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Poggio Sodo dei Conti

Comune : Santa Sofia
Tipo : monte
Altezza mt. : 1559
Coordinate WGS84: 43 52' 23" N , 11 43' 23" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

in confine fra i comuni di Santa Sofia e Stia

Testo di Bruno Roba (17/01/2018)

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle e di Campigna poi di Corniolo, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose, strutturate a pettine, denominate dorsali o contrafforti, mentre le loro zone più elevate sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme del rilievo. L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, dal gruppo del M. Falterona e, ad Est, da Cima del Termine.

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio: «[…] in antico i movimenti delle popolazioni non avvenivano “lungo le valli dei fiumi, […] bensì lungo i crinali, e […] una unità territoriale non poteva essere una valle (se non nelle Alpi) bensì un sistema montuoso o collinare. […] erano unità territoriali il Pratomagno da un lato e l’Appennino dall’altro. È del tutto probabile che in epoca pre-etrusca esistessero due popolazioni diverse, una sul Pratomagno e i suoi contrafforti e un’altra sull’Appennino e i suoi contrafforti, e che queste si confrontassero sulle sponde opposte dell’Arno […].» (G. Caselli, 2009, p. 50, cit.). Già nel Paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. Nell’Eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestano una frequentazione a scopo di caccia o conflitti tra popolazioni di agricoltori già insediati (tra cui Campigna, con ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca, Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con ritrovamenti di sepolture). In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur permanendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate ma p. es., nel Settecento, chi voleva salire l’Appennino da S. Sofia, giunto a Isola su un’arteria selciata larga sui 2 m trovava tre rami, per il Corniolo, per Ridràcoli e per S. Paolo in Alpe che venivano così descritti: «[…] è una strada molto frequentata ma in pessimo grado di modo che non vi si passa senza grave pericolo di precipizio […] larga a luoghi che in modo che appena vi può passare un pedone […] composto di viottolo appena praticabili […] largo in modo che appena si può passarvi […].» (Archivio di Stato di Firenze, Capitani di Parte Guelfa, in L. Rombai, M. Sorelli, 1997, p. 82, cit.); oppure «[…] a fine Settecento […] risalivano […] i contrafforti montuosi verso la Toscana ardue mulattiere, tutte equivalenti in un sistema viario non gerarchizzato e di semplice, sia pur malagevole, attraversamento.» (M. Sorelli, L. Rombai, 1992, p. 32, cit.). Così, se al diffondersi dell’appoderamento si accompagna un fitto reticolo di mulattiere di servizio locale, per la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche occorrerà attendere tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX. Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.).

Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovano collocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale. Lungo lo spartiacque geografico corre un tracciato viario che non solo fu il principale percorso di crinale del territorio romagnolo ma, considerato nell’intero sviluppo fino a Poggio Tre Vescovi, fu anche il più naturale collegamento di tutta la penisola. In corrispondenza delle maggiori asperità si allontana dallo spartiacque posizionandosi su uno dei due versanti, più spesso quello toscano esposto più favorevolmente a Sud, ma sostanzialmente si sposta per ragioni orografiche. Il tratto compreso tra i due contrafforti principali è noto come la Giogana, in passato Via Sopra la Giogana o semplicemente Giogo o gran giogo: «Indi la valle, come ‘l dì fu spento,/da Pratomagno al gran giogo coperse/di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento» (Purgatorio, V, 116). Più recentemente venne descritto il «[…] giogo di Camaldoli, al di là del quale cessa la Comunità di Pratovecchio e sottentra dirimpetto a grecale quella transappenninica di Premilcore.» (E. Repetti, Dizionario geografico fisico e storico della Toscana, 1881-1883). Strada vicinale della Giogana è la denominazione catastale che ancora conserva, con l’aggiunta o della Bordonaia o dei Legni per i tratti a ciò specificamente dedicati sui rispettivi versanti. Come sopraddetto, sicuramente frequentata già in era paleolitica e dai primi gruppi preitalici durante le loro migrazioni, in epoca romana, pur avendo perso la viabilità di crinale una funzione portante, era percorsa o attraversata anche da vie militari attestato da reperti. Il tracciato è rimasto in funzione fino alla prima metà del secolo scorso come importante via di comunicazione su grandi distanze ma, in considerazione anche dell’elevata altitudine e della scarsità di sorgenti, non ha mai registrato la presenza di insediamenti, salvo alcuni più recenti e specializzati con finalità turistiche. Già da epoche storiche boscaioli che trasportavano legname a dorso di mulo o conduttori di grossi traini di legname vi transitavano per raggiungere i passi montani; fino al XIX secolo fu inoltre interessato dalla transumanza, pratica talmente diffusa da dover essere regolamentata da parte delle amministrazioni demaniali, secondo regole rimaste invariate dal medioevo alla liberalizzazione dell’ultimo scorcio del XVIII secolo, stabilendo gli itinerari e istituendo le dogane, a fini di controllo e fiscali: «Nell’entrare in Maremma vi erano altre dogane dette Calle: a queste bisognava presentarsi, far contare il bestiame e pigliar le polizze.» (Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, 1774, in: P. Marcaccini, L. Calzolai, 2001, cit.), inoltre «[…] i pascoli maremmani di “dogana” erano aperti e chiusi, ufficialmente, […] il giorno 29 settembre […] l’apertura e 8 maggio la chiusura.» (M. Massaini, 2015, p. 73, cit.). Il bestiame, spesso affidato in soccida a pastori specializzati, in modo minore dalle alte valli del Bidente e del Savio ma soprattutto dalla montagna di Camaldoli, affluiva nel fondovalle dell’Arno per proseguire per Siena e la Maremma, le pasture Maretime. «Ma non mancava naturalmente bestiame vaccino liberamente pascolante sulle più alte pendici. Conosciamo, per questo aspetto, non soltanto quello di proprietà dei montanari, ma anche le vacche di certi proprietari ecclesiastici come il monastero di Camaldoli […]. E sappiamo, più in generale, che lungo tutta la giogaia, sull’uno e sull’altro versante, tanto i privati che quanto i signori feudali avevano greggi numerose […]» (G. Cherubini, in: G.L. Corradi, a cura di, 1992, p.20, cit.). Praticamente la foresta era diventata, con grave danno, una grande stalla all’aperto (G. Chiari, 2010, cit.), d'altronde, da sempre, «[…] quel settore dell’Appennino che ha al suo centro la valle del Casentino, e che si estende a tutto il Montefeltro e il Mugello, […] corrisponde con precisione all’area dei pascoli estivi di quell’economia basata sulla transumanza che dà un senso economico e culturale al territorio geografico dell’Etruria storica.» (G. Caselli, 2009, p. 22, cit.).

