Utente non registrato

scheda n. 3039 letta 44 volte

Poggio Scali

Tipo : monte
Altezza mt. : 1520
Coordinate WGS84: 43 50' 42" N , 11 47' 18" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

in confine fra i comuni Bagno di Romagna, Santa Sofia e Pratovecchio

Testo di Bruno Roba (31/08/2018)

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose strutturate a pettine, proiettate verso l’area padana secondo linee continuate e parallele che si prolungano fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km: dorsali denominate contrafforti, terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme di tali rilievi: «[…] il crinale appenninico […] della Romagna ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 9, cit.). L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, ad Est, da Cima del Termine. In quest’ambito, la Valle del Bidente di Campigna riguarda un ramo fluviale occidentale ed intermedio delimitato ad Ovest, dal contrafforte secondario che si stacca dal gruppo del Monte Falco, inizialmente poco riconoscibile, transita dalla conca dei Fangacci e si dirige verso Poggio Palaio, digrada con la Costa Poggio dei Ronchi verso Tre Faggi, come crinale di Corniolino risale verso il Monte della Maestà, quindi termina a Lago; ad Est, dal contrafforte secondario che si distacca da Poggio Scali e che, disegnata la sella di Pian del Pero ed evidenziata una sequenza di rilievi (tra cui i Poggi della Serra e Capannina, l’Altopiano di S. Paolo in Alpe e Poggio Squilla), termina digradando al ponte sul Fiume Bidente di Corniolo presso Isola, costretto dalla confluenza del Fiume Bidente di Ridràcoli. Da Poggio Squilla si distacca un’altra dorsale che, declinando a Nord, precipita verso Corniolo mentre un costone delimitato dall’incisione del Fosso delle Cerrete dopo Poggio Aguzzo punta anch’essa verso Lago.

Lo spartiacque compreso tra le pendici del Monte Falco e Poggio Scali corre su altitudini tra le più elevate dell’Appennino forlivese, minime sempre superiori ai m. 1300 e massime fino ai m. 1500-1650, con abbassamenti ai 1296 m solo in corrispondenza del valico della Calla e rialzamenti in coincidenza con i nodi montani da cui si distaccano contrafforti e dorsali, tra cui il sopracitato contrafforte secondario (questo aspetto si ripete con notevole parallelismo in tutti i contrafforti ed è significante tettonicamente, ovvero nella disposizione delle rocce e loro modalità di corrugamento e assestamento). Come gli altri, anche l’alto bacino idrografico di Campigna racchiuso tra tali diramazioni montuose mostra inoltre una morfologia nettamente differenziata dovuta alla diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo, con i versanti meno acclivi (stratigraficamente disposti a “franapoggio”, parallelamente al pendio) rivestiti da boschi compatti, prati-pascoli e coltivi abbandonati mentre quelli più acclivi (strati immersi a “reggipoggio”, perpendicolarmente al pendio) spesso denudati ed evidenzianti la stratigrafia o rivestiti da bosco rado o rimboschimenti, fino al versante a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico dove conseguono fortissime pendenze modellate dall’erosione con formazione di canaloni fortemente accidentati, con distacco detritico e lacerazioni della copertura forestale. A tale asprezza morfologica si contrappone il potente risalto di ampi tratti della giogana appenninica, caratterizzati dalla generale morbidità dei crinali dovuta alla lentezza dell’alterazione delle grandiose banconate arenacee, la cui superficie coincide, appunto, con quella della stratificazione.

Il Passo della Calla «[…] è il varco più basso dell’Appennino, per cui passa la mulattiera che da Stia conduce nella vicina Romagna. Da questo punto, sempre in direzione di levante, passato il Pian delle Carbonaie, e Pian Tombesi, la montagna comincia a farsi imponente per maestose piantate di faggio, grandi scogliere, e profondi burroni. Non lungi è il Piano della Malanotte, che offre dei punti di vista ove il ridente e l’orrido si alternano vagamente, e si uniscono per formare i più bei quadri della natura. […] Ma giunti dopo pochi passi al Canal del Pentolino, un nuovo spettacolo si presenta allo sguardo: un profondo abisso, alla cui estremità rumoreggia un torrente, rupi sospese, precipizi fiancheggiati da folte macchie, e questo selvaggio orrore temperato dalle più pittoresche creazioni della natura! Io credo che nelle nostre montagne non possano desiderarsi luoghi più belli. Proseguendo oltre, si giunge in breve al più elevato vertice di questa parte dell’Appennino, detto Poggio Scali […] dove pure si gode lo spettacolo di una bella e svariata prospettiva.» (C. Beni, 1881, p. 56, cit.).

