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Pian della Saporita

Tipo : bosco/area naturale
Altezza mt. : 994
Coordinate WGS84: 43 49' 11" N , 11 53' 01" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (04/2017 – Agg. 20/11/2020)

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, la Valle del Fiume Bidente di Pietrapazza riguarda il ramo più orientale del Bidente delimitato: ad Ovest, da un primo tratto del contrafforte secondario che, distaccatosi da Poggio allo Spillo, va a concludersi con il promontorio della Rondinaia; ad Est da un primo tratto del contrafforte principale che si stacca da Cima del Termine diretto verso Cesena. Dai rispettivi tratti iniziali degli opposti contrafforti si diramano due dorsali che, convergendo, completano la delimitazione del sistema vallivo. Una si stacca dal Monte Moricciona, delimitando la valle dei Fossi Fiurle e Trogo, l’altra, rilevante, proviene dal Monte Castelluccio, si dirige verso il Monte Casaccia terminando con il Monte Riccio: qui, presso la confluenza dei Fossi di Strabatenza e Trappisa nel Bidente, a ridosso di Pian del Ponte, la Valle di Pietrapazza si restringe quasi a chiudersi creando una discontinuità con quella di Strabatenza, così rendendo possibile una specifica identità geo-morfologica.

Per la relativa vicinanza dei due opposti contrafforti il bacino idrografico appare relativamente stretto, comunque presentando una notevole articolazione di crinali e controcrinali, a convergenza quasi simmetrica sull’incisione dell’asta fluviale principale orientata verso Nord, contribuendo a incrementare l’aspetto di progressiva ristrettezza e profondità della valle fino al suo sbocco di Pian del Ponte, dove tra le sommità opposte dei rilievi corre una distanza di circa 500 m. Dalla diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo, negli alti versanti conseguono sezioni vallive a “V” e nei fondovalle, specie dove essi si fanno più tormentati, profondi e ristretti, si formano gole, forre, financo degli orridi, con erosioni fondali a forma c.d. di battello, mentre i tratti più ripidi dei rilievi mostrano la roccia denudata. Nel versante esposto a settentrione dello spartiacque appenninico principale (la c.d. bastionata di Campigna-Mandrioli), specie nella parte a ridosso delle maggiori quote, si manifestano invece fortissime pendenze modellate dall’erosione e dal distacco dello spessore detritico superficiale con conseguente crollo dei banchi arenacei, lacerazione della copertura forestale e formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante (Poggio Rovino).

Se l’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio, in epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovano collocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale; gli insediamenti di derivazione poderale sono invece ancora raggiunti da una fitta e mai modificata ramificazione di percorsi, mulattiere, semplici sentieri (anche rimasti localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, come p.es. testimoniano i cippi stradali installati negli anni ’50 all’inizio di molte mulattiere, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; alcune strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo).