La Giogana attraversa o lambisce anche gli antichi possedimenti dell’Opera del Duomo di Firenze, che si estendevano da Poggio Corsoio a Cima del Termine, confinando (con frequenti dispute) ad Ovest con i possedimenti dello Spedale di S. Maria Nuova di Firenze e ad Est con quelli del Monastero di Camaldoli. A Poggio Sodo dei Conti si ipotizza transitasse la Via Flaminia Minor, realizzata «[…] sfruttando tratti di percorsi etruschi preesistenti […]» (A. Fatucchi, 1995, p. 27, cit.), utilizzata dalle legioni romane per valicare l’Appennino al fine di sottomettere Celti, Liguri e Galli Boj che stanziavano nella pianura padana; essa risaliva da Montelleri, sopra Stia, transitando nell’area del Lago degli Idoli, raggiungeva il Monte Falco, discendeva da quella che oggi è nota come Pista del Lupo (dove sgorga la Fonte Sodo dei Conti, la più elevata delle Foreste Casentinesi, 1605 m) per raggiungere Pian Cancelli e Poggio Corsoio dove trovava un bivio ancor oggi praticato: a sx si dirigeva verso Castel dell’Alpe e Faenza per immettersi nella Via Aemilia (questo è ritenuto il più antico itinerario di valico), a dx si dirigeva verso Forlì e Ravenna o transitando dal crinale del contrafforte principale o discendendo verso il percorso vallivo in direzione di Galeata (l’antica Mevaniola), anche qui potendo rimanere a mezza costa attraversando la Valle del Bidente delle Celle e le Ripe Toscane o risalire il Crinale del Corniolino. N.B.: «Già dall’età etrusca arcaica (almeno dal secolo V a.C.). alla luce soprattutto delle scoperte degli ultimi decenni, la conca casentinese appare come un’area privilegiata di transito […]. Si trattava certamente di percorsi spontanei. […] Percorsi secondari sembrano risalire le valli dei torrenti Rassina e Archiano verso i valichi appenninici, dai quali scendono inclinate verso nord-est in direzione dell’Adriatico quelle romagnole del Savio (Sarsina-Cesena) e del Bidente (Galeata, l’antica Mevaniola e Forlimpopoli) abitate dagli Umbri.» (A. Fatucchi, 1995, p. 27, cit.). Percorrendo la Giogana verso Est si trovano i Prati della Stradella, oggi più noti come della Burraia da quando, nel 1853 (come attesta una pietra incisa conservata all’interno del fabbricato), il Siemoni fece costruire una stalla in muratura di pietrame da usare come alpeggio estivo per le mandrie, oggi noto come il Casone della Burraia, oltre un piccolo fabbricato posto ad Est della stalla con abitazione del custode, forno ed i rinomati locali per la lavorazione del latte (una foto del 1935 di Pietro Zangheri effettuata dal M. Gabrendo inquadra anche tali fabbricati; la foto si trova anche in AA.VV., 2008, p.42, cit. Oggi rimane solo la ex-stalla, riutilizzata come Rifugio CAI La Burraia. Un altro rifugio al margine dei prati è il CAI Città di Forlì, edificato nel 1974 come servizio degli impianti sciistici (rimane solo lo skilift che parte dal Rifugio La Capanna essendo stata definitivamente rimossa per via aerea nel 2016 ogni struttura dell’altro impianto che, partendo dallo Chalet Burraia, risaliva fino al M. Gabrendo, con riqualificazione dell’area).

Il Sodo dei Conti, come oggi noto, è posto sull’alto versante nord-orientale del M. Falco presso la diramazione della Pista del Lupo e poco distante dall’omonimo poggio, conserva l’antica denominazione di un’area a cavallo del crinale e del versante meridionale del M. Falco, appunto dissodata, roncata, erbaceo-cespugliata e ceduo-degradata dove il bestiame trovava alimento, cosiddetta in quanto in proprietà, per il versante romagnolo, dei conti Guidi di Modigliana e, per il versante casentinese, dei conti Guidi della Tuscia (Toscana), i quali già a partire dall’inizio dell’XI secolo possedevano gran parte di quei territori, molti in comproprietà con la famiglia dei Giudici Imperiali dei Rodolfi e l’Abbazia di Strumi (982 circa, Poppi), oltre ai Guidi dell’area romagnola: «Discesa a levante la piramide della Falterona per un forte pendio, si trova subito la via del Sodone, che è la prosecuzione di quella di Montelleri, e che passato il Valloncino, porta a un bel prato coperto di finissima erba, chiamato il Sodo de’ Conti, ove comincia il possesso ex-granducale della Casa di Lorena. Questa foresta è ricca di selvaggina, e specialmente di cervi, che chiusi un tempo, e riacquistata poi la naturale libertà, si sono straordinariamente moltiplicati, tornando ad essere oggetto di lecita caccia.» (C. Beni, 1881, p. 55, cit.).