Come accennato dall’illustre viaggiatore “d’epoca”, il primo luogo topico, per memoria o consuetudine, che si incontra percorrendo La Giogana è Pian delle Carbonaie, che oggi si presenta come ampia sella e radura erbosa da cui si distaccano il Sentiero delle Cullacce, che riesce a scivolare sul versante settentrionale attraversando i suoi ripidi pendii, e il Sentiero di Scodella, ampia pista del versante casentinese che raggiunge la nota ed omonima Riserva Biogenetica Naturale Statale. Precede di poco Il Poggione, già Poggio Seghettino (toponimo in uso nel XIX sec.), quindi poggio per eccellenza e primo evidente rilievo dello spartiacque, articolato in almeno tre cime riconoscibili -  oscillanti tra i m 1407 – 1424 – 1432, rasentate e/o attraversate dal tracciato di crinale e distanziate tra esse di circa 500 m - benché la cima certificata dall’I.G.M. sia quella dei 1424 m. La prima cima che si incontra corrisponde a quella minore ed è ben nota ai frequentatori grazie alla tabellazione, però utile solo al riconoscimento del sito. Infatti la tabella riporta la quota 1424, corrispondente alla cima certificata I.G.M., mentre il luogo della tabella si trova a 1398 m ed è adiacente alla cima dei 1407 m, come rilevato dalla tavoletta I.G.M. in scala 1:25.000. Dal Poggione si diramano tre Coste (peculiarità dei nodi montani), sequenziali in base al disallineamento e rialzamento di cresta, che caratterizzano l’alta Valle di Campigna: la Costa di Poggio Termini, la Costa Poggio del Ballatoio e Le Cullacce. Al Poggione segue un tratto di crinale che è detto Raggio Lungo, forse perché visto dal versante romagnolo mostra uno skyline regolare e pressoché orizzontale, forse perché la Giogana lo rasenta con lunghi tratti rettilinei, (Raggio” era il “vocabolo” spesso utilizzato per i crinali, quando caratterizzati da una morfologia sostanzialmente lineare tale da costituire asse caratterizzante il territorio ed utile alla sua percorrenza), che però mostra l’evidente rialzamento di un poggetto da cui si stacca la sella di collegamento con il successivo rialzamento di Poggio Pian Tombesi. Anch’esso dal profilo allungato, presenta singolari caratteristiche morfologiche in entrambi i versanti. Panoramicamente suggestivo il versante settentrionale prossimo alla verticale, “graffiato” da una serie di canaloni detti Ripe di Pian Tombesi, dove i ghiacci invernali tendono a ritardare lo scioglimento che contribuirà ad alimentare il reticolo idrografico, in aggiunta al quasi perenne filtraggio idrico proveniente dagli strati rocciosi. Il poggio termina con un’improvvisa incisione della linea di crinale che segnala la presenza, sul versante meridionale, del singolare Vallone di Pian Tombesi, geosito classificato di rilevanza locale, probabilmente conseguente a lentissimi e profondi movimenti gravitativi, tipici dei territori carsici, che superiormente hanno causato lo sdoppiamento delle creste e la formazione della depressione chiusa e allungata, cosparsa da grossi e suggestivi blocchi arenacei. Precede un altro geosito analogo per formazione, la Pseudo dolina di Poggio Scali, depressione imbutiforme perpendicolare al crinale e adiacente al sentiero che evidenzia affioramenti rocciosi fratturati e una cavità naturale con tre ingressi. L’improvviso scorcio panoramico del Canale del Pentolino, ramo del Fosso di Poggio Scali che ha origine dalle Ripe di Scali (dove l’erosione delle marne e il conseguente crollo dei banchi arenacei dello spartiacque appenninico crea profondi fossi e canaloni quasi verticali con roccia affiorante), precede Poggio Scali. Prima di deviare sul versante Sud, alle sue pendici occidentali, la Giogana trova, la Madonna del Fuoco, maestà eretta a protezione dagli incendi (recita la lapide: LA MADONNA DEL FUOCO / TORNA OGGI IN QUESTI LUOGHI / DONDE SCESE COL MAESTRO LOMBARDINO / PER BENEDIRE LA MONTAGNA / DEI FORLIVESI CHE IN CITTà LA VENERANO / DA CINQUE SECOLI / ED I PASSANTI CHE QUI L’ONORANO / IL CAI DI FORLI' nel 50° DI FONDAZIONE /11 SET 1977). Nonostante indicazioni contrarie per la delicatezza del sito, attraversato dal confine della Riserva di Sasso Fratino, incisive tracce raccontano di intense frequentazioni che risalgono il versante prativo, che peraltro sulla sommità del poggio conserva ancora i resti di una trincea della linea gotica. Di particolare interesse sono comunque le viste panoramiche che offre specie nelle limpide giornate invernali, escludendo la vista dell’Adriatico citata in tutte le guide ma ormai impedita dalla crescita della faggeta (anche se, in caso di eccezionali nevicate ed aria limpida, il rialzamento temporaneo di quota ancora la rende possibile, in attesa dell’ulteriore crescita della faggeta). A riguardo sono interessanti alcune citazioni: «Proseguii la camminata sul crinale del monte, o giogo, […] sinché giunsi ad uno dei punti più belli, Poggio della Scala. Da qui la veduta è stupefacente per quanto consente di spaziare; […] Da una parte l’occhio scorre sulle terre della Romagna, il Sasso di Simone e un lungo tratto della costa adriatica; dall’altra spazia […] quasi all’intero territorio della Toscana […]. Dietro questa vista s’estende il mare Tirreno. Il poeta italiano Ariosto fa riferimento proprio a questo luogo: Come Appennin scopre il mar Schiavo e Tosco, / Dal giogo ove a Camaldoli si viene (Sir Richard Colt Hoare*, Da Arezzo al Monte Falterona attraverso il Casentino, 1791, in: A. Brilli, 1993, pp. 19-20, cit.); * banchiere inglese appassionato di antichità pubblicò A Classical Tour through Italy and Sicily, Londra, Mawman 1815, contenente il resoconto del soggiorno toscano del 1791. I versi precedenti sono: Di monte in monte e d’uno in altro bosco / giunsero ove l’altezza di Pirene / può dimostrar (se non è l’aer fosco) / e Francia e Spagna, e due diverse arene. A proposito di panorami e di commentatori dell’Ariosto scrive un illustre (tra l’altro) escursionista: «Qualche interprete […] ha indicato nel Falterona la cima dell’Appennino, da cui si scorgerebbero le sponde (arene) opposte del mare Adriatico (detto Schiavo, perché bagna la Schiavonia o Slavonia) e del mare toscano. Ma questa interpretazione è senz’altro sbagliata. Anzitutto perché, a voler essere precisi, il Falterona non si trova nel giogo che porta a Camaldoli. D’altra parte, stando sul Falterona nessuno può vedere i due mari. L’orizzonte a oriente, ad esempio, è chiuso dal Monte Falco e dall’alta catena della Burraia culminante nel Monte Gabrendo. La gente del posto quindi, e tutte le Guide locali hanno pensato di risolvere la questione sostituendo al Falterona proprio Poggio Scali. Sennonché gli escursionisti, arrivati in cima a Poggio Scali magari proprio con l’intento di verificare le notizie diffuse da voci tanto autorevoli, provano tutti una delusione cocente. […] Non è visibile il Tirreno, perché coperto dalla catena delle Alpi Apuane e dalle colline del Chianti; mentre l’Adriatico si nasconde dietro un impedimento nuovo […] che, volendo sarebbe facilissimo eliminare […] una corona di cespugli di lussureggianti faggi […] sfoltire un po’ questi cespugli? […] aggiornare […] le cartine? […] la poesia è cosa troppo seria per pretendere di interpretarla alla lettera.» (F. Pasetto, 2008, p. 205, cit.).

