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Valle del Bidente delle Celle

Comune : Santa Sofia
Tipo : valle
Altezza mt. : 750
Coordinate WGS84: 43 53' 44" N , 11 46' 10" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (Dicembre 2016)

Coordinate WGS84 comprese tra 43° 55’ 4” N / 11° 46’ 10” E e 43° 52’ 32” N / 11° 42’ 51” E 

Altitudine compresa tra m 520 e m 1649 s.l.m.

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose strutturate a pettine, proiettate verso l’area padana secondo linee continuate e parallele che si prolungano fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km: dorsali denominate contrafforti, terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme di tali rilievi: «[…] il crinale appenninico […] della Romagna ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 9, cit.). L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, ad Est, da Cima del Termine; in quell’ambito si staccano due contrafforti secondari e vari crinali e controcrinali minori delimitanti le singole vallecole del bacino idrografico. In particolare, il contrafforte principale che divide il Rabbi dal Bidente si distacca dal Monte Falco proseguendo per Pian Cancelli «[…] per la costa di Pian delle Fontanelle (m. 1520) scende rapidamente a Poggio Bini (m. 1105), attraversa Poggio Corsoio e risale a Monte Ritoio (m. 1193) […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.), vira bruscamente verso Est fino al Monte dell’Avòrgnolo, dove riprende l’andamento principale puntando verso Forlì per terminare alla chiesa di Collina sopra Grisignano dopo circa 55 km non prima di avere evidenziato un’ulteriore sequenza di rilievi (i Monti Guffone e della Fratta, i Poggi Penna e Montironi, i Monti Prignolaia, Altaccio, Spino, delle Forche, Martellino, Grosso, Fuso, Brucchelle e Velbe, i Colli delle Caminate e di Lardiano). Dall’Avòrgnolo si stacca verso Est, ma declinando subito a SE, la dorsale di Pian dell’Olmo, che separa la Valle del Fosso della Fontaccia dalla Val Bonella e Val di Noce e che contribuisce a disegnare quell’arco di rilievi che delimitano il versante sx della Valle del Fiume del Bidente delle Celle e che costringe il fiume a confluire nel Bidente di Campigna a Lago così contribuendo a generare poco più in là, sotto il borgo omonimo, il Fiume Bidente di Corniolo. (N.B.: il toponimo e la morfologia del luogo non sono antichissimi: nel 1681 una frana creò un’ostruzione che effettivamente generò un lago - sommergendo il quattrocentesco Mulino Vecchio - poi colmato da sedimentazioni comunque modellate dal continuo scorrere delle acque). Il versante dx della Valle delle Celle è delimitato dalla dorsale che sempre staccandosi dal gruppo del M. Falco disegna la conca dei Fangacci, si dirige verso Poggio Palaio, digrada con la Costa Poggio dei Ronchi verso i Tre Faggi, quindi come crinale di Corniolino di tipo insediativo, risale verso il Monte della Maestà, ospita gli insediamenti difensivi e residenziali-religioso/ospitalieri del Castellaccio e di Corniolino, quindi termina a Lago, non prima di aver diviso le Valli delle Celle e di Campigna. A monte, la geometrica zigzagante sequenza dei poggi gemelli Palaio, di Mezzo e Zaccagnino, insieme ai Poggi Martino e Piancancelli delimitano la valle costituendo l’area sorgentifera a ridosso dello spartiacque geografico principale.

Da una visione zenitale, satellitare, la valle appare una sorta di ellissoide inclinato secondo l’orientamento prevalente della struttura a pettine, con il bordo orientale più frastagliato e suddiviso dall’incisione dell’asta fluviale principale, orientata prevalentemente OE, in due parti similari solo per superficie ma dall’orografia nettamente differenziata. Dalla complessa orogenesi dei rilievi, caratterizzata dalla diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo, sono infatti conseguiti, nei versanti submontani, prevalentemente esposti a meridione (Valle di Lavacchio, MM. Cavallo e Avòrgnolo), alternanza di pendii più dolci a prato-pascolo su terrazzi orografici (Pian di Grado-Celle e il Geosito di rilevanza locale Le Mandriacce), tratti intensamente deformati e brecciati con sezioni vallive a V e, nel fondovalle, specie dove essa si fa più tormentata, profonda e ristretta, formazioni di gole, forre, financo degli orridi, con erosioni fondali a forma c.d. di battello, nonché vaste superfici erose mostranti la roccia denudata; scriveva il senatore F.M. Gianni (1728-1821), protagonista delle riforme leopoldine: «… è notabile come in molti luoghi l’Appennino è spogliato nella faccia di solatio, e vestito nella parte di bacìo perché da bacìo non era sperabile il trarre la misera raccolta di poca sementa e perciò non è stata perseguitata la montagna con Ronchi e Licenze» (Archivio di Stato di Firenze, “Carte Gianni”, in M. Pinzani, 2001, vol. I, p. 137, cit.). Notissimo il Geosito di rilevanza locale Ripe Toscane, esteso affioramento della Formazione Marnoso-arenacea con lo spesso Strato Contessa accompagnato da circa 1 km di pronunciati meandri incassati. Riguardo il versante esposto a settentrione, che ovviamente rappresenta l’area sorgentifera principale, specie per la parte a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico conseguono invece fortissime pendenze modellate dall’erosione e dal distacco dello spessore detritico superficiale con conseguente crollo dei banchi arenacei, lacerazione della copertura forestale e formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante: «Nella […] zona delle montagne […] è questa la zona dei pascoli e del bestiame. I boschi di quercia, castagno e faggio si van sempre più restringendo e quelli di abete sono ormai scomparsi del tutto, ridotti come sono a poche macchie nella Falterona, Camaldoli e monti della Cella.» (E. Rosetti, 1894, p. 90, cit.). Riguardo la toponomastica dell’asta fluviale principale si nota che, destino comune di ogni ramo bidentino di cambiare spesso identità e con differenze tra le varie cartografie, questo ramo del Bidente in un primo tratto è il Fosso Bidente delle Celle mentre dalla confluenza del Fosso di Pian del Grado diviene Fiume Bidente delle Celle, denominazione che mantiene fino all'imbocco della sua valle presso Lago quando confluisce nel Bidente di Campigna. Successivamente, sotto un strettissimo tornante stradale, ricevuti i contributi degli appena congiuntisi Fossi di Verghereto e dell’Alpicella, diverrà Fiume Bidente di Corniolo, in coerenza con il sovrastante borgo. Tra gli affluenti il più noto è il Fosso del Satanasso, il cui ramo più alto alimentato dalla sorgente di Sodo dei Conti era noto come Fosso delle Palestrine, classificato Geosito di rilevanza locale, che mostra un tratto vallivo profondamente incassato ed affiancato da ripide pareti rocciose, caratterizzato da morfologie da erosione come cascate e marmitte dei giganti su potenti stratificazioni marnoso-arenacee giacenti a reggipoggio. I Fossi di Sodi, dell’Orticaio, del Barbicaio, del Trincerone, delle Secchete che costituiscono la ramificazione di origine del Fosso di Pian del Grado e che nascono dai rilievi più alti dello spartiacque appenninico tra Monte Falco, Poggio Sodo dei Conti e Pian delle Fontanelle; i Fossi delle Capanne già delle Capannevecchie, Cavallino, dell’Ortaccio, di Poggio Rabio, della Ripa della Donna, di Coloreta, dell’Inferno o delle Secchete, delle Secchete o della Seccheta, che hanno origine dalle incisioni tra Poggio Palaio e i poggi gemelli che lo affiancano, facilmente riconoscibili dall’alto perché tutti geometricamente e fittamente ricoperti dall’Abetina di Campigna; i Fossi delle Celle, del Foscolo, dei Fondi, delle Fontacce, di Lavacchio e della Fontaccia, che nascono dal versante del contrafforte tra Poggio Bini e il Monte dell’Avòrgnolo; il Fosso delle Mandriacce, assieme a tanti altri minori, nasce dal crinale insediativo di Corniolino.