Al Sodo dei Conti si attraversa la Riserva Naturale Integrale di Monte Falco-Poggio Piancancelli con le sue praterie di vetta dove vegetano rare formazioni erbacee d’alta quota mentre il faggio cresce sulle pendici nodoso e contorto mantenendo dimensioni arbustive a causa dei forti venti. Da due relazioni del 1663 e del 1677 conservate nell’Archivio dell’Opera del Duomo: «Il giorno di martedì […] arrivammo fino al Prato dei Conti il quale dicono essere il più eminente luogo di quelli Appennini […].» «Mercoledì 1° di agosto partimmo di Campigna e si andò a far la visita della faggeta di SAS et il confino dei Signori Conti di Urbech, andammo alla Stradella e preso il Giogo verso ponente si arrivò ai prati dei Signori Conti e si scese per una lunga e precipitosa strada […] che si trovò per la detta via cinque o sei capanne […] e sono tutte le capanne su quello dei Signori Conti et si vedde molti faggi tagliati nella macchia di SAS […] e Giovannella ci disse che era in dubbio chi appartenesse e di chi fosse se de Signori Conti o di SAS[…].» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 311, 320, cit.). A proposito della citata faggeta a confino dei Conti di Urbech, è da precisare che si tratta della Faggeta di Sua Altezza Serenissima il Granduca, istituita nel 1559 (e decaduta all’inizio del XVII sec.) in occasione dell’emanazione della Legge dell’Alpe come riserva privata che poteva essere sfruttata solo a scopo militare e che si estendeva nel versante toscano per mezzo miglio e, come sopra detto, fino a un miglio dal crinale. Anche nell’ambito della contea era stabilito che «[…] nissuno possa fare Ronchi di faggi per seminare grani né biade di sorte alcuna […] non si possi tagliare su lalpe faggi p far madie, staccie, vagili, et tutti gli altri lavori utili […]» (Comuni Soggetti, n.901, Archivio di Stato di Firenze, in: M. Massaini, 2015, pp. 146, 149, cit.). Il Motuproprio emanato nel 1778 dal Granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena abolì i feudi, così il territorio e la popolazione della Contea di Urbech entrarono a far parte della Comunità di Pratovecchio (M. Massaini, 2015, cit.). Ancora nel 1818, nella descrizione dei confini del “Contratto livellario” tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli vengono citati i luoghi di questo primo tratto di Giogana: «Una vasta tenuta di terre […] confina […] sedicesimo, dal lasciato termine percorrendo sempre il confine della macchia di Monte Corsoio […] si giunge ad altro luogo detto la Pianaccina ove confina questa Comune con quella di Stia e quindi continuando la Giogana passando il Sodo dei Conti, Stradella, Calla […]»(A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 475-476, cit.).