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio. Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. Nell’eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestano una frequentazione a scopo di caccia o di conflitto tra popolazioni di agricoltori già insediati (tra i siti, Campigna, con ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca, Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con ritrovamenti di sepolture). In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae, l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, come per l’intero Appennino, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur mantenendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate ma p. es., nel Settecento, chi voleva salire l’Appennino da S. Sofia, giunto a Isola su un’arteria selciata larga sui 2 m trovava tre rami che venivano così descritti: per il Corniolo «[…] è una strada molto frequentata ma in pessimo grado di modo che non vi si passa senza grave pericolo di precipizio […] larga a luoghi che in modo che appena vi può passare un pedone […]», per Ridràcoli «[…]composto di viottolo appena praticabili […]» e per S. Paolo in Alpe «[…] largo in modo che appena si può passarvi […].» (Archivio di Stato di Firenze, Capitani di Parte Guelfa, citato da: L. Rombai, M. Sorelli, La Romagna Toscana e il Casentino nei tempi granducali. Assetto paesistico-agrario, viabilità e contrabbando, in: G.L. Corradi e N. Graziani - a cura di, 1997, p. 82, cit.); oppure: «[…] a fine Settecento […] risalivano […] i contrafforti montuosi verso la Toscana ardue mulattiere, tutte equivalenti in un sistema viario non gerarchizzato e di semplice, sia pur  malagevole, attraversamento.» (M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi - a cura di, 1992, p. 32, cit.). Così, se al diffondersi dell’appoderamento si accompagna un fitto reticolo di mulattiere di servizio locale, per la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche occorrerà attendere tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX. Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.).