Dopo la confisca del vasto feudo forestale da parte della Repubblica di Firenze a danno dei conti Guidi, l’alpe del Corniolo, la selva del Castagno e la selva di Casentino ovvero di Romagna che si chiama la selva di Strabatenzoli e Radiracoli tra il 1380 e il 1442 furono donate (il termine contenuto in atti è “assegnato in perpetuo”; A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 15-16, cit.) all’Opera del Duomo di Firenze che, per oltre quattro secoli si riservò il prelievo del legname da costruzione e per le forniture degli arsenali di Pisa e Livorno, di quelli della Francia meridionale oltre che per l’ordine dei Cavalieri di Malta, «Alcune antenne raggiunsero perfino il prezzo di 2000 lire […]» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 272); «[…] gli inglesi hanno pagato somme enormi alla Chiesa Cattolica, nel corso degli ultimi due anni, per l’acquisto di legname che consentisse loro di combattere le loro battaglie.» (Joseph Forsyth*, Di monte in valle: luoghi celebri del casentino, 1802, in: A. Brilli, 1993, p. 26, cit.); * nel corso della prigionia francese per attività filobritannica scrisse Remarks … during an Excursion in Italy in the Years 1802 and 1803, Londra, John Murray 1816. Forniture riguardarono anche il mercato romagnolo utilizzando il Bidente per il trasporto. Per ricavare alberi di maestra delle maggiori dimensioni (28 m di altezza) occorrevano abeti plurisecolari di almeno 40 m. (un esemplare di albero di maestra si trova a Campigna). Il depauperamento per i tagli, legittimi ed abusivi, anche conseguenti alla progressiva antropizzazione del territorio con incremento di appoderamenti per colture e pascoli realizzati con la pratica del ronco, portò la foresta a ridursi alle zone più impervie delle testate vallive. Dal 1838, con il passaggio alle Reali Possessioni granducali delle aree forestali finora dell’Opera (e, dal 1857 al 1900, in parte come proprietà diretta del Granduca) e grazie alla riorganizzazione tecnico-amministrativa dell’ingegnere forestale di origine boema Carlo Siemoni, poi dal 1866, a seguito della soppressione degli ordini religiosi ed il passaggio al Regio Demanio, principiarono notevoli ripensamenti gestionali (per l’importazione di massicce quantità di piantine e di sementi oggi non è possibile distinguere l’ecotipo appenninico locale dall’ecotipo continentale della Boemia, fatta eccezione per le piante di età superiore a 180 anni). Però solo a partire dal 1914, nuovamente accorpato e affidato in proprietà e gestione diretta al Demanio dello Stato, il patrimonio forestale ha visto iniziare quell’opera di conservazione e di miglioramento che ha portato al conseguimento di obiettivi insperati. Con l’abbandono della montagna nel secondo dopoguerra, constatata l’impossibilità politica ed economica del sostegno di forme di agricoltura basate sull’autoconsumo, si è reso possibile il perseguimento degli obiettivi di conservazione degli habitat naturali. Così oggi, le aree montane dell’alta valle del Bidente e vaste aree submontane, oltre ad altre adiacenti al Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, in gran parte di proprietà demaniale, si trovano inserite nella rete Area Natura 2000 con tre siti per le caratteristiche di seguito riassunte: Foresta di Campigna, Foresta la Lama, Monte Falco, uno dei più importanti e studiati della regione, santuario della conservazione naturalistica a livello nazionale e internazionale che comprende la Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, caratterizzato dalle foreste millenarie di Faggio e Abete bianco, dai vaccinieti e praterie secondarie con relitti alpini di grande significato fitogeografico, gli unici dell'Appennino romagnolo, e da alcune specie mediterraneo-montane, alcuni dei primi e le seconde rispettivamente al limite meridionale e al limite settentrionale del loro areale distributivo, che ricoprono quasi fino in vetta il tetto della Romagna; Monte Gemelli, Monte Guffone e Rami del Bidente, Monte Marino che si estendono dalle parti alte dei bacini fluviali fino al corso inferiore dei tre rami ed alla loro confluenza, comprendendo il lago di Ridracoli, siti caratterizzati da boschi naturali, rimboschimenti, pascoli in generale regresso per progressivo abbandono delle pratiche zootecniche tradizionali, praterie cespugliate ed arbusteti a Ginepro per lo più derivanti dalla rinaturalizzazione di ex-coltivi ed ex-pascoli, che diventano garighe su versanti esposti, oltre a zone rupestri e plaghe rocciose; completano il quadro relativo a un territorio relativamente poco antropizzato gli ambienti fluvio-ripariali dei corsi torrentizi dei tre Bidente, dai noti aspetti geomorfologici e geotettonici, più largo “Corniolo”, più incassato “Ridracoli”, più mosso e variato “Pietrapazza”, ma in un contesto ripariale appenninico abbastanza simile, caratteristico e ben conservato. Dal 7 luglio 2017 le faggete vetuste del Parco Nazionale comprese nella Riserva Integrale di Sasso Fratino e una vasta area circostante comprendente le Riserve Biogenetiche Casentinesi e altre aree all’interno del Parco Nazionale, per un totale di circa 7.724,28 ha, fanno parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO, andando a rappresentare uno dei più estesi complessi forestali vetusti d’Europa. Per l’Italia si tratta della prima iscrizione di un patrimonio naturale espressamente per il suo valore ecologico di rilievo globale. Approfondite indagini nell’area, che rappresenta complessivamente il sito di maggiori dimensioni tra quelli designati in Italia ed uno dei più estesi complessi forestali vetusti d’Europa, hanno portato alla scoperta di faggi vecchi di oltre 500 anni, tra i più antichi d’Europa, che fa entrare Sasso Fratino nella top ten delle foreste decidue più antiche di tutto l’Emisfero Nord. Questi faggi sono quindi coevi di Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci e al limite della longevità per le latifoglie decidue. Oltre al valore naturale, il faggio è una specie dall’alto valore simbolico e culturale, storicamente legata allo sviluppo dei popoli europei (l’etimologia del nome si riferisce ai frutti eduli, dal greco phagein = mangiare).

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio. Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. Nell’eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestano una frequentazione a scopo di caccia o di conflitto tra popolazioni di agricoltori già insediati (tra i siti, Campigna, con ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca, Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con ritrovamenti di sepolture). In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae, l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, come per l’intero Appennino, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur mantenendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate ma p. es., nel Settecento, chi voleva salire l’Appennino da S. Sofia, giunto a Isola su un’arteria selciata larga sui 2 m trovava tre rami, per il Corniolo, per Ridràcoli e per S. Paolo in Alpe che venivano così descritti: «[…] è una strada molto frequentata ma in pessimo grado di modo che non vi si passa senza grave pericolo di precipizio […] larga a luoghi che in modo che appena vi può passare un pedone […] composto di viottolo appena praticabili […] largo in modo che appena si può passarvi […].» (Archivio di Stato di Firenze, Capitani di Parte Guelfa, in L. Rombai, M. Sorelli, 1997, p. 82, cit.); ancora «[…] a fine Settecento […] risalivano […] i contrafforti montuosi verso la Toscana ardue mulattiere, tutte equivalenti in un sistema viario non gerarchizzato e di semplice, sia pur  malagevole, attraversamento.» (M. Sorelli, L. Rombai, 1992, p. 32, cit.). Così, se al diffondersi dell’appoderamento si accompagna un fitto reticolo di mulattiere di servizio locale, per la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche occorrerà attendere tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX. Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.).

Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovano collocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale; gli insediamenti di derivazione poderale sono invece ancora raggiunti da una fitta e mai modificata ramificazione di percorsi, mulattiere, semplici sentieri (anche rimasti localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, come p.es. testimoniano i cippi stradali installati negli anni ’50 all’inizio di molte mulattiere, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; alcune strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo). Diversamente dalle aree collaterali, non si riscontrano nelle valli bidentine fabbricati anteriori al Quattrocento che non fossero in origine rocche, castelli o chiese, riutilizzati a scopo abitativo o rustico, o reimpieganti i materiali derivanti da quelli ed evidenzianti i superstiti conci decorati. Nell’architettura rurale persistono inoltre caratteri di derivazione toscana derivanti da abili artigiani. L’integrità tipologica dei fabbricati è stata peraltro compromessa dai frequenti terremoti che hanno sconvolto l’area fino al primo ventennio del XX secolo, ma anche dalle demolizioni volontarie o dal dissesto del territorio, così che se è più facile trovare fronti di camini decorati col giglio fiorentino o stemmi nobiliari e stipiti o architravi reimpiegati e riferibili al Cinque-Seicento, difficilmente sussistono edifici rurali anteriori al Seicento, mentre sono relativamente conservati i robusti ruderi delle principali rocche riferibili al Due-Trecento, con murature a sacco saldamente cementate, come quella di Corniolino. Gli edifici religiosi, infine, se assoggettati a restauri o totale ricostruzione eseguiti anche fino alla metà e oltre del XX secolo, hanno subito discutibili trasformazioni principalmente riferibili alla tradizione romanica o ad improbabili richiami neogotici. In questa valle, anziché le tipiche maestà, sono presenti due cellette (una a Pian del Grado ed una a La Fossa, cui forse si deve la toponomastica locale insieme al probabile riferimento alle cellae eremitiche), piccoli e caratteristici chiostri votivi che paiono unire la funzione devozionale al culto delle acque, essendo dotati di fontana con soprastante resti di mensola/acquaio a corredo dell’icona sacra.  