N.B.: «Il primo Guidi della storia è un longobardo di nome Tetgrimus (Teudegrimo o Tegrimo in italiano), descritto […] in un diploma del 23-7-927 […]. Lo ritroviamo più tardi col titolo non ereditario di Comes Tuscie (Conte di Tuscia) […]. Il matrimonio […] con Engelrada […] gli portò in dote la curtis di Modigliana e quindi lo condusse ad occuparsi dell’alta Romagna, quella dei pascoli che gravitavano sul Mar Tirreno in virtù della transumanza delle pecore.» (G. Caselli, 2009, p. 61, cit.); dal matrimonio nacque Wido (Vuido), che nel 943 risulta conte, probabilmente di Modigliana, oggi noto con il nome, prima latinizzato poi italianizzato, di Guido I; ma «I Conti facevano spesso riferimento agli antenati Longobardi per reclamare la loro proprietà su un determinato distretto.» (G. Caselli, 2009, p. 108, cit.). Il Sacro Romano Impero era suddiviso in Distretti Giudiziari Imperiali amministrati da potenti Giudici Imperiali spesso appartenenti a ricche famiglie locali che possedevano vaste parti del territorio di loro giurisdizione. Papianum (Papiano - Stia) era sede di un distretto i cui territori, che comprendevano anche la contea di Porciano, dopo il 1108 divengono possedimento esclusivo dei Guidi, ricevendone conferma come titolo, possesso e giurisdizione nella persona di Guido VII conte della Tuscia, detto anche Guido Guerra III, a seguito del diploma emesso a Pavia nel 1164 da Federico I Barbarossa, con successiva assegnazione al ramo di Modigliana (Conti Guidis de Mutiliana Urbec). Come diretta conseguenza venne istituita la Contea Imperiale di Urbech (si trova declinato anche in Urbec, Urbecho e Urbecche, o Durboch secondo Leonardo da Vinci, mentre il Catasto Toscano del 1825 riporta con imprecisione Urbeh) così distinta dalle Contee di Papiano e di Porciano, pure oggetto del riconoscimento imperiale. Vi era già sorto nei decenni precedenti il Castello di Urbech, presso Papiano, quale segno significativo dell’esautorazione dei Giudici Imperiali ed in posizione strategica per controllare gli accessi con la Romagna, in funzione non solo militare ma anche in stretta correlazione alla transumanza. Il palazzo-castello aveva 40 stanze ad uso residenza, palazzo pretorio e carceri oggi trasformate in abitazioni mentre già dal ‘700 sono documentati scarsi resti delle mura, la porta castellana, una torre quadrata incorporata nel palazzo, porte e finestre e la cisterna; è pure scomparso il frontone del camino decorato con pregevoli sculture a bassorilievo, dette “alla raffaella”, con lo stemma dei conti Guidi-Mazzoni (M. Massaini, 2015, cit.). Urbech è un «[…] nome di luogo di origine germanica che significa “luogo dove il fiume curva” oppure […] “luogo tra due fiumi” […]» (M. Massaini, 2015, p. 30, cit.). Il Sodo dei Conti, ricadente in parte nel territorio di Urbech, che si fermava al crinale, e in parte in quello di Porciano (che poteva vantare possessi e diritti anche oltre già da tempo goduti in compartecipazione anche coi Guidi del ramo romagnolo), era posseduto in comune anche dalle due contee, in particolare per le attività tipiche della montagna. Con atto d’imperio del Duca Alessandro dei Medici il titolo di conte e la contea di Urbech furono trasferiti nel 1532 ai Mazzoni nella persona di Guido Selvatico detto Urbeco o Urbecco, senza modifiche dei confini, fino al riassetto territoriale voluto nel 1565 da Cosimo I dei Medici quando, oltre a stabilire una riserva a favore del principe riguardo i diritti di pesca, venne imposto il divieto di tagliare alberi e seminare nei territori che si estendevano per un miglio dallo spartiacque, norma che venne perpetuata anche nei secoli seguenti. Così oggi si può immaginare che il Sodo dei Conti conservi molte delle caratteristiche originarie, che si trovano rappresentate nella settecentesca PIANTA DELLA CONTEA D’VRBECH (da alcuni ritenuta riguardante la riconfinazione granducale del 1565, che conciliava le circostanti realtà comunali con la superstite enclave feudale), conservata presso l’Archivio di Stato di Firenze (M. Massaini, 2015, cit.), dove oltre i confini della contea sono rappresentate le aree ricoperte dagli Abeti di S. M. Nuova e dagli Abeti di S. Maria del Fiore, relative all’alpe del Corniolo, allora chiamata anche selva del Castagno, confiscate ai Guidi di Modigliana già dal 1380 ed assegnate alle Opere facenti capo a tali istituzioni ecclesiastiche fiorentine (il termine contenuto in atti è “assegnato in perpetuo”; A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 15-16, cit.), mentre la selva di Casentino ovvero di Romagna che si chiama la selva di Strabatenzoli e Radiracoli vennero confiscate ai signori di Valbona ed assegnate nel 1442 all’Opera del Duomo, il tutto in conseguenza di atti ritenuti ostili nei confronti di Firenze.

Per approfondimenti si rimanda alle schede toponomastiche Valle del Bidente delle Celle e/o relative a monti e insediamenti citati.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

S. Bassi, N. Agostini, A Piedi nel Parco, Escursioni nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, ComunicAzione, Forlì 2010;

C. Beni, Guida illustrata del Casentino, Brami Edizioni, Bibbiena 1998, rist. anast. 1^ Ed. Firenze 1881;

G. Caselli, Il Casentino da Ama a Zenna, Accademia dell’Iris - Barbès Editore, Firenze 2009;

G. Chiari, La Lama. Nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Arti Grafiche Cianferoni, Stia 2010;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

A. Fatucchi, La viabilità storica, in: AA. VV., Il Casentino, Octavo Franco Cantini Editore – Comunità Montana del Casentino, Firenze – Ponte a Poppi 1995;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, AGC Edizioni, Pratovecchio Stia 2015;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Alpe di S. Benedetto, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2014;

Carta Escursionistica, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Itinerari Geologico-Ambientali, Carta Geologica del Parco, Regione Emilia-Romagna, Parco delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Link https://servizimoka.regione.emilia-romagna.it/appFlex/sentieriweb.html.