Il sentiero consigliato per la sommità di Poggio Scali ai fini del rispetto naturalistico del sito riconduce alla Giogana sul versante meridionale e, raggiungendo il suo versante orientale, si può osservare il principio di un percorso di antichissima frequentazione, forse anche una tra le vie militari romane, che dal crinale piega a settentrione discendendo lungo la sella di Pian del Pero sul contrafforte secondario e, superato S. Paolo in Alpe (come detto, frequentato almeno già dal 1900-1800 a.C.), si dirige verso Forlì. Vi corrisponde un tratto di sentiero nell’antichità più recente noto come Via del Giogo di Scali o Via di Scali, dalla cui ripidezza, quasi una scalata, è probabilmente derivato il toponimo del rilievo (dal latino scala, -ae = scala), infatti nel 1791 detto Poggio della scala mentre nella Carta Generale della Toscana della Litografia Militare Granducale del 1858 era Poggio delle RipebiancheDetto sentiero è vietato al transito in quanto ingresso alla Riserva di Sasso Fratino: «In pratica in un luogo come Sasso Fratino non si può, in nessun modo, entrare autonomamente e la descrizione di un itinerario al suo interno non può entrare in alcuna guida naturalistica o escursionistica.» (N. Agostini, D. Alberti, eds, 2018, p. 53, cit.). Per la descrizione del tratto che risale da Pian del Pero, corrispondente al tratto terminale dell’antica Via di Scali, occorre pertanto rileggere la pagina di una vecchia guida: «E' l’unico sentiero che permette l’attraversamento dell’Oasi integrale di Sasso Fratino. Molto ripido, a forte dislivello, non è segnalato ed è del tutto sconsigliato d’inverno dato il forte innevamento che lo nasconde completamente. In caso si perda l’orientamento, dado che sia a destra che a sinistra del sentiero vi sono scarpate e rive scoscese, è consigliabile tornare indietro seguendo le proprie tracce sulla neve. Dal rifugio si scende alla sella omonima poi si inizia a salire a ridosso del costone su di un sentierino poco visibile e ricoperto di foglie, per poi deviare decisamente a destra (20 min.) e in corrispondenza di un canaletto di scolo ripiegare a sinistra a riportarsi sul costone precedente che si risale con alcuni ripidi tornanti. Si ripiega ancora a destra per un lungo tratto per poi risalire il pendio, avendo alla propria destra una scoscesa scarpata, con una serie di innumerevoli tornantini (qui compaiono frequenti segni di vernice bianca sbiadita) che riportano il sentiero, con un largo semicerchio, sul costone che unisce Pian del Pero a Poggio Scali (1 ora) da cui si può intravvedere in mezzo ai rami il Lago di Ridracoli. Qui il sentiero si ripiana un attimo per riprendere a salire in diagonale sotto il costone e portarsi rapidamente al crinale (1 ora e 20 min.) sulla strada della Giogana. (Sent. Segnalato, N° 1). Si prende a destra dove in alto e completamente spoglio dagli alberi è posto il cocuzzolo di Poggio Scali (1 ora e 25 min.).» (cfr.: O. Bandini, G. Casadei. G. Merendi, 1986, pp. 129-130, cit.).

Come confermato dalla cartografia storica, dalle Ripe di Scali ha origine l’ampia ramificazione del Fosso di Poggio Scali, comprendente il Fosso del Canale del Pentolino che, dopo la confluenza del Fosso della Porta, genera il Fosso di Ricopri che, riunitosi con il Fosso delle Cullacce diventa il Fosso del Fiumicino, detto interamente di Ricopri nel XIX secolo. In base alla CTR ed al catasto moderno, il Cullacce costituirebbe invece solo l’affluente del Fosso della Porta che si vede presso il termine della nota Strada Vic.le delle Cullacce, a 5,4 km da Campigna, sul confine della Riserva Integrale di Sasso Fratino. Per alcuni è il Fosso Porta Cullacce (cfr.: O. Bandini, G. Casadei. G. Merendi, 1986, p. 119, cit.). Rispetto alla confusione moderna degli idronimi, fa chiarezza la Carta della Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino (A. Bottacci, 2009, p.27, cit.), in base alla quale il Fosso delle Cullacce corrisponde a quello del XIX secolo e il Fosso del Fiumicino ha appunto origine dalla confluenza il Cullacce e il Fosso di Ricopri, che ivi termina mentre la sua parte più alta è, come detto, il Fosso di Poggio Scali ed il Canale del Pentolino è solo il suo notissimo e precipitoso ramo. Secondo quest’ultima e precisa carta, il Fosso della Porta nasce, ovviamente, dalle ripe dette La Porta, comprese tra quelle di Scali e le Ripe di Pian Tombesi.