I principali insediamenti sono o erano: Acquaviva, Cà d'Armati, Cà di Belletta, Cà D'Orso o Cà dell'Orso, Caldine, Caprìa di Sopra, Caprìa di Sotto, Campo di Fuori, Capanno delle Palestrine, Capanno di Fonte al Bicchiere, Capanno di Fosse Cavalline, Capanno di Pian del Grado, Capanno di P.gio Palaio, Capanno di Porcini, Capanno di Sodi, Capanno di Sodino, S. Giovanni, Casa nuova sopra Celle, Casa Sabelli, Ciortino, Coloreta di qua, Coloreta di là, Costacci o Casa Gastaccio, Filettino di Sopra, Filettino di Mezzo, Filettino di Sotto, Fondi, Fontaccia, Fòscolo, Fossa, Fossacupa, Il Poderone, La Casina (presso Celle), La Casina (presso Lago), La Fossa, La Traversa, Lago, Lavacchio, Lavacchio di Mezzo, Lavacchio di Sotto, Le Celle (Chiesa di S. Maria alle Celle, Cimitero di Celle, Molino delle Celle, i due Ponti delle Celle e Chiesa vecchia di Celle?), Mandriacce, Molino di Sopra, Mulino Vecchio, Montecavallo di Sopra, Montecavallo di Sotto, Partinico, Pianacci, Pian del Grado, Pian dell'Olmo, Poderina, Ponte Tibetano, Porcini di sopra, Porcini di sotto, Pulita o Pulito, ex Rifugio del Sano, Rifugio di Beppe, Rifugio la Capannina, ex Ripari di Poggio Bini, Riparo degli Alpini, Seccatoio, Torni, Val di Pavone.

