentifera del Fosso degli Acuti per dirigersi verso lo spartiacque, sia in direzione del Passo Sodo alle Calle (tramite la Strada delle Pulci, così soprannominata dagli addetti al traino del legname che le subivano durante il lungo tragitto in salita se cedevano alle fatiche, a causa dell’insalubrità di un luogo allora pascolivo), sia in direzione del passo del Gioghetto. Ulteriore viabilità storica, che nelle mappe si nota attraversare aree prive di insediamenti, vede una Strada che da Campo Ominacci va a Stia e una Via delle Mandriole. Mentre i tracciati di tale viabilità sono spesso ben riconoscibili, mantenendo anche tratti dei loro selciati, sono del tutto sommersi dall’invaso sia il sito de La Forca che il Ponte alla Forca.

L’insediamento dei Botriali, è così citato in una delle vedute prodotte dal pittore paesaggista Francesco Mazzuoli nel 1778-79 (nell’ambito degli studi condotti del matematico regio Pietro Ferroni per la progettazione della Strada di Romagna da Firenze ai porti dell’Adriatico per l’Appennino tosco-romagnolo): «Casa Colonica del Podere dell’Opera chiamato Butrioli», (F. Mazzuoli, Veduta dell’Appennino …, 1788, BNCF, G.F. 164, in: M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi, 1992, p. 50, cit.). Si trova lungo quell’itinerario che collegava Santa Sofia (giungendo da Ridràcoli, il Ponte alla Forca e l’Ammannatoia oltrepassava la valle del Ciriegiolone dopo aver valicato il crinale della Gallona poco più sopra) con la Via di Scali tra S. Paolo in Alpe e la Giogana. Se gli altri tracciati sono ridotti al rango di sentiero, la cresta incisa dalla S.F. Lama-S. Paolo in Alpe nel corso del XX sec. non risulta invece interessata da alcun tipo di percorso, probabilmente per l’impraticabilità del versante orientale di Poggio della Serra precedentemente al suo taglio. Toponimo di antica derivazione riferibile alla morfologia del luogo, ricordato a Ravenna da Plinio (Umbrorum Butrium), del quale fino al XVI sec. in Romagna se ne contavano circa 500 coniati in varie forme (Budrio, Budriolo, etc.), tanto che nel latino medievale il termine classico Butrium era diventato nome comune: «[…] Butrium seu fossatellus […] o borro, burrato, burrone […]» (A. Polloni, 1966, p. 53, cit.). Il luogo è citato nell’inventario dei beni posseduti dall’Opera del Duomo di Firenze in Romagna, eseguito dopo che l’Opera, avendo preso possesso delle selve “di Casentino e di Romagna”, dove desiderava evitare nuovi insediamenti, aveva costatato che, sia nei vari appezzamenti di terra lavorativa distribuiti in vari luoghi e dati in affitto o enfiteusi che altrove, si manifestavano numerosi disboscamenti e roncamenti non autorizzati; pertanto, dalla fine del 1510 intervenne decidendo di congelare e confinare gli interventi fatti, stabilendo di espropriare e incorporare ogni opera e costruzione eseguita e concedere solo affitti quinquennali. I nuovi confinamenti vennero raccolti nel “Libro dei livelli e regognizioni livellarie in effetti” che, dal 1545 al 1626 così costituisce l’elenco più completo ed antico disponibile. La citazione piu antica relativa a questo luogo, ripresa da detto elenco, risale al 1545: «[…] dei livelli che l’Opera teneva in Romagna […] se ne dà ampio conto qui di seguito […] 1545 […] – Una presa di terra cerretata chiamata i secondi dua poderi della Asticciola in luogo detto i Botriali […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 149, cit.). I contratti prevedevano che la manutenzione delle varie costruzioni esistenti nei poderi fosse a carico dei conduttori dei fondi ma, essendo piuttosto onerosa o per scarso interesse, essi spesso si rendevano inadempienti dando luogo a procedimenti di addebito, fino al sequestro del raccolto o lunghe cause legali, che consentono, tra l’altro, di attribuire una datazione in merito alla sussistenza degli stessi fabbricati e al nominativo dei loro conduttori, così da una notizia del 1636 si rilevano: «Acconcimi alle case del podere di Botriali […] per coprire e lastronare detta