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Macchia del Cacio

Tipo : monte
Altezza mt. : 1044
Coordinate WGS84: 43 50' 44" N , 11 55' 46" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (16/09/2022) - Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto di Spartiacque Appenninico compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose strutturate a pettine, proiettate verso l’area padana secondo linee continuate e parallele che si prolungano fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km: dorsali denominate contrafforti, terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme di tali rilievi: «[…] il crinale appenninico […] della Romagna ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 9, cit.). L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, ad Est, da Cima del Termine, da cui segue la linea che inizialmente congiunge Il Poggiaccio, il Monte Càrpano, il Monte Castelluccio, il Monte Piano e  il Monte Frullo, senza scendere sotto i 1000 m, per digradare con il Passo e Colle del Carnaio,i Monti Aiola, Calbano, della Faggia, Valnesta, Altello, e Navacchio; seguono le colline di S. Stefano, Rivoschio e S. Matteo, quindi i Monti Cavallo, della Rovere e dei Feriti, i Colli di Collinello, Madonna di Cerbiano e di Bracciano, infine declina a Casa Tomba, Massa e Monticino, verso Cesena«[…] per finire sulla via Emilia presso Diegaro.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 16, cit.) dopo circa 53 km. Con Cima del Termine, rilievo anticamente detto Terminone (dal contratto di vendita del 1857 delle tenute forestali dell’Opera al Granduca di Lorena :«vendono […] la tenuta forestale denominata “dell’Opera” composta, confinata e accesa sulle Tavole catastali delle dette Comunità come qui si descrive: Una vastissima possessione la quale percorrendo il crine dell’Appennino per circa 14 miglia dal cosiddetto Terminone […]» - A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 163, cit.) appunto “terminava” l’estensione della Selva di Casentino overo di Romagna che si chiama la selva di Strabatenzoli e Radiracoli donata (assegnata in perpetuo) tra 1380 e il 1442 dalla Repubblica Fiorentina all’Opera del Duomo di Firenze. Il primo tratto del contrafforte all’epoca era anche detto Le Rivolte di Bagno, infatti si “rivolge” bruscamente (il crinale vira nettamente ad angolo retto) e dà inizio al tragitto in tale direzione, divenendo improvvisamente impervio e precipitando fino a Prato ai Grilli, mentre un biforcazione montana dà origine ad una lunga dorsale anticamente detta Crinale Raggio del Finocchio o, recentemente, Sentiero degli Scalacci

La morfologia dei rilievi di cresta, piuttosto sottile, non prosegue con regolarità tendendo anzi a rialzarsi con frequenti picchi, a volte in forma di tozze piramidi. Ogni rilievo spesso costituisce un nodo montano, dove a volte il contrafforte compie notevoli declinazioni di quota e orientamento e da cui si diramano ulteriori dorsali di vario sviluppo e consistenza geomorfologica, digradanti verso i fondivalle e caratterizzate da una spiccata asimmetria dei versanti per la diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo. Questo aspetto si ripete con notevole parallelismo in tutti i contrafforti in coincidenza con i nodi montani ed è significante tettonicamente, ovvero nella disposizione delle rocce e loro modalità di corrugamento e assestamento. 

Nello specifico, al rialzarsi dei rilievi di PoggiaccioCàrpano, CastelluccioMacchia del Cacio e Piano, in sequenza si alternano le selle di Prato ai Grilli o dei Grilli, già del GrilloPasso e/o Colla di Monte CàrpanoColla dei RipianiFalce e Martello. In questo contesto le vette del Càrpano del Castelluccio mostrano una morfologia ripetitiva a dente di sega, paesaggisticamente rilevante e di interesse geologico per l’esposizione di tutta la stratigrafia della Marnoso-Arenacea e un campionamento continuo dello Strato Contessa lungo tutto l'affioramento, che in particolare emerge tra il bosco presso il Monte Castelluccio, dando luogo alla classificazione del Geosito di rilevanza locale Crinale Macchia del Cacio, Monte Castelluccio, Monte Carpano.