La viabilità più antica riguardante anche la valle delle Celle è la Via Flaminia Minor, utilizzata dalle legioni romane per valicare l’Appennino al fine di sottomettere Celti, Liguri e Galli Boj che stanziavano nella pianura padana: si ipotizza che provenendo da Montelleri, sopra Stia, transitasse dal Lago degli Idoli, dal Monte Falco e da Poggio Sodo dei Conti, quindi discendeva da quella che oggi è nota come Pista del Lupo lungo la Costa di Pian Cancelli transitando da Pian delle Fontanelle, così detta per la presenza di polle d’acqua, e da Poggio Corsoio dove trovava un bivio ancor oggi praticato: a sx si dirigeva verso Castel dell’Alpe e Faenza per immettersi nella Via Aemilia (questo è ritenuto il più antico itinerario di valico), a dx si dirigeva verso Forlì e Ravenna sia transitando dal crinale del contrafforte principale, dove passava accanto la vetta emergente di Monte Ritoio, sia discendendo verso il percorso vallivo in direzione di Galeata (l’antica Mevaniola), anche qui potendo rimanere a mezza costa attraversando la valle delle Celle e le Ripe Toscane, le cui stratificazioni rocciose ancora oggi si mostrano funzionali alla percorrenza anche a seguito della 'modernizzazione' del tracciato ideato nel 1906 ed iniziato nel 1909 che, forse mai completato, consistette sostanzialmente nell'esecuzione del tratto Costacci-Fonte di Fossacupa-Filettino di sopra, in modo da evitare l'infossamento che toccava Filettino di sotto. L’altra viabilità antica interessante anche la valle delle Celle, di origine preromana, percorreva il crinale insediativo di Corniolino (restano i ruderi del Castellaccio); ben infrastrutturata e conservante ancora notevoli tratti selciati, discendeva ai Tre Faggi, dove incrociava il percorso di controcrinale per Celle-S. Paolo in Alpe (che scende da un lato verso Casina/Case S.Francesco e Castagnoli e dall’altro verso il Poderone), per risalire verso il Monte Gabrendo e ridiscendere sul versante opposto verso Stia: si tratta dell’antica Stratam magistram, la strada maestra romagnola o Via Romagnola che iniziava a Galeata. Mentre gli antichi tracciati di fondovalle solitamente correvano molto vicino al fiume, attraversandolo spesso alla ricerca della situazione orografica più favorevole, quindi con l’uso di numerosi ponti, le cui vecchie strutture in diversi casi ancora sopravvivono o sono ancora in uso, la ristrettezza della valle delle Celle richiese invece il detto percorso a mezzacosta delle Ripe Toscane che, ben tracciato ed ampio, spesso selciato, comunque non era interamente barrocciabile. Il Bidente delle Celle, in prossimità del suo termine presso Lago, veniva superato dal Ponte di Fiordilino, in muratura di pietrame ad arco (non più esistente, si riconoscono resti di spallette, è stato sostituito da quello odierno ad arco a sesto ribassato), così come il ponte sul Fosso della Fontanaccia. Il fosso di Lavacchio è sempre superato da un ponte in legno su traversine in ferro. Dopo il ponte sul Fosso Foscolo-Fondi, di quasi 13 m, interessante anche per la struttura in legno a due campate con spalle e pila centrale in pietrame, il tracciato, incrociando i percorsi storici di controcrinale che collegavano con S. Paolo in Alpe sia l’Appennino che Fiumicello, si immergeva nella parte più remota della valle dominata dalle cime appenniniche dove insediarono il villaggio di Pian del Grado e il centro industriale/religioso di Celle che, nel massimo del loro sviluppo demografico, giunsero a contare una trentina di nuclei familiari. A metà del Novecento venne insediata anche qui la scuola elementare e realizzata la strada forestale, che ha sostituito in parte ripercorrendola l’antica mulattiera, che non impedirono l’inevitabile abbandono della valle. Pian del Grado, che del passato ha conservato oltre che l’impianto urbanistico soprattutto alcuni pregevoli annessi e la celletta dotata di acqua corrente, ha comunque ritrovato una nuova esistenza con un recupero edilizio pressoché integrale. Prima di giungere al ponte moderno, ambientato con rivestimenti lignei come i parapetti stradali, con cui la Pista di servizio S.P. 4 del Bidente-Poderone-Pian del Grado attraversa il Fosso di Pian del Grado, occorre fare mente locale (con l’aiuto di una mappa accurata) per rendersi conto che ci si trova nell’area dell’oggi trascuratissimo insediamento de Le Celle, costituito dalla Chiesa di S. Maria alle Celle, dal Molino di Sopra, dal Molino delle Celle, dal Cimitero delle Celle, e dal nucleo di Pianacci (una Chiesa vecchia di Celle? V. più avanti), che si può estendere fino all’anonima “casa nuova di Celle sopra Pianacci. Accanto alla moderna rotabile, che ne ha ricoperto la gora compromettendo l’organicità industriale del sito (come evidenziato dal Catasto Toscano del 1826-34 dove è rappresentato sia il berignale o gora di alimentazione del bottaccio, che prelevava l’acqua dal Fosso di Pian del Grado subito dopo il contributo del Fosso dell’Ortaccio) quando l’antico accesso viario si insinuava tra le due strutture, si trova subito il Mulino delle Celle, (ormai rudere), che con la costruzione del mulino a valle di Celle diverrà il Molino di Sopra. Poco distante, abbandonata la rotabile, si ritrovano subito le infrastrutture viarie che anticamente costituivano un fondamentale snodo di transito locale e generale. Scendendo rapidamente al fosso lo si attraversa tramite un ponte in legno ad una campata. Di fronte si erge, completamente diroccata, la Chiesa di S. Maria alle Celle, posta alla confluenza tra il Fosso di Pian del Grado e il Fosso Bidente delle Celle, da cui ha origine il Fiume Bidente delle Celle, luogo segnalato subito da quello che resta del nuovo Molino delle Celle, una piccola struttura ormai parzialmente seminterrata mentre è scomparsa, per quanto recente, la parte più ampia dell’edificio verosimilmente retrostante, così come rappresentato nel Catasto d’impianto del secolo scorso (v. corrispondenti schede toponomastiche). Dietro Celle si stacca una larga pista che risale il pendio parallela al fondovalle giungendo presto al vecchio e grande cimitero che, benché di struttura novecentesca, è completamente abbandonato ed anch’esso in rovina (rimangono vecchie lapidi sparse mentre sorprende una recentissima e particolare inumazione). La chiesa delle Celle fu abbandonata nel 1960; la pala dell’altare centrale con la Madonna di Montenero, inventariata dalla Soprintendenza di Firenze in quanto ritenuta di valore e qualche altro antico oggetto, negli scorsi anni ’80 erano documentati nella chiesa di Campigna che ne aveva assunto sia le funzioni sia la denominazione (F. Faranda, 1982. E. Agnoletti, 1996), ma sul luogo, pur avendone notizia, sostengono di non averla mai vista; si rimane pertanto in attesa di scoprire la sua odierna collocazione. Isolata e praticamente infossata oltre cento metri più in basso del villaggio più popolato di Pian del Grado, la prima documentazione della sua esistenza si ha grazie ad … «[…] un atto del 15 aprile 1270, col quale Ventura abate dell’Isola dà in locazione a Bonaventura da Sasso un podere […] nel luogo detto Celle di Solaiolo […] coll’obbligo di far celebrare ogni anno 2 Messe al mese nella chiesa delle Celle […] (Archivio di stato di Firenze, Spogli delle cartapecore di Camaldoli, v. II). […] Campigna appartiene alla parrocchia di S. Maria delle Celle. Di essa abbiamo una prima memoria nel 1223, in un atto delle cartapecore di Camaldoli, come dipendente dalla pieve di Galeata.» (D. Mambrini, 1935 - XIII, pp.268, 271, cit.), documento che consente anche di datare una “chiesa delle Celle” almeno al XIII sec., senza però poter conoscere la sua esatta datazione e collocazione: Celle di Solaiolo è il luogo un podere concesso in cambio di celebrazioni nella chiesa già esistente dal 1223. Il Rosetti scrisse che la parrocchia prese il nome da un antico eremo fondato dai conti di Valbona e donato nel 1091 ai Camaldolesi dell'Abbazia di Isola (E. Rosetti, 1894-1995, p.194, cit.). Dalla relazione di una visita del 1677 dei funzionari dell’Opera: «[…] passando da Monte Corsoio luogo di nostro confino con lo Spedale di S. Maria Nuova scesimo abbasso sino alla Chiesa delle Celle nel qual viaggio molto disastroso per li cattivi passi […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 320-321, cit.). Secondo un autore odierno:  «È ipotizzabile che in un profondo stato di povertà, qualche monaco, la cui antichissima presenza dette nome a questa plaga, le Celle, per la comoda disponibilità dei sassi del fiume, non si fosse preoccupato più di tanto di andare a costruire l’oratorio in cima ad un poggetto come tradizione avrebbe suggerito. Di laggiù dove venne costruita la Chiesa, anche il richiamo della campana doveva giungere assai attutito ai timpani dei fedeli sparsi per quelle aride piagge […]» (P.L. della Bordella, 2004, p. 46, cit.). Un altro autore riporta le descrizioni dei vari visitatori pastorali: «La chiesa è situata in un asperrimo luogo, alla radice del sommo giogo dell’Appennino, sotto il dirupo di Galterone […] è posta tra il fiume e il fosso e da ambe le parti circondata d’abeti e in luogo orrido e di grande solitudine […]» (E. Agnoletti, 1996, p. 61, cit.). In occasione della visita pastorale del 1705 risultò avere la porta di ingresso gravemente danneggiata ed essere priva di campana, per cui si stabilì di chiedere una retribuzione al granduca; alla visita del 1720 viene riferito che i dipinti dei due altari erano una Madonna e i santi Agostino e Monica ed  una Madonna del Carmelo con i santi Antonio e Chiara; alla visita del 1731 si riferisce di suono delle campane per convocare il popolo, della necessità di riparazioni che tetto e pavimento attendono da oltre dieci anni e che gli abitanti erano 214, che divennero 167 nel 1746, 195 nel 1756, 316 nel 1896. Nel 1910 risulta disporre all’altare maggiore di una tela con la Madonna di Montenero inventariata dalla Soprintendenza di Firenze in quanto ritenuta di valore, oltre ad altri oggetti sacri in argento. Nel 1933 si aggiunsero diversi arredi in legno stuccato e dorato e decorato con teste d’angelo e velluto rosso. Nel 1943 si apprende che all’interno misurava m 11,20x4,80 e che era stata restaurata dopo i terremoti del 1818-19, che aveva un campanile a vela con campana, una sacrestia e una canonica su due piani, poste sul retro della chiesa componendo un unico fabbricato in buono stato. Durante la guerra divenne ricovero per le truppe tedesche e per il bestiame fino ai danni subiti a seguito dei bombardamenti, per cui nel 1949 la canonica venne riparata. L’intero fabbricato risulta ancora in piedi ma inutilizzabile tra il 1966 e il principio degli anni ’80, sul finire dei quali invece risulta invece già parzialmente fatiscente, come documentano le foto dell’epoca (cfr. E. Agnoletti, 1996, p. 66-67, cit. e Link:www.fc.camcom.it.). Interessante la descrizione che in quelle pagine tale autore fa del suo ultimo periodo: «Il complesso, visto dal sentiero proveniente dalla via Corniolo-Campigna, si presentava cosi: Un ponticello di legno portava sul fianco della chiesa. Questa era più breve e più bassa della canonica, che prolungava lo stabile in una unità. Sul fianco sinistro presentava una finestrina alta che doveva illuminare l’altare. La canonica presentava sul fianco tre finestrelle e due porte al piano terra, e al primo piano 5 finestre. Sul tetto due comignoli di focolari. I due edifici, uniti in fila indiana, formavano un angolo ottuso, per non esserci spazio sufficiente per una linea retta. L’acqua del fiume vi scorreva di fianco a pochi metri di distanza, per tutta la lunghezza degli edifici. Al di là dell’immobile si innalzava il monte, che li stingeva in una valletta angusta, da far pensare che nella stagione invernale la neve li potesse coprire totalmente.». Una recente pubblicazione rinnova ancora il ricordo della vita di quei luoghi: «Tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento molti romagnoli si trasferirono nell’Alta Valle dell’Arno: i Casamenti, a Vitareta, i Bellini a Casina della Foresta e Terigola, i Gori alla Pantenna,; e poi i Montalti, i Giovannetti, i Ringressi, i Pini, gli Amadori, gli Elviri … tutti provenienti dal popolo delle Celle. E venne anche un sacerdote, don Mario Peruzzi […] nel 1937 […]. Gli fu assegnata la chiesa di Celle […]. Partì pieno di entusiasmo, senza conoscere il posto, e la realtà lo demoralizzò: un posto isolato tra le montagne, una chiesa vicino ad un fiume dentro una stretta gola. Stette quindici giorni chiuso in canonica senza la voglia di uscire […]. Arrivò a Stia in treno, poi si incamminò a piedi verso le Celle. […]. La madre del parroco morì in pieno inverno e per la neve non fu possibile trasportare la salma al cimitero di Olmo, dove lei voleva essere seppellita e così per tre mesi la bara rimase nella cappella del cimitero delle Celle. […] Oggi la chiesa delle Celle non esiste più. Il luogo dove era situata è solo un ammasso di rovine e dove c’era l’altare c’è una grossa pianta di vetrice.» (G. Landi, P. Giabbani, 2017, pp. 172, 173, cit.). Ripreso l’itinerario si supera presto il ponte in muratura di pietrame ad arco ribassato che attraversa il Fosso Bidente: sia questo (di probabile fattura di inizio ‘900) che il sopracitato e precedente (più recente) sono sostituzioni di strutture più antiche inevitabilmente preesistenti data l’importanza del tracciato, infatti comparenti nella cartografia storica I.G.M. del 1937 dove viene utilizzato il simbolo grafico detto “pedanca”, corrispondente alla modesta tecnica costruttiva di una passerella costituita solitamente fino a tre travi accostate anche senza parapetto poggianti su spalle in pietrame (un interessante esempio si trova presso l’Eremo Nuovo, v. scheda toponomastica Eremo Nuovo, XI sec.). Utilizzato anche per raggiungere Pian del Grado tramite La Fossa, questo tracciato dovette mantenere un rilievo superiore fino al XX sec. inoltrato se, con la realizzazione della mulattiera di fondovalle (assente nel catasto ottocentesco e in parte corrispondente alla moderna rotabile) nella cartografia storica IGM vien rappresentata mentre, rasentato il Mulino delle Celle, attraversa il fosso senza strutture, quindi a guado. Dopo un breve tratto di mulattiera che ancora conserva tracce del selciato si giunge presso un piccolo promontorio che sporge sul fondovalle appena percorso dove si trovano alcuni consistenti ruderi, a fatica riconoscibili ormai ricoperti di rovi, di cui non è reperibile citazione alcuna nell’editoria dedicata, mentre il Catasto Toscano del 1826-34 riporta un fabbricato rettangolare accanto al sopracitato toponimo Pianacci, circondato da un piccolo resede ovoidale, che denuncia la topografia di un piccolo rilievo, raggiunto da due accessi viari. Lo stato di fatiscenza consente comunque di riconoscere alcune caratteristiche planivolumetriche singolari, peraltro poco confrontabili con le proporzioni del corto rettangolo del catasto antico, rappresentate dai resti di un fabbricato maggiore rettangolare stretto e lungo, con evidenza coperto da tetto a falda unica, di cui rimangono ancora a terra tre lunghe travi, che una spessa parete suddivide ricavando due ambienti, uno ampio e uno ristretto, oltre ad un fabbricato minore fuori asse probabilmente coperto a capanna. Sia il sito sia i fabbricati non evidenziano alcune delle caratteristiche tipiche degli insediamenti colonici (fatti salvi i riutilizzi successivi); le particolarità di quello minore farebbero propendere per un uso abitativo, per quanto sacrificato, anche del sottotetto, le particolarità del maggiore non paiono del tutto coerenti con il ricovero di animali anche per la presunta assenza di finestre sull’unica parete esterna. Con forte immaginazione rimane da ipotizzare che si tratti delle strutture di una chiesa più antica (Chiesa vecchia di Celle?), che corrisponderebbe alla tradizione abbandonata cui accenna P. della Bordella nella citazione sopra riportata, abbandonata a seguito di un trasferimento funzionale più a valle, con la costruzione della nuova Chiesa di S. Maria alle Celle, che peraltro presenta un impianto planivolumetrico tipologicamente non antico e privo di preesistenze. Si denota che il catasto antico non correda del simbolo crociato né l’edificio di Pianacci né la Chiesa di S. Maria alle Celle, la quale risulta non conservare alcuna traccia di antiche preesistenze (AA. VV., 1982, cit.), come se si trattasse, come detto, di una costruzione ex-novo lasciando aperta ogni ipotesi (la sopracitata documentazione storica ricorda un eremo camaldolese del 1091 e una chiesa esistente nel 1223 a Celle citando un luogo, non un preciso sito). Per approfondimenti v. scheda toponomastica Pianacci (sopra Celle).