Uno dei vari tracciati che penetravano nell’alta valle del Bidente di Pietrapazza, nel Catasto Toscano del 1826-34 detto Strada che dall’Eremonuovo va a Pietrapazza, superato dalla fine del XIX sec. il Ponte delle Graticce, ancora oggi risale brevemente il Rio d’Olmo per poi attraversarlo e guadagnare il Crinale o Raggio del Finocchio sostando davanti alla Maestà del Raggio o della Ciardella, per ridiscendere al Bidente superandolo sul Ponte della Chiesina. Dall’Eremo Nuovo, mentre l’antica Strada che da Camaldoli va alla Bertesca affrontava sinuosissima un crinaletto nel transitare dalla Bertesca, attraversando quindi Pian della Saporita, oggi una lunga e tortuosa pista poderale incrocia la S.F. del Cancellino presso il km 6/14 all’altezza dell’Abetina di Brasco. Il tracciato, come sent. 205 CAI raggiunge quindi il sent. 207 presso il Passo della Bertesca così ricongiungendosi con l’antica Via Maestra che vien dall’Eremo, poi Strada che dal Sacro Eremo va a Romiceto, per raggiungere il Passo della Crocina (anticamente Crocina di Bagno e Croce di Guagno o Guagnio, toponomastica che si ritrova in una mappa del 1637 allegata ad una relazione del 1710 del provveditore dell’Opera del Duomo di Firenze - riproduzioni della mappa si trovano in A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, in A. Bottacci, 2009, p. 31, cit. oltre che citata in una relazione del 1663: «[…] si venne per la strada del Poggio tra la Bertesca e Valdoria et il Pozzone et arrivati alla Croce di Guagnio e pigliato il Giogo tra il confino de reverendi padri di Camaldoli e l’Opera di Santa Maria del Fiore si seguitò detta giogana […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 315, cit.). In tale mappa l’Abetina di Brasco parrebbe ricadere nell’ampio Abetio della Bertesca mentre nella Pianta Geometrica della Regia Foresta Casentinese del 1850 (conservata presso il Nàrodni Archiv Praha) compaiono gli antichi tracciati viari. L’ampia parte del versante dell’alta valle del Bidente sottostante il Crinale della Bertesca, presenta quasi insolitamente vasti declivi a dolce pendenza come Pian della Saporita (già Pian della Saponata), dove si trovano aree boscate, lande e cespuglieti, oltre le aree a prato pascolo dell’appoderamento della Bertesca, contrastanti con l’improvvisa verticalità dell’incombente crinale appenninico che evidenzia i tormentati canaloni di Poggio Rovino. Qui l’Abetina di Brasco, piccolo appezzamento grosso modo triangolare isolato nella faggeta, dove gli alberi svettano ad oltre 35 m di altezza, insieme alla più ampia abetina sovrastante a ridosso del crinale, appaiono reimpianti più che relitti dell’antico Abetio della Bertesca. Pian della Saporita grosso modo è delimitato, a Nord dal ramo meridionale del Fosso dell’Eremo Nuovo che scorre accanto alla Fonte delle Cavalle rasentando poi la Bertesca per confluire nel ramo principale presso l’Eremo, a Sud, dall’incisione del Fosso del Rovino o delle Capanacce, o delle Capanne e dal suo ramo che attraversa la S.F. del Cancellino nei pressi della pietra miliare del km. 6/14. Per il resto è lo stesso assetto morfologico a determinarne naturalmente i confini. A Pian della Saporita, a breve distanza dalla strada ma difficilmente raggiungibile, si trova il monumentale Faggione di Pian della Saporita, alto 25 m, circonferenza fusto 4,3 m, stimato in 250 anni di età. Lungo la rotabile si trovano anche il maestoso Faggio della Fonte (delle Cavalle) e, al margine dell’Abetina di Brasco, il Maggiociondolo della Fonte, esemplare di pianta ceduata dalla particolare forma, ritenuto il più grande della specie rinvenuto nel Parco, alto 13 m, circonferenza fusto 3,7 m, stimato in 120 anni di età. Nei primi anni del XX sec., al fine di rendere più economico il trasporto di legname tagliato nel versante romagnolo delle Foreste Casentinesi, venne costruita la ferrovia Decauville a scartamento ridotto Lama-Cancellino (dotata di vagoncini trainati da piccole locomotive a vapore alimentate a legna), che contribuì all’utilizzo esasperato delle abetine della Lama attuando una politica mercantilistica che commercializzava ingentissime quantità di legname da utilizzare per la produzione di traversine ferroviarie. In località Pian della Saporita, nel pianoro presso l’innesto del sentiero CAI 205 che sale verso il Passo della Bertesca, esisteva l’unico raddoppio dei binari che consentiva lo scambio tra i convogli provenienti da sensi opposti e avveniva il rifornimento di acqua e legna. La ferrovia venne smantellata negli Anni Venti.