casa […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 154-155, cit.). Dal verbale di una “visita” del 1677 scritto dal cancelliere si apprende in merito al podere «[…] li poderi di Romagna appresso notati cioè […] Butriali che tiene a livello Piero Fabbri […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 329, cit.). Da un decreto del 1731 si apprende che Lazzaro Checcacci e suo padre Benedetto, affittuari dei poderi Botriali e la Siepe dell’Orso fin dal 1690, chiedevano una riduzione del canone ottenendo soddisfazione. (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 352-353 cit.). Un nuovo accurato elenco è relativo al 1637: «1637 – Nota dei capi dei beni che l’opera è solita tenere allivellati in Romagna e Casentino e sono notati col medesimo ordine col quale fu di essi fatta menzione nella visita generale che ne fu fatta l’anno 1631: […] Tutti li beni infrascritti da n. 24 a n. 40 inclusine, sono in Romagna nel Capitanato di Bagno, nel Comune di Ridracoli, nel Popolo di San Martino a Ridracoli: […] 29) Butriali, due ronchi tenuti da Agnolotto di Francesco da Butriali uniti al podere de Butriali 30) Butriali, ronco tenuto da Alessandro di Salvatore da Ridracoli 31) Butriali, ronco tenuto da Ottavio Capacci 32) Butriali, ronco tenuto da Giuliano di Gabbriello dal Poggio di Pratovecchio unito al podere de Butriali 33) Butriali, ronco tenuto da Carlo di Cosimo Fei.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 410, cit.). Successivamente compare documentato in una relazione del 1677: «[…] siccome li poderi di Romagna appresso notati cioè […] Butriali tiene a livello Piero Fabbri […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977 , p. 329, cit.). Da una relazione del 1751 sullo stato dei poderi dell’Opera si apprende: «[…] 5) Podere di BUTRIALI tenuto in affitto da Francesco di Lazzero Checcacci. Per continuare il solo comodo di questo podere è necessario lastronare il fondo della capanna […] e rimettervi alcuni pezzi di tavole quali fuorno levate dal muratore per rifare gli usci alla stalla della Mannatoia. […] è necessario inoltre rivedersi i tetti e le gronde. […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 434, cit.). Nel 1789, da una relazione sui canoni da stabilirsi, risulta che i: «I poderi […] Seghettina, Mannatoia, Butriali, Campominacci, […] sono situati alle falde di vasto circondario delle selve d’abeti e sembra che sieno stati fabbricati in detti luoghi per servire di custodia e per far invigilare dai contadini di detti poderi al fuoco, al taglio insomma alla conservazione di dette selve che hanno giustamente formato l’oggetto principale della Azienda dell’Opera e del Governo di Toscana perché somministrano tutto il miglio legname per la costruzione delle fabbriche del Granducato. […] Sono dunque di parere che […] non ardirei mai di far proposizione di alienarli ma di seguitare a tenerli per l’oggetto che sono stati fabbricati di servire di custodia alle selve come si rileva chiaramente dalla loro posizione servendo di cordone e custodia alle macchie medesime […]»  (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 441, 442, cit.). Nell’Archivio dell’Opera si trova una documentazione non datata, comunque di fine ‘700, contenente una descrizione delle case rurali dei poderi di appartenenza, tra cui la «[…] Casa del podere de Butriali: Piano a terreno – Contiene la stalla delle pecore e quella delle capre. Piano a palco – Si entra per una scala esterna di faccia alla quale vi è il forno. La prima stanza contiene il camino e da essa si passa in un’altra stanza con diversi tramezzi di legno per comodo dei letti.