Poco sopra si trova l’anonima “casa nuova sopra Pianacci”, nella struttura attuale edificio novecentesco, che nell’impianto appare un consistente ampliamento di un edificio più piccolo presente nel Catasto Toscano del 1826-34, abbandonato con il desco ancora ironicamente apparecchiato oltre che con alcuni arredi e abiti. Per approfondimenti v. scheda toponomastica Casa nuova (sopra Pianacci di Celle).

Questa valle, dove abitare a Pian del Grado era un privilegio per la posizione più esposta e soleggiata (infatti vi abitarono gli Operai e le guardie dell’Opera del Duomo), anticamente ospitò insediamenti di nuclei arcaici di origine ligure e venne sicuramente percorsa anche dai Bizantini di Ravenna a scopo difensivo rispetto ai Longobardi, contribuendo anche con alcuni lasciti toponomastici come attesterebbe Cà Filettino. Parte importante della foresta che ricopriva quei luoghi, ricompresa all’incirca tra Pian del Grado e Poggio della Serra, che poi venne chiamata “selva di Castagno”, rientrava nella prima donazione del 1380 a favore dell’Opera del Duomo, il cui sfruttamento essa tese subito a riservarsi in modo particolare per le proprie necessità, anche perché la sua collocazione consentiva di limitare i costi di taglio, smacchio e trasporto il quale, se il legname veniva tagliato nella zona di Pian del Grado, Celle, Monte Corsoio, Pian delle Fontanelle, anziché verso il porto di Pratovecchio avveniva verso quello di Dicomano sulla Sieve raggiungendo il crinale ai prati di Sodo dei Conti. Conseguentemente fu necessario legiferare già a partire dal 1427, poi nel 1453, che «[…] per conservazione mantenimento et utile di detta selva del Chorniolo […] non si può dare licentia ad alcuno di tagliare […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 33, cit.). Tuttavia specie nelle zone meno accidentate e più remote erano abbastanza frequenti i primi insediamenti agricoli che, prima che venissero regolamentati, si tentava di ostacolare o di impedire, come da questo verbale del 1506 «[…] sono entrati gli infrascritti e cioè Mengo detto Mengherello Falecha nelle Mandriacce e con un ronco ha tagliato 2000 abeti e fattovi una casa nuova […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 147, cit.). Ne conseguirono dei riconfinamenti che vennero raccolti nel “Libro dei livelli e regognizioni livellarie in effetti” che, dal 1545 al 1626, oltre che costituire l’elenco più completo ed antico disponibile a riguardo, fu strumento utile di verifica e controllo. Così si succedettero una serie di provvedimenti: nel 1604 «la domanda che fanno di poter pascere con i loro bestiami nelle selve et alpi del Corniolo si potrà loro concedere eccetto però che non possino pascere […] in luoghi che si bandissino […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 18, cit.), nel 1606 «[…] di poter pasturare liberamente […] ma di più ancora che potessero pasturare con le capre. E similmente in tutte le selve dell’Opera fuorché in Campigna e posticce e potessero servirsi di tutti i legnami selvatichi […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 22, cit.). Dal verbale, custodito nell’archivio dell’Opera del Duomo di Firenze, di una “visita” eseguita nel 1646 si rileva: «9 luglio 1646: […] Trasferitici noi […] Al Pian del Grado vi sono 4 capanne di bigonai e barilai quali fanno un grandissimo lavoro d’abeti e faggi e si presenta che faccino poche lettere di legnami che per ciò si deve farci qualche diligenza e vedere se le guardie fanno l’obbligo loro. Nella capanna grande vi sono 8 lavoranti, nell’altra capanna vi è maestro Giovanni di Bernardino Milanese con un fratello, nell’altra capanna si sono andati con Dio […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 254-256, cit.). A dimostrare l’interesse per il legname di questi boschi fa fede una lunga relazione del 1652 presentata direttamente al granduca contenente una molto precisa descrizione dei luoghi e della qualità delle piante presenti a fini economici e da cui si ricava un’interessante elenco dei numerosi “vocaboli” che identificano i vari siti: «Le selve di detta Opera benché tutte contigue fra loro per maggior chiarezza si distinguono da noi […]. Appartenenti a Campigna restano le sue pendici e macchie circumvicine escluse dalla bandita. Queste son parte a ponente cioè il Poggio di Zaccagnino quanto acqua pende verso le Celle con la Grifoglieta e parte a tramontana cioè prima il Poggio di Mezzo quanto acqua pende verso le Caldine, luoghi pieni di faggi e di abeti inutili poiché la natura ve li produce bassi e nodosi appena buoni per legni quadri che perciò l’Opera vi fida i bigonai e non spera poterne cavare mai legni tondi quando anco ve ne nascessero per le medesime difficoltà che si dissero nella prima parte delle sue selve. Segue pure a tramontana il Poggio del Palaio quanto acqua pende fuori della bandita dove ora per lo più son faggi e abeti inutili con poche abetelle giovani da quelli impedite. Ma luogo che parrebbe da coltivarsi sperandosi che vi moltiplicherebbero gli abeti e perverrebbero a perfezione di legni tondi da potersi cavare con modesta spesa. Appresso al detto Palaio quanto acqua pende a tramontana di là dal Poggio della termine segue la Seccheta dove sono per lo più abeti giovani da pervenir col tempo buoni ad ogni cosa e da cavarsene legni tondi commodamente che perciò merita d’esser tal luogo purgato dal legname inutile e coltivato come sopra. In generale dunque parlando della Bandita della Campigna […] ogni ragion vuole annualmente aiutarla […] se vi si aggiungeranno come proponghiamo quelle due ultime pendici cioè la parte boreale del Poggio del Palaio e la Seccheta.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 263, 267, cit.). Coerentemente, nel 1668 «[…] aver visto e considerato che il permettere in detto luogo […]  si levino e si taglino faggi che possono bisognare […] non sarebbe di danno ne di pregiudizio alcuno alla macchia, anzi sarebbe utile perché si potrebbero riconoscere gli abetini […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 70, cit.), e nel 1701 «[…] le lettere dei legni d’abeto da concedere a particolari […]  si facciano negli infrascritti luoghi per maggiore conservazione di dette selve […] Agli uomini delle Celle: per il Fiumicino di Ricopri, sopra la Ripa dei Corbi, sotto lo Zaccagnino. […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 73, cit.). Il tipo di considerazione che l’Opera nutriva per questi luoghi è ben descritto in una perizia del 1789 sullo stato dei propri poderi:«I poderi […] Coloreta di qua e Coloreta di là […] sono situati alle falde di vasto circondario delle selve d’abeti e sembra che sieno stati fabbricati in detti luoghi per servire di custodia e per far invigilare dai contadini di detti poderi al fuoco, al taglio insomma alla conservazione di dette selve che hanno giustamente formato l’oggetto principale della Azienda dell’Opera e del Governo di Toscana perché somministrano tutto il miglior legname per la costruzione delle fabbriche del Granducato.[…] non ardirei mai di far proposizione di alienarli ma […] darli in affitto a buoni affittuari con l’obbligo di tenervi buoni contadini […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 441, 442, cit.); vi corrispondevano le definizioni toponomastiche: Macchia dell’Opera detta le Buche del Piano del Grado è quella che compare nella Pianta dell’Abetìa, e Pastura detta di Monte Corsojo, che l’Opera di S. Maria del Fiore della Città di Firenze hà acquistata dallo Spedale di S. Maria Nuova allegata al contratto del 1785 e disegnata dall’Ing. Vincenzo del Conte e conservata nell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze (in: A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 29, cit.). Proseguendo nella descrizione dei luoghi, la sopracitata relazione del 1652 può essere utile per l’identificazione di Poggio Zaccagnino, non presente nella cartografia odierna, che costituisce confine della bandita con versanti esposti sia a tramontana che a ponente, quindi posto sotto Poggio Martino (compare anche nella descrizione dei confini della Bandita di Campigna; v. toponimo Valle del Bidente di Campigna).