Il luogo rientrava tra i beni posseduti dall’Opera del Duomo di Firenze in Romagna e il relativo appezzamento boschivo è documentato fin dal 1545 nell’inventario eseguito dopo che l’Opera, avendo preso possesso delle selve “di Casentino e di Romagna”, dove desiderava evitare nuovi insediamenti, aveva costatato che, sia nei vari appezzamenti di terra lavorativa distribuiti in vari luoghi e dati in affitto o enfiteusi che altrove, si manifestavano numerosi disboscamenti e roncamenti non autorizzati; pertanto, dalla fine del 1510 intervenne decidendo di congelare e confinare gli interventi fatti, stabilendo di espropriare e incorporare ogni opera e costruzione eseguita e concedere solo affitti quinquennali. I nuovi confinamenti vennero raccolti nel “Libro dei livelli e regognizioni livellarie in effetti” che, dal 1545 al 1626 così costituisce l’elenco più completo ed antico disponibile «[…] dei livelli che l’Opera teneva in Romagna […] se ne dà ampio conto qui di seguito […] 1545 […] – Una presa di terra aggettata e boscata in luogo detto la Bertesca la quale comincia sopra l’Eremo Nuovo […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 150, cit.). Nel 1789, da una relazione sui canoni da stabilirsi, risulta che i: «I poderi la Bertesca […] sono situati alle falde di vasto circondario delle selve d’abeti e sembra che sieno stati fabbricati in detti luoghi per servire di custodia e per far invigilare dai contadini di detti poderi […] non ardirei mai di far proposizione di alienarli ma […] come si rileva chiaramente dalla loro posizione servendo di cordone e custodia alle macchie medesime […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 441, 442, cit.). Dalla descrizione dei confini del Contratto livellario stipulato tra l’Opera, ora per conto del Granducato di Toscana, e il Monastero di Camaldoli nel 1840 si trova una estremamente precisa descrizione del podere e dei fabbricati quando, dal 1825-30 è di proprietà di Gio. Battista Amadori: «N° 14 - Podere della Bertesca […] lavorato dalla famiglia colonica di Giovan Battista Amadori. […].Terreni […] Un tenimento di terra nel cui centro sono situati i descritti fabbricati colonici tutto giacente in poggio elevato intersecato da alcuni fossi e scoli e dalla strada che si dirige a Camaldoli dall’altra che scende all’Eremo Nuovo e da altra seconda via che guidano alle terre seminative. Questo distinto per i vocaboli: la Bertesca, la Piana delle Pozze, il Campo della Fonte, il Fondone, il Felciaio, le Mandrie Vecchie, i Ronchetti, le Baciole, […] delle quali […] terra seminativa ed alternativamente a riposo con molte scogliere […] terre boschive con faggi e carpini e ogni resto pasture nude e sassose. Vi confina […] 2° dirigendosi verso sud-ovest a seconda del crinale del poggio detto del Condotto, terreni compresi nella Tenuta Forestale, 3° volgendosi verso mezzogiorno e percorrendo una lunga linea approssimativamente retta fino al fosso della Capanna, terreni compresi come sopra, 4° per breve tratto Fosso delle Capanne, 5° e 6° volgendosi verso tramontana e seguendo una linea curveggiante determinata da tanti termini di pietra RR. Monaci di Camaldoli con terre addette al podere dell’Eremo Nuovo […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 498, 527-528, cit.). Pian della Saporita appare esplicitamente menzionato nel Contratto livellario del 1818 con il Monastero di Camaldoli quando l’area già ricadeva tra i possedimenti del Granducato di Toscana sempre amministrati dall’Opera: «Comunità di Bagno. Una vasta tenuta di terre nell’indicata comunità, abetata, faggiata, frascata, lavorativa, prativa, massata, trafossata […] alla quale per la circonferenza confina: primo, […] incominciando da detto luogo detto delle Rivolte […] da questo termine calando per la scesa delle Rivolte fino al Prato ai Grilli; secondo […] seguitando per la strada che da Prato ai Grilli conduce al Poderaccio, lasciando la strada su prendere il crine che conduce alle Palestre; terzo, dal detto luogo delle Palestre fino al Fosso di Valbona […]  col Podere dell’Eremo Nuovo e dal detto Fosso di Valbona fino al Fosso del Pian del Miglio balzone comprendente nell’Opera il Prato della Bertesca fino alla strada da S. Giavoli e dal crinale dei Piani […]; quarto […]  cominciando dal crinale dei Piani durante il Podere dell’Opera della Bertesca; quindi […]  dal lasciato punto prendendo il crinale delle Baciole fino alla strada della Siepe dell’Orso […]. Tutta questa tenuta […]  è composta dai seguenti terreni cioè 1° Un tenimento di terra abetata, faggiata, ripata frascata […]  con i vocaboli di Pian di Maestro, Pellegrini, Pian della Saponata, Malpasso al passo della Bertesca, Macchia del Pian del Miglio, Stramazzetta, Capannaccia, Macchia della Crocina, salvo se altri.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 461, 463, 464, 466, cit.). I “vocaboli Pian della Saponata, Malpasso al passo della Bertesca e Macchia della Crocina, riguardano anche l’area dell’Abetina di Brasco, che nella sopracitata Pianta Geometrica del 1850 ricade tra le aree individuate come “Macchia d’Abeto di proprietà dello Stato”.