Percorso/distanze :

raggiungibile per sentiero dalla strada che dal passo Calla conduce a Pian delle Fontanelle

Testo di Bruno Roba

Il Poggio Sodo dei Conti è agevolmente raggiungibile risalendo la strada di servizio, vietata al traffico privato, che dal parcheggio dei Fangacci sulla S.P. 94 del Castagno, davanti allo Snowpark, conduce alla Stazione radio militare (900 m); dalla sella prospiciente la stazione si procede in direzione opposta per 2-400 m per raggiungere e percorrere tutto il poggio.

foto/descrizione :

Le seguenti foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell’autore.

Nota – Per visualizzare le foto nel loro formato originale salvarle sul proprio computer, oppure se il browser lo consente tasto destro sulla foto e Apri immagine in un’altra scheda.

001a– 001b – 001c – Dal Monte Piano (vetta del contrafforte principale che si distacca da Cima del Termine) si può avere una delle più ampie viste dell’intero spartiacque appenninico che si innalza oltre il contrafforte secondario che separa le Valli del Bidente di Pietrapazza (in p.p.) e di Ridràcoli. Mentre nel suo sviluppo è abbastanza agevole riconoscere le due vette maggiori dei Monti Falterona e Falco, solo un occhio esperto, supportato da strumenti ottici per la visione ravvicinata, riesce a distinguere Poggio Sodo dei Conti in corrispondenza della sella che unisce i due monti; subito alla dx del poggio si scorgono le antenne della stazione radio, più a sx la copertura nevosa evidenzia i prati della Burraia a Poggio Lastraiolo, preceduti dal Monte Gabrendo (01/01/12).

 

001d – 001e - Dalla Colla dei Ripiani, alle pendici del Monte Castelluccio (altra vetta del contrafforte principale), per la modifica dell’asse visivo rispetto alle viste precedenti Poggio Sodo dei Conti appare slittato verso il Monte Falco (27/11/11).

 

001f – 001g – Dal primo tratto dello stesso contrafforte, nei pressi del Poggiaccio, si può osservare il sopraggiungere delle prime luci che colorano i rilievi illuminando anche Poggio Sodo dei Conti, che ora si trova in asse perfetto con il Monte Falco (27/11/11).

 

001h – 001i – 001l – Tutt’altro sito di osservazione si ritrova su un poggetto presso la rotabile che risale verso San Paolo in Alpe, poco oltre la sbarra: da qui il complesso montano appare nella sua imponenza, senza però mostrare il Monte Falterona, evidenziando lo skyline che da Poggio Lastraiolo risale lieve fino a Poggio Sodo dei Conti, laddove l’apparente sella scopre la stazione radio. Nella seconda foto impressiona pure il vasto piano inclinato della rigogliosa Abetina di Campigna che culmina con Poggio Palaio; poco sotto emerge la palazzina granducale (26/03/12).

 

001m – 001n - 001o – In queste viste l’allineamento è pressoché identico a quello delle viste precedenti, ma ottenuto dalla posizione più avanzata del versante meridionale della dorsale di Poggio Ricopri che si affaccia direttamente sull’area delle Cullacce, nella porzione Ovest della Riserva Integrale di Sasso Fratino dal tipico sviluppo dei bacini torrentizi, e sul tratto terminale della Giogana, interrotta dall’incisione del Passo della Calla. Si replica la precedente descrizione della vista di Poggio Sodo dei Conti, mentre l’area di Campigna rimane più defilata (16/11/16).

 

001p – 001q - Dai pressi del Monte Palestrina, sentiero 235, la distanza nuovamente si allontana più che altro offrendo una diversa contestualizzazione del complesso del Monte Falco (che si innalza oltre il contrafforte secondario che discende da Poggio Scali evidenziando Poggio della Serra, Poggio Capannina e la Valle del Ciriegiolone), dove il profilo di Poggio Sodo dei Conti si confonde ed è identificabile solo grazie al puntino bianco dell’antenna della stazione radio (16/10/16).