N.B.:

- Informazioni preziose riguardo luoghi e fabbricati si hanno grazie ai rapporti delle visite pastorali o apostoliche che, effettuate dal vescovo o suo rappresentante, erano una prassi della Chiesa antica e medievale riportata in auge dal Concilio di Trento che ne stabilì la cadenza annuale o biennale, che tuttavia fu raramente rispettata. La definizione di apostolica può essere impropria in quanto derivante dalla peculiarità di sede papale della diocesi di Roma, alla cui organizzazione era predisposta una specifica Congregazione della visita apostolica. Scopo della visita pastorale è quello di ispezione e di rilievo di eventuali abusi. I verbali delle visite, cui era chiamata a partecipare anche la popolazione e che avvenivano secondo specifiche modalità di preparazione e svolgimento che prevedevano l'esame dei luoghi sacri, degli oggetti e degli arredi destinati al culto (vasi, arredi, reliquie, altari), sono conservati negli archivi diocesani; da essi derivano documentate informazioni spesso fondamentali per conoscere l’esistenza nell’antichità degli edifici sacri, per assegnare una datazione certa alle diverse fasi delle loro strutture oltre che per averne una descrizione a volte abbastanza accurata.

- Negli scorsi anni ’70, seguito del trasferimento delle funzioni amministrative alla Regione Emilia-Romagna, gli edifici compresi nelle aree del Demanio forestale, spesso in stato precario e/o di abbandono, divennero proprietà dell’ex Azienda Regionale delle Foreste (A.R.F.); secondo una tendenza che riguardò anche altre regioni, seguì un ampio lavoro di studio e catalogazione finalizzato al recupero ed al riutilizzo per invertire la tendenza all’abbandono, in gran parte senza successo Con successive acquisizioni il patrimonio edilizio del demanio forlivese raggiunse un totale di 492 fabbricati, di cui 356 nel Complesso Forestale Corniolo e 173 nelle Alte Valli del Bidente. Circa 1/3 del totale sono stati analizzati e schedati, di cui 30 nelle Alte Valli del Bidente (Celle, Mulino delle Celle e Mulino di sopra, compresi nell’elenco, furono esclusi dalla schedatura). Il materiale è stato oggetto di pubblicazione specifica.

- Il toponimo “bidente”: «[…] due denti, sta ad indicare lo strumento agricolo a forma di zappa con due denti; ma anche l’animale, di solito pecora, che è alla seconda dentizione, cioè di due anni: generalmente esso veniva ucciso nei sacrifici più comuni dei romani (latino, bidens, bidentis). L’attribuzione di questo termine all’alto corso del fiume risulta però problematica. Alle ipotesi più conosciute si può, con più attendibilità, aggiungere quella che vede la parola bidente derivare dalla caduta della vocale iniziale di obbediente, come risulta chiaramente dai documenti relativi alla Romagna Toscana dei secoli XVI-XVII, dove l’alto corso del fiume viene detto per l’appunto “Obbediente”» (AA. VV., 1984, pp. 27, 28, cit.). Ma è «Seducente riportare gli idronomi Bedesis, BidensBedes ad alterazione dell’età volg. di una radice celtica, bedo/bede/bidi = canale, biàlera dei mulini … » (A. Polloni, 1966-2004, p. 42, cit.). Il toponimo “celle”: diffusissimo, dal latino classico cella, -ae, = cella, piccola camera, prevalentemente ha avuto un significato di celletta monastica o cappellina ma: «In pieno M. Evo oltre al significato di “chiesuola campestre officiata da cappellano” cellula distaccata dall’abbazia, cella significò “piccola azienda agricola” dipendente dalla Badia o grangia, lavorata dai cellulari […]» (A. Polloni, 1966-2004, p. 75, cit.)

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Link:http://www.parcoforestecasentinesi.it/it/patrimonio-unesco.

Percorso/distanze :

Se la Valle delle Celle è facilmente raggiungibile dalla S.P. 4 del Bidente tramite la Pista di servizio S.P. 4 del Bidente-Poderone-Pian del Grado, in parte sconnessa e ripida, è però interessante raggiungerla sia tramite la sentieristica di mezzacosta con base a Lago sia dai valichi montani, come il Passo della Braccina o il Passo della Calla utilizzando il panoramico ed agevole Sentiero degli Alpini, ricalcando tragitti di antica percorrenza.   

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001a – 001b - Schema del Sistema orografico delle Valli del Bidente, racchiuso tra due lunghi contrafforti principali e suddiviso da brevi contrafforti secondari (segnalati da asterisco giallo). Nel secondo schema, un’ottimale rappresentazione da cartografia del 1850.

 

001c – Schema delle cinque Valli del Bidente; in evidenza la delimitazione dei crinali ed il reticolo idrografico.

 

001d – Schema identificativo toponomastico essenziale del reticolo idrografico e degli insediamenti della Valle del Bidente delle Celle.

 

002a – Dal Monte Piano si può avere una delle più ampie viste dell’intero spartiacque appenninico (strisciata fotografica del 01/01/12).

 

002b – Dal Poggiaccio il primo sole colora le dorsali che si staccano dallo spartiacque appenninico; lontano si nota lo skyline del contrafforte che delimita da occidente la Valle del Bidente delle Celle (27/11/11)

 

002c – 002d – Dal Monte Falco si può notare l’intero tratto del contrafforte che delimita la Valle delle Celle, dove la dorsale del M. Cavallo separa la vetta del verdeggiante M. Ritoio dal M. dell’Avòrgnolo, che quasi non si nota sopraffatto dal M. Guffone, mentre da Poggio Sodo dei Conti, se il panorama non distrae, si può provare a seguire l’evoluzione del restante tratto di contrafforte proiettato, oltre il M. Guffone, verso Forlì (22/12/11).