Dal punto di vista botanico va segnalato in particolare il Botton d'oro (Trollius europaeus L. subsp. Europaeus), ranuncolacea tipica dei prati montani in Italia centro-settentrionale ma rarissima nel Parco, con unica stazione a Poggio Scali che, essendo in regressione, è monitorata e tutelata ed è ormai visibile solo in lontananza (o tramite binocolo) in quanto recentemente inserita per qualche decina di metri all’interno del confine della Riserva Integrale. «I prati derivano da vecchi seminativi abbandonati dai coloni, ed erano, in un passato più o meno lontano, sicuramente coperti da bosco. Viceversa le praterie di altitudine, quali la Burraia, Poggio Scali, Prato al Soglio, Casette di Giogo, situate presso il crinale dell’Appennino, possono essere interpretate come formazioni naturali o seminaturali. Queste sono costituite in prevalenza da un tappeto di erba capecchina (Nardus stricta L.) con numerose altre specie erbacee (Poa, Festuca, Orchis, Ranunculus, Lotus, Trifolium, Scilla, Campanula, etc.) che hanno un certo interesse fitogeografico. È compito dell’Amministrazione forestale […] di conservare e migliorare questi ormai sporadici ecosistemi seminaturali, che stanno sempre più rarefacendosi in questa zona del nostro Appennino.» (M. Padula, Problemi di conservazione degli ecosistemi forestali con riferimento all’Appennino tosco-romagnolo, Bollettino della Società di Scienze Naturali, Anno XII-Vol.XVIII–1978, in: A. Silvestri, Romagna da salvare, 1981, p. 76, cit.). Riguardo la prevalente copertura boschiva si è già accennato alla faggeta per la sua incidenza sulla fruibilità panoramica. Ma il faggio, già di intrinseco valore naturale, è una specie dall’alto valore simbolico e culturale, storicamente legata allo sviluppo dei popoli europei (l’etimologia del nome si riferisce ai frutti eduli, dal greco phagein = mangiare). «Il faggio più vecchio, con un diametro di 90 cm, dovrebbe avere almeno 520-530 anni. È quindi coetaneo di Michelangelo e Leonardo ed è probabilmente nato prima della morte di Lorenzo de’ Medici. Si trova in località Poggio Scali, a 1464 m di quota, sul versante romagnolo, come tutta la Riserva Integrale di Sasso Fratino. Durante i primi secoli di vita il faggio ha subito la competizione, con almeno tre fasi di soppressione e rilascio, fino a circa 250 anni fa, quando è entrato nello strato dominante. Ha mostrato incrementi sostenuti (più di 2 mm all’anno di diametro) fino a circa 60 anni fa, quando l’incremento si fa via via minore. Nell’area circostante sopravvivono tre suoi fratelli di 400-450 anni. Sebbene di aspetto vetusto, il faggio nel complesso sembra godere di ottima salute!» (N. Agostini, D. Alberti, S. Bassi, Foreste Sacre patrimonio dell’umanità. La Riserva Integrale di Sasso Fratino ha ottenuto il prestigioso riconoscimento dell’Unesco, in: Storie Naturali, n.10, Maggio 2018, p.22, cit.).

Per approfondimenti si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Campigna e/o relative a monti e insediamenti citati.

N.B.: Le vedute panoramiche da Poggio Scali (e non solo), come sopra ricordato, già precedentemente ai disboscamenti dei secoli scorsi e con lo sviluppo dei prossimi, sono state, sono e saranno particolarmente condizionate dalla faggeta che, salvo notevoli modifiche climatiche o imprevedibili eventi catastrofici, è destinata a svilupparsi notevolmente, avvolgendo la sommità dello stesso poggio. A proposito di quello che potrebbe essere il paesaggio locale dei prossimi secoli si ricorda che, dal 7 luglio 2017, le faggete vetuste del Parco Nazionale comprese nella Riserva Integrale di Sasso Fratino e una vasta area circostante comprendente le Riserve Biogenetiche Casentinesi e altre aree all’interno del Parco Nazionale, per un totale di circa 7.724,28 ha, fanno parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO, andando a rappresentare uno dei più estesi complessi forestali vetusti d’Europa. Per l’Italia si tratta della prima iscrizione di un patrimonio naturale espressamente per il suo valore ecologico di rilievo globale. Come accennato nella citazione, approfondite indagini nell’area, che rappresenta complessivamente il sito di maggiori dimensioni tra quelli designati in Italia ed uno dei più estesi complessi forestali vetusti d’Europa, hanno portato alla scoperta di faggi vecchi di oltre 500 anni, tra i più antichi d’Europa, che fa entrare Sasso Fratino nella top ten delle foreste decidue più antiche di tutto l’Emisfero Nord. Questi faggi sono quindi coevi di Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci e al limite della longevità per le latifoglie decidue.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

AA. VV., Il Casentino, Octavo Franco Cantini Editore – Comunità Montana del Casentino, Firenze – Ponte a Poppi 1995;