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 448, cit.). Nel Contratto livellario stipulato nel 1818 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli si trova un’ulteriore descrizione dei fabbricati: «Comunità di Bagno. Una vasta tenuta di terre […]. Tutta questa tenuta  […] è composta dai seguenti terreni cioè […] 19° Podere detto di Botriali, nel popolo di S. Paolo in Alpi in detta Comune, composto di casa da lavoratore di numero sei stanze da cielo a terra, con loggia d’ingresso, forno, fornella, stalletto al di sotto, con capanna separata e stalla sotto detta capanna. Tutto questo fabbricato merita di essere resarcito e vi occorreranno lire 430. questo podere è composto dai seguenti terreni cioè: I° un tenimento di terre lavorative, zappative, prative, pasturate mozziconate, fossate, balzate, franate, di staia 320 circa con i vocaboli che formano il podere e le pasture dei Botriali.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 461, 473, cit.). Sciolto d’imperio il contratto del 1818 per inadempienze nell’applicazione di un rigoroso regime forestale ai possedimenti dell’Opera, nel 1840 il Granduca fece stipulare un nuovo Contratto livellario con il Monastero di Camaldoli, così si trova un’ulteriore, ed ora estremamente precisa, descrizione del podere e dei fabbricati: «N. 7 - Podere dei Botriali […] lavorato dalla famiglia colonica di Stefano Milanesi. A questo è stato recentemente riunito il piccolo podere detto Poggio di Pratovecchio per cui attualmente compongono un solo ed unico podere. Fabbricati colonici. La casa di abitazione della famiglia colonica è stata recentemente ristabilita mediante uno sprone a soccorso della parte esterna di levante ed in parte ampliata, si trova composta a terreno di una stanza ad uso di caciaia lastricata, di un porcile piccolo, di una stalla per le capre e di altra per le pecore ambedue sterrate e con ingresso esterno. Il piano superiore ha una loggetta con ingresso a terreno ove corrispondono due bocchette di altrettanti forni la quale offre a destra l’ingresso ad una cameretta a tetto inferiore di alcuni scalini e di fronte una scala di materiale sale ad una cucina intavolata munita di camino e dell’acquaio avente superiore una soffitta impraticabile. Da detta cucina si scende in una camera parimente intavolata e a tetto. Separata esiste altra fabbrichetta comprensiva a terreno di una stalla per le vaccine lastricata e con doppia mangiatoia e superiormente una capanna a tetto con ingresso a tramontana mediante una scaletta di materiale. E questa quantunque sia stata ristabilita con la ricostruzione della parete di ponente ha necessità di altri restauri e segnatamente nelle due pareti di tramontana e levante molto degradate per difetti di cattiva fondazione e nel rifacimento dell’intavolato. Intorno vi sono i resedi e l’aia sterrata ed un capanno di tavole appoggiato a questa seconda fabbrichetta per la parte di mezzogiorno. La fabbrichetta già attenente al podere del Poggio di Pratovecchio situata sul vertice di un poggio di detto nome, ed in stato di assoluta rovina, si compone al terreno di tre stanze con ingresso esterno destinate per stalle e nel piano superiore con eguale numero che una cucina una ad uso di camera e l’altra capanna. Terreni. Un solo tenimento di terra tutto giacente in poggio e nella massima parte rivolto a mezzogiorno intersecato da più e diverse strade e viottole fossi e borri ed in se comprensivo dei sopra descritti fabbricati colonici e loro resedi, tenimento conosciuto per le seguenti denominazioni e vocaboli come appresso: Botriali, Poggio di Pratovecchio, i Campi da casa, le Fosse, i Pianacci, Ginestreto, Campi sopra casa, il Prataccio, le Mandrie, la Ripa di Campo Minacci, Campo alla Sega, il Prataccio, la Fonte di Maltempo, la Bacia. E la sua geometrica estensione ascende a quadrati 251 e 46 centesimi corrispondenti a staia 503 in circa e di queste per staia 10 e dua terzi terra prativa ed alternativamente seminativa con frutti selvatici capitozze di carpano, noccioli, per staia 64 e mezzo terra lavorativa nuda con frutti selvatici e capitozze, per staia uno area occupata dai fabbricati colonici e suoi resedi per staia 53 a bosco con capitozze di cerro carpani noccioli frassini aceri e per ogni rimanente pasture nude scoscese e sterili. […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 498, 516-517, cit.).