 

002e – Anche da Poggio Scali si può riconoscere l’intero sviluppo del contrafforte scomparente in lontananza; il ritaglio fotografico si concentra sul tratto fino al M. Guffone (sull’estrema dx) così riuscendo a distinguere (nell’ordine) il Passo della Braccina, la dorsale di Pian dell’Olmo (che declinando tra Lago e Corniolo chiude la Valle delle Celle), il M. dell’Avòrgnolo, il M. Cavallo dalla cui sx sporge il M. Ritoio, quindi Poggio Bini; chiude la vista sull’estrema sx il verde intenso della sagoma inconfondibile della sequenza Poggio Palaio-Poggio di Mezzo-Poggio Zaccagnino, la cui cresta separa i bacini idrografici delle Celle e di Campigna (15/05/14).

 

002f - Se si vuole percorrere il contrafforte occorre raggiungere il Sentiero degli Alpini 301 CAI. Dal Passo della Calla vi si giunge tramite la S.P. n.94 del Castagno, da cui si stacca la S.F. di Giogo di Castagno tagliata sotto Pian delle Fontanelle, che consente alcuni scorci panoramici. Da qui la vista oltrepassa la Cresta dell’Aggio Grosso e si allinea sull’incisione della Valle delle Celle fino al suo termine, individuabile grazie all’erto poggio dove sorge il Castellaccio di Corniolino (30/10/14).

 

002g – 002h - Altri scorci panoramici dalla S.F. di Giogo di Castagno consentono la vista del primo tratto del contrafforte con Poggio Bini e il M. Ritoio, inciso dal Fosso Bidente delle Celle e dal Fosso del Foscolo (16/04/16 - 14/04/16).

 

002i – 002j – 002l – 002m - Percorrendo il Sentiero degli Alpini sul crinale del contrafforte subito ci si volge verso lo spartiacque appenninico tormentato da profonde incisioni. Tra esse si distingue bene quella del noto Fosso del Satanasso, alimentato dalla sorgente di Sodo dei Conti e stretto tra le Ripe di Poggio Martino (sulla sua dx si vedono i primi rami) e la Cresta dell’Aggio Grosso. La vista poi si allarga all’intera alta Valle delle Celle, riuscendo a distinguere il contrafforte secondario Poggio Palaio-Costa Poggio dei Ronchi e a scorgere il Crinale di Corniolino con il M. della Maestà (16/04/16).

 

002n – 002o – Volgendosi verso SE la vista spazia tra l’incisione del Fosso del Foscolo, il profilo del M. Cavallo ed i prati-pascoli dell’alta Valle delle Celle (16/04/16).

 

002p – Dal sentiero degli Alpini si nota la dorsale del M. Cavallo che, delimitando la Valle del Fosso di Lavacchio, digrada ripida verso il fondovalle del Bidente; si scorgono i ruderi di Lavacchio di Sopra (26/11/16).

 

002q - 002r – 002s - Le pendici più dolci di M. Dell’Avòrgnolo con il versante di Lavacchio concludono su questo versante la delimitazione della parte valliva più elevata mentre si nota la convergenza delle dorsali di M. Cavallo e del Corniolino che vanno a chiudere la Valle delle Celle (26/11/16).

 

002t – 002u - Inoltrandosi all’interno della valle gli scorci panoramici variano, come questi dai campi di Acquaviva, fino a richiedere binocoli o teleobiettivi per viste ravvicinate: nella 2^ foto si scorgono i ruderi di Cà Foscolo e si nota l’incisione del Fosso dei Fondi (26/11/16).

 

002v – 002x - Le pendici spoglie di M. Cavallo consentono ampie visuali panoramiche e scorci particolari come su Casa Montecavallo di Sopra, secondo i criteri odierni suggestivamente affacciata sulla valle (12/12/16).

 

002y – 002z – Dalla carrareccia che porta a Casa Torni tagliando la dorsale che si stacca da Poggio Bini, si nota il contrafforte che risale verso la rotondità di Poggio Piancancelli mentre si fronteggia la Cresta dell’Aggio Grosso che separa le incisioni dei Fossi del Satanasso e del Bidente delle Celle. Scendendo ancora di quota, dal crinale che costeggia il Geosito delle Mandriacce, sulla sx si notano l’incisione del Fosso della Ripa della Donna e la dorsale omonima (in basso si distinguono i ruderi di Coloreta), mentre sulla dx si abbraccia l’intera valle del Fosso Bidente delle Celle, distinguendo bene il nucleo de La Fossa (6/12/16 - 2/12/16).

 

002zz – 002zzz –Nel pieno della valle si nota (se informati) il sito Mandriacce-Poderone corrispondente al Geosito di rilevanza locale Le Mandriacce (11/09/16).

 

003a/e - Dai vari sentieri, volgendosi verso lo sbocco vallivo, mentre la vista già traguarda sull’asse del Bidente di Corniolo, si nota una differente asprezza dei rilievi tra i versanti opposti, ben simboleggiata dall’acutezza del poggio del Castellaccio di Corniolino, posto in posizione strategica nel fulcro di tutte le vallate circostanti: nell’ordine, 3a, dai sentieri sopra La Fossa; 3b-3c, dai sentieri verso M. Cavallo; 3d-3e, dai sentieri verso Pian dell’Olmo (dove si nota il crinale di Corniolino che separa le valli di Campigna e delle Celle e la dorsale che si stacca dal M. dell’Avòrgnolo oltre la quale si trova la valle di Lavacchio) (06/12/12 - 8/12/16  - 12/12/16).

 

003f/n - Dai sentieri verso la valle di Lavacchio viste estese ai campi della bassa valle della Fontaccia sopra Lago; nella penultima si evidenzia il poggio con l’arroccamento castellano e nell’ultima si distinguono due case bianche di Lago (8/12/16 - 10/12/16  – 26/11/12)

 

003o – Dall’esterno della Valle delle Celle, Strada Demaniale della Braccina, si nota la dorsale che si stacca dal M. Avòrgnolo che, separando la Val di Noce dalla Valle della Fontaccia, contribuisce a delimitare la Valle del Bidente delle Celle (23/11/12).

 

004a - 004b - L’intero crinale insediativo del Corniolino offre notevoli scorci panoramici della Valle delle Celle e dei suoi affluenti. Il Castellaccio ne è il testimonial più noto. Qui due viste opposte, la seconda dal probabile sito della Torre della Rovere (6/12/16 – 30/11/16).

 

004c – 004d – 004e – Dal Castellaccio, viste panoramiche e ravvicinate della Valle delle Celle (13/12/16 – 30/11/16).

 

004f – 004g – 004h – Dalla sella sotto il Castellaccio, strisciate fotografiche del versante in sx idrografica della Valle delle Celle; in evidenza la dorsale che digrada dal M. Cavallo, il M. dell’Avòrgnolo e la profonda incisione del Fosso di Lavacchio (30/11/16).

 

004i – 004l – Dalla sella sotto il Castellaccio; le ombre del mezzodì tardo-autunnale evidenziano l’incisione del Fosso di Lavacchio: in tale contesto impressiona la collocazione di Caprìa di Sotto, che si scorge in basso (30/11/16).

 

005a – 005b – La zigzagante sequenza morfologica delle creste di Poggio delle Secchete/Poggio Palaio/Poggio di Mezzo, come si notano dalla Burraia, separa nettamente i bacini idrografici dei Bidenti delle Celle e di Campigna. Similare morfologia si ritrova nelle creste di Poggio della Serra/Poggio Capannina, poste sulla separazione tra il bacino idrografico di Campigna e di Ridràcoli (scorcio da Poggio Sodo dei Conti). Esse, mentre evidenziano differenti caratteristiche vegetazionali (copertura boschiva qui ad abetina lì a faggeta) nella morfologia asimmetrica mostrano similari giaciture a “franapoggio” degli strati, forse dovute a dislocazioni recenti lungo fratture sub verticali ipotizzabili anche per il Monte Penna. N.B.: A differenza della cartografia odierna, dove viene indicato come Palaio il poggio più orientale, nella foto il primo a dx, mentre gli altri compaiono anonimi, presso il Nàrodni Archiv Praha sono conservate carte del 1850 della Regia Foresta Casentinese dove codesto è il Poggio delle Secchete (oggi Secchiete, vi nasce l’omonimo fosso), il Palaio è quello centrale più ampio, il Poggio di Mezzo è sulla sx. Nei documenti conservati presso l’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze viene descritto inoltre il Poggio di Zaccagnino, più irregolare e posto a valle di Poggio Martino (21/12/11).