 

001r – 001s – Questo è uno scorcio più inconsueto che si apre risalendo da Fossacupa verso gli insediamenti di Montecavallo. Si distingue la sequenza dei Poggi delle Secchete, Palaio, di Mezzo e Zaccagnino (toponomastica ottocentesca che li identifica tutti nel delimitare la Bandita di Campigna, slittando il Palaio di un posto): l’ultimo copre parzialmente Poggio Sodo dei Conti ma non le svettanti e pluricitate antenne, mentre il Monte Falco spunta dietro Poggio Martino (12/12/16)

 

001t – 001u - Dal Sentiero degli Alpini (SA 301 CAI) presso Poggio Bini, mentre si abbraccia l’alto versante vallivo del Bidente delle Celle, il punto di vista ottimale su uno dei tratti più impervi del versante appenninico, da cui ha origine il Fosso del Satanasso, consente però di scorgere appena Poggio Sodo dei Conti che spunta nella sella tra i Poggi Zaccagnino e Martino, sulla cui dx è evidente la traccia dello skilift, cui seguono il Monte Falco e Poggio Piancancelli; dall’altro lato si intravede lo skyline Sodo dei Conti-Monte Gabrendo (16/04/16).

 

001v/001z – Dal Crinale del Corniolino, pressi Tre Faggi, oltre la dorsale di Partinico compare l’intero arco appenninico e il tratto iniziale del contrafforte principale che delimitano la Valle del Bidente delle Celle ed è possibile identificarne i principali rilievi; nella terza foto, oltre il passo dei Tre Faggi con la rotabile per Poderone-Celle, si nota d’infilata la Costa Poggio dei Ronchi sopra la quale spunta Poggio Palaio; in alto, sulla sx dei tralicci, emerge Poggio Sodo dei Conti (30/11/16).

 

002a – 002b – 002c – Solo spostandosi sul versante casentinese del complesso del Falterona, dai pressi del passo del Giogarello sul crinale che si distacca dal Monte Gabrendo verso Sud (sent. 82 CAI), si ha una netta vista di Poggio Sodo dei Conti compreso tra i prati della Burraia di Poggio Lastraiolo e l’onnipresente stazione radio. Lontanissime si scorgono le Alpi Apuane (11/01/12).

 

002d - 002e – 002f – Dalla dorsale Sud del Monte Falterona, versante casentinese verso Montelleri tracciato dal sent. CT 4, si ha una vista ottimale del versante meridionale di Poggio Sodo dei Conti e del dolce crinale su cui correva l’antica Stradella (12/10/11).

 

002g/002j – Da Poggio Scali il complesso del Falterona emerge oltre la schiena della Giogana in una diafana vista di fine inverno e Poggio Sodo dei Conti si mimetizza nella dorsale che dagli imbiancati prati della Burraia risale lenta verso le vette più alte di questo Appennino (9/03/11).

 

002k – 002l – Dal Monte Gabrendo la prospettiva pare ridurre ad un unico rilievo la lunga schiena dai prati della Burraia di Poggio Lastraiolo a Poggio Sodo dei Conti (7/07/11).

 

002m – 002n - 002o – L’antica Stradella che percorreva la schiena di Poggio Sodo dei Conti oggi scompare attraversando una impropria pineta, dove è stato importato pure il Pino mugo, e rarissimi scorci panoramici si aprono sugli impervi rilievi dell’Appennino romagnolo (21/12/11).

 

002p/002z – La stagione invernale consente maggiori aperture visuali sui rilievi del versante romagnolo, così tra i tanti traguardando la Giogana, la sella di Pian del Pero che dà inizio al contrafforte secondario che evidenzia il massiccio di Poggio Squilla con l’Altopiano di S. Paolo in Alpe, il Monte Guffone da cui parte una lunga dorsale che l’incisione di Val Pisella interrompe separandola dal Piano d’Arcai, sovrastante il borgo di Corniolo (21/12/11).

 

003a – 003b - Neografia da una mappa settecentesca, ritenuta riguardante la contea di Urbech al 1565, con particolare dell’area di Sodo dei Conti e delle Faggete della Selva di Corniolo, dal 1380 confiscate ai conti Guidi e assegnate alle Opere ecclesiastiche fiorentine, e mappa schematica dedotta da cartografia storica di inizio XX sec. evidenziante reticolo fluviale e infrastrutture viarie, in gran parte corrispondente alla sentieristica di odierno utilizzo. All’epoca la nuova viabilità si fermava a Campigna, giungendo dal versante toscano, mentre dal versante romagnolo risultava realizzata oltre Corniolo e Lago fino all’altezza del M. della Maestà.

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