In particolare, lo spigolo nord-orientale del prisma morfologico del Monte Castelluccio (anticamente detto Poggio de Castellare), appare in continuità morfologica con il contrafforte fino a Macchia del Cacio, da dove diverge una dorsale che si proietta fino a S. Piero in Bagno, esaurendosi sul Fiume Savio. Questa dorsale è delimitata, a Sud, dall'incisione del Fosso della Cappella, a Nord dal Fosso di Vetreta. Lo spigolo nord-occidentale diviene dorsale di notevole interesse morfologico e paesaggistico che si prolunga assottigliandosi e arcuandosi in parallelo al Bidente, nel contempo evidenziando il Monte Casaccia prima di terminare con il Monte Riccio (dove, strategicamente collocato, il Castrum montis Riccioli, almeno già dal 1321 sorvegliava ogni transito - ne restano vaghe tracce: «Anche sopra la via che va a Strabatenza, presso la località detta Ca’ di Veroli, ove dimora tuttora un ramo della famiglia Bardi, lassù rifugiatasi, fra i monti più alti, ai tempi delle famose contese medioevali, vedonsi i muri imponenti di un vecchio maniero, e quel luogo dicesi Montericcio» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 279, cit.). Il versante di orientale questa dorsale, inciso dai Fossi del Mulinellodel Valcituro e delle Macchie del Cacio, appartiene all’ampia area valliva del Fosso di Rio Salso, in passato ricca di insediamenti, ma il nome originario del castello che vi sorgeva … «Il popolo non lo chiama Riosalso […] ma lo nomina Risarsna o Risersna. Credo dunque che il suo nome primiero sia Rio arso (rio secco) detto così dalla scarsità delle acque nel torrente che gli scorre ai piedi, […] Anche la casa presso cui sorgeva il castello si chiama in dialetto Valdasre che può essere corruzione di Valle Arsa, per indicare la siccità del luogo. […] Il cardinale Anglico così lo descrive nel 1371: ”Il castello di Riosalso è nelle Alpi in una certa valle sopra un sasso forte. Ha una rocca ed una torre fortissima ed è presso – circa un miglio – alla strada che mena in Toscana […]”. La strada qui ricordata era sul crinale del monte sopra il castello e per Nocicchio, passando a destra di Montecucco, per Badia Prataglia conduceva in Casentino. Qua e là restano gli avanzi di questa strada. A mezzogiorno del castello nella stessa altimetria esistono altri ruderi che il popolo chiama il Castelluccio. Doveva essere una torre in difesa del castello principale.» (D. Mambrini, 1935 – XIII, pp. 287-288, cit.). Il toponimo Macchia del Cacio riguarda quindi un’area a cavallo del contrafforte che, dal fosso affluente del Rio Salso (declinato plurale) comprende il picco del contrafforte medesimo e la dorsale sopracitata dove, lungo il sentiero di crinale (a quota 980), è apposta specifica tabellazione, sulle pendici orientali del picco, la cui quota è 1044 m. Il Fosso delle Macchie del Cacio riguarda il versante opposto e ha origine dalla sella tra le due vette del Castelluccio.