Riguardo la toponomastica, il termine “saporita” pare una trasformazione recente, dovuta alla consuetudine, dal “vocabolo” saponata in uso nei documenti ottocenteschi, a sua volta probabile derivazione dal latino classico  sappinus, i = sappino, abete (da Plinio), quindi fitonimo significante “fondo ad abeti sappini”: in romagnolo zapẽ’n è il pinastro e per alcuni autori sappinus deriva dal radicale latino sap del pino silvestre, da cui i nomi propri corradicali Sapinius, Sappinius, Sappius e Sapponius; in Romagna il sappino doveva essere molto diffuso in tanti toponimi antichi e in tutte le pinete da Cervia a Pomposa. Per il termine “brasco” se si tralascia un evidente aspetto antroponimico, si può prendere in considerazione una derivazione dalla radice brasch, = brasca, brace, bruciato (in Lombardia le braschée sono le caldarroste e la brasa è la cenere del camino), principalmente lombarda, ma presente in tutta la parte continentale italiana, infatti ritrovabile anche in Piemonte, Liguria, Marche e Calabria, dal longobardo bras ma riconducibile anche al gotico brakia = lotta, dunque o un lottatore o un territorio che ha visto lotte. Raggio è l’oronimo anticamente a volte utilizzato per indicare quei crinali che, come quello di luce, costituiscono elementi morfologici netti ed evidenti del territorio e che spesso consentono collegamenti più diretti e rapidi tra luoghi altrimenti raggiungibili tramite lunghi tragitti.

Per approfondimenti ambientali e storici generali e particolari si rimanda alle schede toponomastiche Valle del Bidente di Pietrapazza e relative ad acque, rilievi e insediamenti citati.

RIFERIMENTI   

A. Bottacci, La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, 1959-2009, 50 anni di conservazione della biodiversità, Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Pratovecchio, 2009;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Firenze, Le Lettere 2001;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Olschki, Firenze 1966, rist. 2004;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anastatica Castrocaro Terme 1989;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze

Carta dei sentieri, Foreste Casentinesi, Campigna – Camaldoli – Chiusi della Verna, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2012;

Link: http://www.badiaprataglia.com/Trenino_lama.htm;

Link: http://www.lunaboscosa.net/alberimon/ScAlberoR.php?numpia=112;

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

in sponda sinistra del fosso del Rovino, fra Eremo Novo e Passo della Bertesca

Testo di Bruno Roba

Pian della Saporita si raggiunge agevolmente dalla loc. Cancellino, al km 198+500 circa della S.P. dei Mandrioli, percorrendo dalla sbarra circa 6 km di ampia strada bianca.

foto/descrizione :

Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

Nota – Per visualizzare le foto nel loro formato originale salvarle sul proprio computer, oppure se il browser lo consente tasto destro sulla foto e Apri immagine in un’altra scheda.

001a/001f – La S.F. Nocicchio-Pietrapazza presso il Poggiaccio è il luogo più agevole per osservare Pian della Saporita nel contesto generale di inserimento, in quanto è facilmente riconoscibile la linea netta dove corre la S.F del Cancellino che separa la zona delle abetine: la piccola macchia scura dell’Abetina di Brasco, come una punta di freccia, indica la direzione. Frequentando il luogo nelle diverse stagioni e in vari momenti della giornata, oltre ad ulteriori aspetti di interesse, è possibile distinguere bene le caratteristiche dell’ampio pendio che ospita Pian della Saporita e i campi di Bertesca e Mandria Vecchia, che contrastano con l’asprezza dei rilievi appenninici. Da notare sulla sx anche la profonda incisione del Fosso del Rovino. Legenda foto 1f: A – Abetina di Brasco; B – Bertesca – M – Mandria Vecchia; P – Pian della Saporita (3/10/11 – 18/10/11 - 16/02/17 - 27/02/17).