Dell’insediamento oggi rimangono consistenti ruderi di tre fabbricati posti sul bordo alto del podere a tratti piuttosto ripido, ovvero un’abitazione con stalletti e due grandi annessi, stalla-fienile, uno a valle della casa e affiancato da una letamaia, l’altro laterale alla casa e separato da uno stretto passaggio. Mentre i primi due fabbricati compaiono nelle mappe catastali antiche e moderne con limitate modifiche planimetriche, l’ultimo non è mai documentato né catastalmente rappresentato quindi probabilmente di esecuzione relativa all’ultima fase dell’insediamento prima dell’abbandono. Già proprietà ex A.R.F., nell’ambito dei programmi regionali di riutilizzo del patrimonio edilizio nel Demanio forestale fu oggetto di censimento, così riguardo l’edificio principale è possibile sapere che possedeva una superficie coperta di 120 mq ed un volume di 840 mc suddiviso in 7 vani.

Per approfondimenti ambientali e storici si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Ridràcoli e/o relative ad acque, rilievi e insediamenti citati.

N.B.: - Il toponimo forca, dal latino classico furca, ae = forca, strada a bivio e forcelle montana (A. Polloni) era probabilmente dovuto o alla viabilità che, oltre il ponte omonimo, si biforcava con detto tracciato di crinale e con uno di fondovalle che poi risaliva verso l’Ammannatoia ed oltre, oppure alla biforcazione fluviale con il Fosso di Campo alla Sega.

- La sega ad acqua venne inventata da Villard de Honnecourt nel sec. XIII e Leonardo da Vinci ne studiò il funzionamento nel 1480. A metà del ‘400 in Casentino sono documentate una sega ad acqua a Camaldoli (i monaci sono stati sempre all’avanguardia nella lavorazione del legno) e due artigiani specializzati a Papiano (M. Massaini, 2015, cit.) mentre, sul versante romagnolo «All’interno della foresta si costruirono direttamente e per concessione a terzi, nel corso del ‘500 e del ‘600, alcune seghe idrauliche per la lavorazione del legname sul posto e la sua preparazione al trasporto (sega del fosso del Bidente, sega del Ridracoli, dell’Asticciuola, del Ricopri). Tali seghe lavoravano al limite della legalità e, nonostante una rigida legislazione e una serie di regolamenti e di divieti per impedire tagli abusivi, per tutta l’età moderna hanno favorito la spogliazione della foresta da parte delle popolazioni confinanti.» (N. Graziani, 2001, p. 149, cit.). In particolare nel ‘6-‘700 l’Opera del Duomo di Firenze puntò al depezzamento del legname in dimensioni di più agevole trasporto con la costruzione di numerose seghe ad acqua in foresta, che però si ridussero ad una tra ‘700 e ‘800 a seguito del progressivo e totale disimpegno della stessa Opera, in attesa dei miglioramenti introdotti dal Siemoni.

- Negli scorsi anni ’70, a seguito del trasferimento delle funzioni amministrative alla Regione Emilia-Romagna, gli edifici compresi nelle aree del Demanio forestale, spesso in stato precario e/o di abbandono, tra cui Butriali, Campominacci, Manatoia e Seghettina, divennero proprietà dell’ex Azienda Regionale delle Foreste (A.R.F.); secondo una tendenza che riguardò anche altre regioni, seguì un ampio lavoro di studio e catalogazione finalizzato al recupero ed al riutilizzo per invertire la tendenza all’abbandono, senza successo tranne il totale riutilizzo della Seghettina di Sotto e quello parziale della Seghettina di Sopra. Con successive acquisizioni il patrimonio edilizio del demanio forlivese raggiunse un totale di 492 fabbricati, di cui 356 nel Complesso Forestale Corniolo e 173 nelle Alte Valli del Bidente. Circa 1/3 del totale sono stati analizzati e schedati, di cui 30 nelle Alte Valli del Bidente. Il materiale è stato oggetto di pubblicazione specifica.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

A. Bottacci, La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, 1959-2009, 50 anni di conservazione della biodiversità, Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Pratovecchio, 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

M. Foschi, P. Tamburini, (a cura di), Il patrimonio edilizio nel Demanio forestale. Analisi e criteri per il programma di recupero, Regione Emilia-Romagna A.R.F., Bologna 1979;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