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio: «[…] in antico i movimenti delle popolazioni non avvenivano “lungo le valli dei fiumi, […] bensì lungo i crinali, e […] una unità territoriale non poteva essere una valle (se non nelle Alpi) bensì un sistema montuoso o collinare. […] erano unità territoriali il Pratomagno da un lato e l’Appennino dall’altro. È del tutto probabile che in epoca pre-etrusca esistessero due popolazioni diverse, una sul Pratomagno e i suoi contrafforti e un’altra sull’Appennino e i suoi contrafforti, e che queste si confrontassero sulle sponde opposte dell’Arno […].» (G. Caselli, 2009, p. 50, cit.). Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. Nell’eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestano una frequentazione a scopo di caccia o conflitti tra popolazioni di agricoltori già insediati (tra cui Campigna, con ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca, Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con ritrovamenti di sepolture). In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur mantenendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate. Comunque, nel Settecento, chi voleva risalire l’Appennino da S. Sofia, giunto a Isola su un’arteria selciata larga sui 2 m trovava tre rami che venivano così descritti: per Ridràcoli «[…] composto di viottoli appena praticabili […]» per S. Paolo in Alpe «[…] largo in modo che appena si può passarvi […].» e per il Corniolo «[…] è una strada molto frequentata ma in pessimo grado di modo che non vi si passa senza grave pericolo di precipizio […] larga a luoghi in modo che appena vi può passare un pedone […]» (Archivio di Stato di Firenze, Capitani di Parte Guelfa, citato da: L. Rombai, M. Sorelli, La Romagna Toscana e il Casentino nei tempi granducali. Assetto paesistico-agrario, viabilità e contrabbando, in: G.L. Corradi e N. Graziani - a cura di, 1997, p. 82, cit.). Inoltre, «[…] a fine Settecento […] risalivano […] i contrafforti montuosi verso la Toscana ardue mulattiere, tutte equivalenti in un sistema viario non gerarchizzato e di semplice, sia pur malagevole, attraversamento.» (M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi, 1992, p. 32, cit.). Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.).

La prima cartografia storica, ovvero il dettagliato Catasto Toscano (1826-34 – scala 1:5000), la schematica Carta della Romagna Toscana Pontificia (1830-40 – scala 1:40.000), le prime edizioni della Carta d’Italia dell’I.G.M. (1893-94 – scala 1:50.000; 1937 – scala 1:25.000), consente di conoscere, tra l’altro, il tracciato della viabilità antica che riguardava la Valle di Pietrapazza, ricordando che se per la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche occorrerà attendere tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX, il crinale che dal Passo della Crocina si svolge fino alla Rondinaia in gran parte venne fortunatamente salvaguardato dal distruttivo progetto dell’ingegnere granducale Ferroni che, tra le ipotesi di “strada dei due mari” che doveva unire la Toscana e la Romagna, indicava il tracciato montano Moggiona-Eremo di Camaldoli-Passo della Crocina-Casanova in Alpe-Santa Sofia (essendo ritenuto idrogeologicamente valido). 

Sul contrafforte principlale da Cima del Termine, probabilmente già dal 1084, è documentata nel Regesto di Camaldoli la Via de Monte Acutum, come peraltro «[…] conferma un’opinione espressa nel 1935 dal Mambrini circa l’esistenza di una strada percorribile fra i boschi di quel perfetto triangolo, il Monte Acuto, costantemente rilevato nella documentazione medievale come punto di confine fra la Romània e la Tuscia […].» (C. Dolcini, Premessa, in: C. Bignami, A.Boattini, A. Rossi, a cura di, 2010, pp. 7-8, cit.). Oltre a questo riferimento al Mambrini riguardo tale strada, corrispondente alla citazione più sopra riportata, una relazione del 1652 conservata nell’Archivio dell’Opera del Duomo, che descrive la ripartizione delle aree in gestione in otto parti, è utile per ricavare un utile riferimento su tale sito: «L’ottava e ultima parte delle selve dell’Opera viene separata dalla precedente col Poggio della Bertesca e resta fra esso poggio e il Poggio delle Rivolte di Bagno ultimo termine di dette selve.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 263-271, cit.). Il Contratto livellario stipulato nel 1818 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli descrive un tratto di confine: «Comunità di Bagno. Una vasta tenuta di terre nell’indicata comunità, abetata, faggiata, frascata, lavorativa, prativa, massata, trafossata come più e meglio verrà descritta in appresso sia nella qualità che nella quantità, alla quale la circonferenza confina: primo, con la Comunità di Bagno incominciando dal luogo detto le Rivolte e precisamente dal termine giurisdizionale delle Comuni di Bagno-Poppi, da questo termine calando per la scesa delle Rivolte fino al Prato ai Grilli; […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 461-463, cit.). Con il Catasto Toscano tale via diviene la Strada che da Montecarpano va alla Badia a Pretaglia.