N. Agostini, D. Alberti (eds), Le Foreste Vetuste, Patrimonio dell’Umanità nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Ente Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, Pratovecchio-Stia 2018;

O. Bandini, G. Casadei, G. Merendi, L’alto Bidente e le sue valli, Maggioli Editore, Guide Verdi, Rimini 1986;

C. Beni, Guida illustrata del Casentino, Brami Edizioni, Bibbiena 1998, rist. anast. 1^ Ed. Firenze 1881;

A. Brilli (a cura di), Viaggio in Casentino. Una valle nello specchio della cultura europea e americana 1791-1912, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio (ediz f.c.), Città di Castello 1993;

A. Bottacci, La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, 1959-2009, 50 anni di conservazione della biodiversità, Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Pratovecchio, 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

G.L. Corradi e N. Graziani (a cura di), Il bosco e lo schioppo. Vicende di una terra di confine tra Romagna e Toscana, Le Lettere, Firenze 1997;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

F. Pasetto, Itinerari Casentinesi in altura, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2008;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Olschki, Firenze 1966, rist. 2004;

A. Silvestri, Romagna da salvare, C.C.I.A.A. Forlì, Castrocaro Terme, 1981;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Storie Naturali, La Rivista delle Aree Naturali Protette dell’Emilia-Romagna, n.10, Maggio 2018, Regione Emilia-Romagna, Bologna;

Foreste Casentinesi, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2012;

Carta Escursionistica, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Itinerari Geologico-Ambientali, Carta Geologica del Parco, Regione Emilia-Romagna, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Link:http://www.parcoforestecasentinesi.it/it/patrimonio-unesco.

Percorso/distanze :

sul crinale tosco-romagnolo, lungo il sentiero CAI 00 - Passo Calla - Prato alla Penna

Testo di Bruno Roba

Dal Passo della Calla, tramite la Giogana, si raggiungono (900 m) prima la cima più bassa del Poggione, segnalata da tabella (quota errata, 1424 anziché 1398 m), e dopo 550 m, quelle più alte e adiacenti (non segnalate), oltre le quali il percorso mantiene un andamento più regolare con lunghi tratti complanari o  moderati saliscendi fino a costeggiare Poggio Pian Tombesi sul versante toscano, raggiungendo il vallone omonimo dopo circa 2,5 km dalla base di partenza. Ancora 1,5 km e si raggiunge Poggio Scali.

foto/descrizione :

Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

Nota – Per visualizzare le foto nel loro formato originale salvarle sul proprio computer, oppure se il browser lo consente tasto destro sulla foto e Apri immagine in un’altra scheda.

001a/001d - Dal Monte Piano è possibile avere un’ampia panoramica dell’intero spartiacque appenninico che si innalza oltre il contrafforte secondario che divide le valli del Bidente di Ridràcoli e di Pietrapazza; Poggio Scali occupa la posizione centrale e più elevata. Le viste ravvicinate consentono di riconoscere l’ampio anfiteatro di Sasso Fratino e, innevate, le due frane storiche: Frana Vecchia, a dx, e Frana Nuova; dalle fratturate Ripe di Scali si stacca la sella di Pian del Pero (su cui si inerpicava la Via di Scali, antica strada di collegamento con la Giogana) che si conclude con il Poggio della Serra. Sul crinale in p.p. dell’ultima foto si vede Casanova dell’Alpe (1/01/12).

 

001e – 001f – 001g - Da Maestà di Valdora, sul contrafforte a N di Casanova dell’Alpe, l’angolo visivo similare a quello precedente, ma da posizione più ravvicinata consente viste particolareggiate di Frana Nuova, in continua evoluzione dal 1983 e di Frana Vecchia, risalente al 1950 circa ed in via di ricolonizzazione arbustiva (19/07/16).

 

001h – 001i – 001l – Da Casanova dell’Alpe il soleggiamento mattutino illumina lo spartiacque con luce radente e crea ombre utili ad evidenziarne la morfologia; Poggio Scali si evidenzia solo come cima apicale (5/10/16).

 

001m/001q - Dal crinale tra i monti Cerviaia e Palestrina, nei pressi di Pratalino, e dallo stesso sito dell’insediamento di Palestrina (ne rimane un ammasso di pietrame) la posizione frontale e ravvicinata evidenzia il versante settentrionale di Poggio Scali con l’anfiteatro vallivo di Sasso Fratino e le due frane storiche (16/10/16).

 

001r/001v – Dalla diversi siti della  S.F. S. Paolo in Alpe-La Lama, prima e dopo Poggio della Serra, vari scorci di Poggio Scali e vista ravvicinata di Frana Vecchia (15/06/12 – 17/06/13).