002a – 002b – Dal Monte Càrpano si alza la quota ma il limitato spostamento dell’asse visivo non modifica sostanzialmente la comprensione dei luoghi (3/10/11).

003a – 003b – Dalla S.F. Nocicchio-Pietrapazza sopra Ridolmo, lo spostamento dell’asse visivo consente di apprezzare sia il profilo del pendio, che dal Poggio della Bertesca a Pian della Saporita pare molto regolare nella pendenza, sia le macchie scure delle abetine (18/10/11).

004a – 004b – 004c - Dal Crinale del Finocchio, proiettato nella Valle di Pietrapazza, si ha una visione frontale e da alta quota dell’intero versante dall’Eremo Nuovo a Poggio della Bertesca, con possibilità di osservazioni ravvicinate dei siti che, immaginandoli privi dei rimboschimenti misti e a faggio, non paiono differire notevolmente dalle descrizioni documentali e cartografiche del XIX sec. La terza foto contiene un’ipotesi identificativa del tracciato viario antico che risaliva direttamente dall’Eremo alla Bertesca, attraversava Pian della Saporita e rasentava il ramo settentrionale del Fosso del Rovino fino all’altezza dell’odierno km 6/14 della S.F. del Cancellino e dopo poco lo si ritrova ancora sostanzialmente integro e riutilizzato come sentiero 205 CAI fino al Passo della Bertesca (12/07/16).

005 – Schemi di mappa dedotti da cartografia dei secoli XIX e XVII. Nello schema sulla sx, aggiornato con i nuovi toponimi, compare il tracciato viario che discende dal Passo della Crocina, nel ‘600 detto Via Maestra che vien dall’Eremo, come si può vedere nell’estratto a fianco, che venne disegnato con ribaltamento dell’orientamento, come a ribadire sia dove stava l’osservatore sia l’autonomia della Romagna Toscana rispetto all’incombente frontiera appenninica

006a – 006b – 006c - La S.F. dal Cancellino, al km 5,750 circa, tramite un tornante attraversa il Fosso del Rovino che, con la sua profonda incisione, delimita a Sud il grande pendio che ospita Pian della Saporita (26/05/16 - 31/07/20 - 28/10/20).

006d/006l – Una trincea stradale e il ramo Nord del Fosso del Rovino (il sottoattraversamento stradale, per la fattura e la pezzatura lapidea pare quello ferroviario originario di inizio Novecento) segnalano l’ingresso a Pian della Saporita (11/05/11 - 26/05/16).

006m – 006n – 006o – L’improvvisa radura di Pian della Saporita oggi ricoperta da felci era utilizzata per consentire lo scambio e il rifornimento dei convogli ferroviari (27/08/20 – 28/10/20).

007a/007q – Vedute di Pian della Saporita (26/05/16 – 27/08/20 – 4/09/20).

008a/008h - Presso Pian della Saporita si trovano 3 alberi segnalati e schedati per le loro caratteristiche particolari. Sono il Faggione di Pian della Saporita, alto 25 m, circonferenza fusto 4,3 m, stimato in 250 anni di età (scheda dal Link: http://www.lunaboscosa.net/alberimon/ScAlberoR.php?numpia=112), il Faggio della Fonte (delle Cavalle) e, al margine dell’Abetina di Brasco, il Maggiociondolo della Fonte, esemplare di pianta ceduata dalla particolare forma, ritenuto il più grande della specie rinvenuto nel Parco, alto 13 m, circonferenza fusto 3,7 m, stimato in 120 anni di età. (24/08/11 - 16/07/12 - 25/02/21).

 

008i/008o – L’Abetina di Brasco (28/10/20).

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