D. Mambrini, Galeata nella storia e nell’arte, Tipografia Stefano Vestrucci e Figlio, Bagno di Romagna, 1935 – XIII;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, AGC Edizioni, Pratovecchio Stia 2015;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Olschki, Firenze 1966, rist. 2004;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Comune di Bagno di Romagna, PSC 2004, Insediamenti ed edifici del territorio rurale, 2004, Scheda n.176;

Bagno di Romagna, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2008;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

per sentiero segnato ma non numerato in sponda sinistra del lago di Ridracoli

Testo di Bruno Roba

Botriali si raggiunge principalmente utilizzando la rotabile S.F. S. Paolo in Alpe-La Lama, chiusa da una sbarra presso S. Paolo, percorrendone circa 3,9 km quando, poco dopo uno strettissimo tornante, si trova un’ampia pista sotto strada (asportato il segnavia segnaletico), utilizzata anche per raggiungere il crinale di Poggio della Gallona, che in 100 m conduce a Campominacci, oltrepassato il quale si trova subito un sentiero che risale leggermente raggiungendo presto la cresta della dorsale che conduce a Poggio della Gallona, sentiero che inizialmente conserva ancora sistemazioni significative di trascorsi escursionistici. Se ne percorrono circa 500 m fino a raggiungere una sella attraversata dal quadrivio tra il percorso di crinale e l’antico tracciato citato Ammannatoia-Botriali-Val di Rubbiana, che si imbocca subito scendendo ripidamente sul versante E per 200 m con un dislivello di 70 m. Il tracciato, non segnalato, è riportato nella cartografia sentieristica.

foto/descrizione :

foto del 2010


botriali
botriali
botriali
botriali


Foro del 2013 inviate da Andrea Becherini e qui riprodotte con i consenso dell'autore


botriali
botriali
botriali

La concimaia

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Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

Nota – Per visualizzare le foto nel loro formato originale salvarle sul proprio computer, oppure se il browser lo consente tasto destro sulla foto e Apri immagine in un’altra scheda.

001a/001dd – L’ampia vista panoramica dal Monte Penna mentre consente di contestualizzare la dorsale che ospita Campominacci nell’alta Valle del Bidente di Ridràcoli agevolmente individuando il fabbricato grazie alla vestizione arborea invernale che evidenzia l’ampia e sempreverde abetina che lo circonda, è più difficoltoso riconoscere la vallecola del Fosso di Botriali dove comunque si può localizzare l’insediamento grazie alla nota e breve distanza dalla sella della dorsale e al reimpianto di abeti pure presente. L’innevamento evidenzia le aree scoperte e la sentieristica. (7/02/11 – 17/10/13 - 13/01/16).

 

001e/001l – Se dal sito di Palestrina si fronteggia il versante della parte centrale dello spartiacque appenninico che ospita la Riserva di Sasso Fratino mentre la dorsale che si distacca da Poggio della Serra si nota appena sulla dx, portandosi sotto Pratalino, sul sentiero 235 CAI tra il Monte Cerviaia e il Monte Palestrina (che si nota in 1° p. sulla sx), la stessa dorsale appare nell’intero sviluppo insieme alla profonda incisone del Fosso delle Macine, che poi diviene di Campo alla Sega, fosso che si riesce a seguire fino al tratto finale ormai parte dell’invaso lacustre, come si nota dalle sponde prive di vegetazione. Specie nelle viste ravvicinate l’Ammannatoia si avvista in 1° p. mentre oltre il profilo della dorsale che la ospita emerge parte della vallecola di Botriali che rimane però nascosto (16/10/16).

 

001m – 001n - Dalla dorsale che dalla Costa Poggio Piano, superata la rotabile, prosegue verso la Seghettina, sviluppandosi parallela alla dorsale di Poggio della Gallona, si può avere una vista ravvicinata e in asse della valle del Fosso dei Botriali mentre quella delle Macine/Campo alla Sega rimane sulla sx. Nel particolare, l’ampio delta vallivo appare suddiviso in alto un due sotto-vallette del medesimo bacino: quella di sx ospita Botriali 70 m sotto la sella scavalcata dalla mulattiera Ammannatoia-Botriali-Val di Rubbiana (17/11/11).