 

002a – 002b – La S.P. 4 del Bidente offre molteplici panoramiche della testata della valle del Bidente e in alcuni scorci, mentre lo spartiacque si abbassa verso il passo del Porcareccio scomparendo alla vista, Poggio Scali risulta ulteriormente evidenziato apparentemente posto al termine di un tratto quasi orizzontale della Bastionata di Campigna (20/05/18).

 

002c/002de –Da monte di S. Paolo in Alpe l’asse visivo maggiormente ortogonale rispetto all’allineamento principale dello spartiacque e l’alta quota consentono di apprezzare l’effettivo profilo e il ruolo morfologico svolto da Poggio Scali e la varietà dei fenomeni meteorologici aggiunge ulteriori “effetti speciali” (25/04/18 - 21/11/18).

 

002e – 002f - 002g - La vetta di P.gio Capannina è il sito contemporaneamente più elevato e più prossimo allo spartiacque, agevolmente raggiungibile in quanto ancora risalita dall’antica Via di Scali, così da offrire viste ravvicinate delle Ripe di Scali, ma il poggio poco emerge (2/06/18).

 

002h – 002i – 002l – Dal versante settentrionale di Poggio Capannina si aprono scorci da bassa quota che, se rendono pressoché irriconoscibile la cima di Poggio Scali, evidenziano il distacco della sella di Pian del Pero dal costone delle Ripe di Scali (8/05/18).

 

002m – Dal Crinale della Vacca, che divide le valli del Fosso del Molinuzzo e Rio Fossati da un lato, e del Rio Bacine dall’altro (affluenti del Lago di Ridràcoli) a monte di Ridondone (tra le conifere), il primo sole illumina la sequenza di dorsali che si dipartono da Poggio Scali (22/12/16).

 

002n/002q – Vista da Poggio Sodo dei Conti dello spartiacque appenninico che, prospetticamente contratto, si inarca in corrispondenza di Poggio Pian Tombesi con le sue Ripe e delle ripe di La Porta, oltre le quali emerge appena la sommità di Poggio Scali, con la sua prateria ritagliata nella faggeta (21/06/11 - 22/12/11).

 

002r/002z – Dal Monte Penna la vista dello spartiacque è opposta a quella da Poggio Sodo dei Conti ma, anche da qui prospetticamente contratta, pare concludersi con Poggio Scali. Ampia vista della Riserva di Sasso Fratino (7/02/11 – 13/01/16 – 10/03/21).

 

003a – 003b – 003bb - Dai pressi del passo del Giogarello, sul versante toscano, scorcio dello spartiacque con vista del versante meridionale dove si evidenzia l’abetina che dalla sottostante Riserva Naturale Biogenetica di Scodella si estende verso Poggio Scali fino alla Riserva Naturale Integrale La Pietra. Il poggio si riconosce sopratutto per il caratteristico “graffio” della sua prateria (11/01/12).

 

003c/003f – Poggio Scali è fronteggiato dal poggio corrispondente alle ripe La Porta, sovrastante il Canale del Pentolino, dal quale si aprono scorci visivi sul suo versante NO e sulla sua prateria di sommità (19/04/11).

 

003g – 003h – 003i – Il versante NO di Poggio Scali visto dalla Giogana (9/03/11 - 19/04/11 - 11/12/14).

 

003l/003p – La maestà della Madonna del Fuoco, oggetto di testimonianze devozionali, viene anche completamente sommersa in caso di nevicate eccezionali (di cui alla prec. foto), mentre il vento ed il riscaldamento solare della pietra 'scavano' uno spazio all'intorno (24/03/11 - 19/04/11 – 4/08/16).

 

003q – Schema orografico del tratto di spartiacque compreso tra il Passo della Calla e Poggio Scali con indicazione delle cime che vi si ergono, tutte toccate o rasentate dalla Giogana (tratto nero).

 

003r – 003s – 003t - Schemi di mappa da cartografia storica (1826/34 - 1850 - 1937) con rappresentati gli assetti insediativi ed infrastrutturali del settore orientale dell’alta valle di Campigna dove, tra l’altro, si può notare il tracciato dell’antica Via di Scali. La toponomastica riprende anche come scrittura quella originale. Nel secondo schema le aree scure corrispondono alle faggete.

 

004a/004e – L’accesso consigliato alla sommità del poggio, per maggiore rispetto ambientale, risale il versante meridionale, però trovando le tracce di una trincea della linea gotica (5/08/11 – 2/09/11 – 23/10/11).

 

004f/004s – Da Poggio Scali, in quest’epoca, la veduta panoramica si apre a 180°, da Libeccio a Grecale (quindi comprendendo Ponente, Maestrale e Tramontana), dal versante toscano al Lago di Ridracoli, mentre in condizioni normali, la veduta opposta si orienta prevalentemente verso Scirocco (SE), tale da distinguere bene il caratteristico profilo del Monte Penna de La Verna (25/02/11 - 2/09/11 – 23/10/11 – 31/10/11 – 15/05/14 - 11/12/14 – 16/02/18).