La Carta della Romagna Toscana Pontificia nella sua essenzialità evidenziava i rari tracciati trasversali, ovvero incentrati su Casanova dell’Alpe e Pietrapazza, ma soprattutto i tracciati viari di crinale che da S.Sofia raggiungevano lo Spartiacque Appenninico, tra cui quello di ns. interesse che seguiva esattamente il contrafforte principale da Cima del Termine fino al Passo Colle del Carnaio, toccando il Monte Frullo e Montesalvetti, così raggiungendo la Traversa di Romagna. La mappa riporta inoltre il tracciato della strada medievale di collegamento tra il piccolo fortilizio di Castelluccio ed il Castrum Corzani che, oltrepassato il Monte Castelluccio, deviava percorrendo il crinale di Macchia del Cacio verso S. Piero in Bagno, oggi corrispondente al sent. CAI 193. Presso di esso, a quota 961, si trovano ruderi basamentali affacciati sulla valle del Fosso di Vetreta e prospicenti il contrafforte che, per l’imponenza in rapporto ai resti sopportati di un piccolo fabbricato dalle larghe mura, non altrimenti identificato, fanno supporre possa trattarsi di reperti di una torre medievale. Il Monte Piano era quindi sede di un incrocio viario che, da un lato, recava a Rio Salso (secondo un percorso di crinale che transitava dal Monte Cocleto, poi integrato nella Mulattiera di Ridràcoli) e, dall’altro, scendeva a S. Piero in Bagno toccando la Maestà del Raggio.

Per approfondimenti si rimanda alle schede toponomastiche relative ad acque, rilievi e insediamenti citati.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

C. Bignami, A. Boattini, A. Rossi (a cura di), AL TEMPE DEL COROJJE - Poderi e case rurali nel territorio parrocchiale di Bagno di Romagna - Immagini e storie di altri tempi, Edizioni Nuova S1 Il Girovago, Bologna 2010;

G. Caselli, Il Casentino da Ama a Zenna, Accademia dell’Iris - Barbès Editore, Firenze 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

G.L. Corradi e N. Graziani (a cura di), Il bosco e lo schioppo. Vicende di una terra di confine tra Romagna e Toscana, Le Lettere, Firenze 1997;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

D. Mambrini, Galeata nella storia e nell’arte, Tipografia Stefano Vestrucci e Figlio, Bagno di Romagna, 1935 – XIII;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Bagno di Romagna, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2008;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

sul crinale monte Castelluccio - Corzano - punto di incontro sentieri CAI 193 e 201

Testo di Bruno Roba -  Macchia del Cacio è raggiungibile senza difficoltà dal Passo di M. Piano in 1,1 km, cui si giunge tramite la S. Com.le di Paganico e la S.Vic.le Fonte Abate-Vetrice da S. Piero in Bagno. È altresì è raggiungibile senza difficoltà tramite la S.F. Nocicchio-Pietrapazza (sterrata non transitabile di circa 6,1 km), fino al Monte Càrpano circa 2,4 km dal bivio del Nocicchio (km 203+300 della S.P. 142 dei Mandrioli, ex S.S. 71 Umbro-Casentinese)), quindi tramite un tratto di circa 1.9 km della la sterrata sent. 201 che aggira il Càrpano e prosegue sul crinale fino alla Colla dei Ripiani, infine un ultimo tratto di crinale di 850 m, in tutto poco più di 4 km.

foto/descrizione :

Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

Nota – Per visualizzare le foto nel loro formato originale salvarle sul proprio computer, oppure se il browser lo consente tasto destro sulla foto e Apri immagine in un’altra scheda.