 

001o – 001p - Schema da cartografia moderna della vallata dei Fossi delle Macine e di Campo alla Sega e loro affluenti, con gli insediamenti esistenti o scomparsi in evidenza, e del bacino del Fosso di Botriali o delle Palate dalla perfetta forma a delta, del quale l’insediamento è unico custode.

 

001q – 001r - Mappa schematica dedotta da cartografia storica di inizio XX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti, oltre che la superficie del futuro invaso, con particolare evidenziante il sito del Ponte alla Forca. La toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale.

001s - Particolare della mappa del 1637 della ramificazione del Fosso di Campo alla Sega, anonima salvo i tratti montani dei Fossi della Motta e dell’Asticciola e di un Fondo alla Macine; compaiono Campo Minacci, Butriali, Mannatoia, Poggio Pratovecchio e Seghettina, oltre il Ponte a Ripicchione, posto subito a valle della confluenza del Fossato del Ciregiolo (oggi Fosso del Molinuzzo) nel fiume, quindi proprio nel luogo dove oggi sorge la diga (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, A. Bottacci, 2009, p. 31, cit.).

 

001t - Mappa schematica dedotta da cartografia storica di inizio XIX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti. La toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale.

002a/002e – Tragitto dall’innesto sulla S.F. S. Paolo in Alpe-La Lama della pista verso Campominacci (il segnavia è stato rimosso) al sentiero che si dirige sulla cresta della dorsale di Poggio della Gallona (18/08/12 – 18/12/16 – 5/05/17).

 

002f/002m – Il sentiero di cresta, che inizialmente conserva ancora sistemazioni significative di trascorsi escursionistici, consente di osservare dall’alto la valle del Fosso di Botriali (15/06/12 – 18/12/16).

 

002ma – 002mb – 002mc – Dalle pendici di Poggio di Campominacci lo scorcio riguarda il tratto di crinale fino al roccioso Poggio di Pratovecchio corrispondente alla testata valliva, mentre il boscoso poggio intermedio delimita la sotto-vallecola che ospita Botriali, che infatti riesce appena ad emergere tra la vegetazione (15/06/12).

002n/002r - La sella attraversata dal quadrivio tra il percorso di crinale e l’antico tracciato citato Ammannatoia-Botriali-Val di Rubbiana, che si imbocca subito scendendo ripidamente sul versante E per 200 m con un dislivello di 70 m: il canalone evidentemente conteneva il lastricato della mulattiera, ormai scomparso a seguito del dilavamento e dell’abbandono (18/12/16).

 

003a/003q – Viste del fabbricato principale prevalentemente abitativo in parte ombreggiato da un reimpianto di abeti. La neografia consente un raffronto con la sua consistenza ancora nei primissimi anni di questo secolo (18/12/16).

 

004a/004n – Viste del grande annesso mai documentato che comunque mostra caratteristiche costruttive apparentemente coeve a quelle degli altri fabbricati (18/12/16).

 

004o/004x – Viste dell’annesso a valle della casa, dotato di letamaia. I fabbricati, posti sul ripido pendio al margine superiore del podere, mostrano i forti sproni di consolidamento strutturale citati nella documentazione ottocentesca (18/12/16).

005a – Elaborazione di particolare della veduta del pittore paesaggista Francesco Mazzuoli che, tra l’altro, riporta la didascalia: «Casa Colonica del Podere dell’Opera chiamato Butrioli», (F. Mazzuoli, Veduta dell’Appennino …, 1788, BNCF, G.F. 164, in: M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi, 1992, p. 50, cit.), dove si vedono rappresentati il Fosso di Campo alla Sega con il fondale di Sasso Fratino (si riconosce il delta del suo anfiteatro idrografico), il fabbricato di Botriali e, più in basso, la «Casa rurale del Podere dell’Opera ch’ha il nome di Menatoja ora sivvero Ammannatoja», mentre il gregge con i pastori dovrebbe trovarsi sulla dorsale della Seghettina.

Surprised