 

005a/005e – In caso di eccezionali nevicate il rialzamento di quota consente di superare le fronde dei faggi piegate dal peso della neve e di ottenere alcune delle vedute celebrate dalla letteratura. Verso Est, oltre la massa scura in p.p. dello spartiacque in corrispondenza di Poggio allo Spillo ed il contrafforte secondario della Bertesca, si ergono il M. Fumaiolo ed il M. Còmero, che cerca di coprire il M. Carpegna, a Nord del quale seguono dei rilievi tra cui spicca la caratteristica rupe della Rocca di Maioletto, in Val Marecchia, che pare affiancata in lontananza dal M. S. Paolo. In base agli allineamenti si giungerebbe all’Adriatico all’altezza di Pesaro, evidentemente impossibile da vedere. In ultimo, scansione da vecchia foto analogica della Rocca di Maioletto, con similare orientamento di ripresa (5/09/96 - 9/03/11).

 

005f – 005g – Una controprova della possibile visibilità dell’Adriatico non ostacolata dalla vegetazione si ha spostandosi sullo spartiacque verso Ovest, oltre il Canale del Pentolino, così, oltre i monti che circondano S. Sofia (M. Altaccio, Colle del Carnaio), pare di distinguere Forlì e grattacieli e aree urbane di riviera dalle parti di Cesenatico (11/12/14).

 

005h/005m - Ulteriore controprova della possibile visibilità dell’Adriatico si ha dalle vedute dal M. Penna di Bagno di Romagna, presso il Passo dei Fangacci (l'allineamento, viste le grandi distanze, va considerato similare). Benché abbia un’altezza di m 1331, inferiore di 190 m rispetto a Poggio Scali, da qui le giornate terse consentono la vista del M. Titano con S. Marino e dei monti di Perticara e Pincio (in allineamento con il Poggio della Bertesca), che ancora nascondono l’Adriatico fino a Riccione, mentre risalendo si può arrivare a distinguere bene Rimini (oltre il M. Castelluccio, sul crinale tra il Bidente di Pietrapazza e il Savio), come nell’ultima foto, quando purtroppo, all’ottima occasione di visibilità non ha corrisposto (meglio una brutta foto che nessuna foto) un’adeguata dotazione di mezzi fotografici (10/12/10 – 7/02/11).  

 

005n/005z – Ulteriori vedute, per il rialzamento di quota in caso di eccezionali nevicate, si possono avere verso Sud-Est. Nelle prime tre foto, oltre Poggio allo Spillo con scorcio della sommità del M. Penna, si vede bene il M. Nerone, cui seguono i monti Acuto e Catria, appartenenti all’Appennino Umbro-Marchigiano, quindi l’ampia piramide del M. dei Frati, dell’Alpe della Luna posta al confine tra Toscana, Umbria e Marche. Seguono la Serra Santa (Gualdo Tadino), i M. Sibillini (Ascoli Piceno), forse anche qualcosa dei M. della Laga (Teramo), in p.p. Poggio Tre Confini e, sopra il M. Calvano (una sella lo separa dal M. Penna della Verna), il complesso montuoso del Gran Sasso d’Italia (L’Aquila), dove si riconosce il Corno Grande, mentre la distanza e gli effetti di luce fanno apparire le catene montane come sospese tra le nebbie. Infine, altri effetti di luce incentrati sul M. Penna della Verna (5/02/11 – 12/11/15).

 

 

006a – 006b – 006c – Le vedute verso Occidente spaziano ampiamente vertendo sul complesso del M. Falterona; oltre le sue pendici meridionali a volte sono visibili le Alpi Apuane, ma la vista del Mar Tirreno è impedita dai rilievi toscani (16/01/11 – 5/02/11).

 

006d/006fd – Aggirato Poggio Scali, la Giogana ritrova la linea di crinale allo stacco del suo versante orientale dove, neve permettendo, si innesta l’incisione dell’antica Via di Scali, che discende lungo la sella di Pian del Pero, oggi accesso (vietato) alla Riserva di Sasso Fratino, di cui si può solo scorgere l’ultimo tratto (13/01/11 – 9/03/11 – 23/10/11 – 19/06/19).

 

006g/006n – Prima che fosse vietato avvicinarsi si poteva osservare la fioritura del Botton d'oro (Trollius europaeus L. subsp. Europaeus) e il “pasto” di alcuni ospiti del Parco a spese di un Cirsium erisithales o Cardo zampa d’orso (15/06/11 – 28/06/11 – 2/09/11).
{#emotions_dlg.07}