00a1/00a6 – Dallo Spartiacque Appenninico tra il Monte Gabrendo e Poggio Sodo dei Conti, tra la scenografica sequenza di crinali immersa nelle nebbie mattutine si riconoscono i picchi gemelli dei Monti Càrpano e Castelluccio appartenenti al contrafforte principale che delimita le valli del Bidente, il picco minore di Macchia del Cacio ed il Monte Piano  (21/12/11).

00b1/00b6 – Dal sent. 201 presso il Monte Castelluccio, vedute della dorsale che si stacca dal Castelluccio e del picco di Macchia del Cacio, delimitando la valle del Fosso della Casaccia, che poi diviene della Cappella (in lontananza si scorgonoi Monti della Perticara, Pincio e Titano, con S. Marino) (27/11/11  - 26/04/22).

00c1/00c4 - Dal Monte Piano e dai pressi di Macchia del Cacio, vedute del picco omonimo e del versante settentrionale del Monte Castelluccio inciso dai Fossi di Rio Salso e delle Macchie del Cacio (1/01/12).

00d1 – Elaborazione da mappa ottocentesca che, con ottima resa grafica, evidenzia il sistema dei contrafforti che si distaccano dallo Spartiacque Appenninico, integrata con i rilievi del contrafforte che si diparte da Cima del Temine.

00d2 – Schema cartografico evidenziante il sistema morfologico del primo tratto di contrafforte tra Cima del Termine e il Monte Frullo.

00d3 – Schema cartografico del sistema morfologico del Monte Castelluccio.

00d4 - Schema da cartografia della prima metà del ‘900, rappresentante il sistema insediativo e infrastrutturale precedente la realizzazione della viabilità moderna.

00d5 – Schema del sistema viario storico principale al XIX secolo, su base cartografica dei primi decenni del XX secolo, che, prima della realizzazione dell’invaso di Ridràcoli e della viabilità provinciale interna, venne integrato con il sistema delle mulattiere.  

00d6 - Schema cartografico da mappa del XIX sec. che, nella sua essenzialità, evidenziava esclusivamente i tracciati viari di crinale che da S.Sofia raggiungevano lo Spartiacque Appenninico, il tracciato di fondovalle S.Sofia-Poggio alla Lastra che poi si riconnetteva al tracciato di crinale ed il tracciato trasversale che collegava i Passi della Bertesca e di Monte Càrpano transitando da Pietrapazza. La toponomastica riprende, anche nella grafica, quella originale; integrazioni in neretto a fini orientativi.

00e1/00e5 – Dalla sterrata per il Monte Piano, sent. 201, tratto presso la sella di Falce e Martello, vedute della stessa e del picco di Macchia del Cacio (27/11/11 – 26/04/22).

00f1/00f11 – Vedute di un tratto del sent. 201, già strada medievale, fino alla tabella di Macchia del Cacio, posta a circa 300 m dal bivio (26/04/22).

00f12/00f18 – Vedute di un ulteriore tratto di sentiero dalle antiche frequentazioni (26/04/22).

00f19/00f24 – Accanto all’antica via, a monte di Valleascosa, si trovano i resti di una probabile torre di sorveglianza, dalle spesse mura sorrette da un ampio basamento, affacciata su un pendio aperto verso il contrafforte e in collegamento visivo con la vetta del Monte Castelluccio, anch’esso anticamente sede di una torre. Probabilmente riutilizzata dopo l’abbandono, la tipologia strutturale evidenziata porta ad escludere un’origine ad uso agricolo-forestale, che semmai avrebbe sfruttato il pendio per distribuire gli accessi ad un fabbricato su due livelli (26/04/22).

00f25/00f36 – Un ulteriore tratto di sentiero verso S. Piero in Bagno (26/04/22).

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