 

005c – 005d – 005e – Dall’estremo del crinale del Corniolino, pressi de I Tre Faggi, si può avere una vista frontale del tratto elevato del bacino idrografico dove hanno origine i Fossi delle Celle e di Pian del Grado che, confluendo a Celle, daranno origine al Fiume Bidente. Il parzialmente spoglio “crinaletto di Pian del Grado” che si distacca dal contrafforte principale separa le incisioni dei rami alti dei suddetti Fossi. Nella 2^ foto si nota sulla sx il “crinaletto di Pian del Grado”, la cui ombra evidenzia l’incisione del ramo secondario del Fosso delle Celle che il crinaletto di Porcini (posto più a monte de La Fossa e in basso verdeggiante di abeti) separa dal suo ramo principale, mentre nel successivo ingrandimento si distingue l’arcuato tratto iniziale del Fosso di Pian del Grado delimitato a sx dalla Costa Poggio dell’Aggio Grosso; le frecce segnalano alcuni particolari morfologici che consentono di individuare la posizione esatta dell’insediamento di Pian del Grado, che si rivedrà in successive foto (30/11/16).

 

005f – 005g – 005h – Dai campi di Casa Torni si vede l’incisione del tratto originario e principale del Fosso delle Celle ed il crinaletto di Porcini, quindi si vede l’erosione sottostante Porcini di Sopra che scivola verso il ramo secondario del fosso, infine dal basso si fronteggiano gli stessi luoghi con Porcini di Sopra e di Sotto sulla sx (notare la stessa abetina di cui alla foto 005d) e Casa Torni sulla dx (6/12/16).

 

005i – 005l – 005m – A Pian del Grado si ritrovano gli stessi elementi morfologici visti in lontananza dal crinale del Corniolino di cui all’ingrandimento 005e, ovvero il tratto finale della Costa Poggio dell’Aggio Grosso, la linea netta del campo inclinato ed in erosione e la stratificazione rocciosa affiorante al termine del “crinaletto di Pian del Grado”. Ultima foto: vista verso il fondovalle dallo stesso sito (6/12/16).

 

005n – 005o – Presso La Casina, la mulattiera diretta verso il crinale (oggi sentiero 261 CAI) guada il Fosso delle Celle dove l’alveo è costituito da levigate ed ampie stratificazioni arenacee affioranti (6/12/16).

 

005p – 005q – 005r – 005s - La stretta ansa del Fosso di Pian del Grado aggira le ultime pendici stratificate del Poggio della Scala (rilievo compreso tra il F.so del Satanasso e i Fossi delle Capanne o “Capannevecchie” posto al termine della dorsale che si distacca da P.gio Martino) un attimo prima che vi confluisca il Fosso dell’Ortaccio (2^ foto) presso il ponte della Pista di servizio S.P. 4 del Bidente-Poderone-Pian del Grado, ambientato con rivestimenti lignei come i parapetti stradali. A valle del ponte l’ampia sezione del fosso lambisce il Molino di Sopra (6/12/16).

 

006a – 006b – Il controluce a Celle occulta la confluenza dei Fossi di Pian del Grado e delle Celle originante il Fiume Bidente delle Celle, che subito trova alte pareti rocciose (2/12/16 – 15/12/16).

 

006c – 006d – 006e – Ormai inforrato il Fiume Bidente delle Celle diviene difficilmente visibile salvo quando la mulattiera tende ad abbassarsi, come presso il Fosso dei Fondi (11/09/16).

 

006f – 006g – 006h – Se dalle Ripe Toscane il fiume si scorge appena tra la boscaglia, dall’alto di Cà d’Armati nella Valle del Fontaccia si hanno solo viste panoramiche (11/09/16 – 8/12/16).

 

006i – 006l – A circa 2 km dal suo termine, all’altezza degli impianti tecnologici di prelievo idrico e del fabbricato Pulita, il Bidente torna visibile (11/09/16 – 12/12/16).

 

006m - 006n – Presso il suo termine una paratia mobile aiuta il Bidente a divenire un placido corso d’acqua, benché ancora serpeggiante, come evidenziato dalla parallela strada ghiacciata (11/09/16 – 10/12/16).

 

006o – A Lago, a 80 m dalla confluenza del Bidente delle Celle nel Bidente di Campigna, il ponte moderno, la vegetazione e la mancanza di memoria occultano i resti dell’antico Ponte di Fiordilino. Solo 7-800 m dopo, presso Corniolo, grazie alla confluenza congiunta dei Fossi di Verghereto e dell’Alpicella, avrà origine il Fiume Bidente di Corniolo (8/12/16).

 

007a/e - Dai resti del ponte dalla poetica denominazione Fiordilino, ancora ben visibili se non occultati dai rovi (si notano i conci regolari della spalletta e l’attacco dell’arco; ignoto ai più, occorrerebbe una targa), il tracciato dell’antico itinerario sul crinale insediativo di Corniolino si inerpicava subito sull’erta rocciosa senza deviazioni in allineamento al ponte stesso, come documentato dal Catasto Toscano del 1826-34, ma poi deviava fino a rasentare il Bidente di Campigna quindi risaliva proseguendo a mezzacosta verso l’abitato di Corniolino, raggiungendolo presso la Chiesa/Hospitale di S. Maria delle Farnie. Abbastanza fedelmente a quello antico, il tracciato che attraversa Corniolino ritrova la S.P. a circa 2 km da Lago e risale deciso verso il crinale ed il Castellaccio in un tratto caratterizzato da un esteso affioramento roccioso dove sono evidenti le tipiche alternanze di arenarie e marne formanti cornicioni sporgenti fratturati a “denti di sega”. Nell’ultima foto si può notare l’effetto erosivo che ha “canalizzato” la mulattiera. N.B.: Il tratto di sentiero 259 CAI che si imbocca a circa 500 m da Lago corrisponde alla mulattiera che da Corniolino scendeva al Bidente di Campigna, oggi intercettata dalla S.P. del Bidente (15/11/16 – 30/11/16).

 

007f - 007g – Se i viandanti potevano evitare la deviazione per il Castellaccio, erano invece obbligati al transito (con gabella) sotto la scomparsa Torre della Rovere, posta oltre mulattiera “ad un tiro di balestra”, quindi alla base o sulle pendici del poggetto opposto. Il “viadotto” che oggi si percorre per la regolarità strutturale e l’usura pare opera più recente (forse realizzata utilizzando proprio il pietrame della torre, di cui non si rinviene traccia) (30/11/16 - 11/09/16).

 

007h – 007i – 007l – Se il tratto di Stratam magistram, la strada maestra romagnola o Via Romagnola sul crinale del Corniolino, è suggestiva soprattutto per gli scorci panoramici, la mulattiera delle Celle, da percorrere attraversando le Ripe Toscane e toccando Celle e Pian del Grado fino a trovare la Via Flaminia Minor sul contrafforte principale, è particolarmente interessante anche per gli aspetti ambientali ed insediativi. Inizialmente la si individua correre dopo un fabbricato senza nome (“Cà di Belletta di Sotto” ?) non più utilizzata ma ancora in buono stato, poco sopra la strada di servizio. A circa 200 m dal cancello un innesto improvvisato consente di raggiungerla e presto si trova Caprìa di Sotto ed il ponte in legno e traversine in ferro sul Fosso di Lavacchio (12/12/16).

 

007m – 007n – Successivamente un ammasso di pietrame o poco più, apparentemente ignoto, dovrebbe ricordare al viandante trattarsi dei resti di Costacci o Casa Gastaccio mentre subito dopo una lapide segnala la Fonte di Fossacupa, accanto al Fosso del Fontaccio o delle Fontacce (12/12/16 - 11/09/16).

 

007o – 007p – 007q – Le Ripe Toscane conservano ancora resti delle sistemazioni dell’infrastruttura viaria (11/09/16).

 

007r/x - La Fonte del Bercio e il ponte sul Fosso Foscolo-Fondi segnalano il margine delle Ripe Toscane. Sono di interesse sia il ponte, di quasi 13 m di luce, per la struttura in legno a due campate con spalle e pila centrale in pietrame, sia il fosso, per la presenza di un’ampia marmitta dei giganti e per l’ampia sezione dell’alveo (11/09/16).

 

008a/d – Oltre che costituire un fondamentale snodo delle citate direttrici di transito generale e locale, Celle è anche il luogo dove ha origine il Fiume Bidente. In questo spazio circoscritto si sono così concentrati insediamenti ed infrastrutture come il ponte in muratura di pietrame ad arco ribassato sul Fosso delle Celle ed il ponte in legno ad una campata sul Fosso di Pian del Grado, che superano i fossi a ridosso della loro confluenza generatrice. Se il ponte in pietra si trova in un contesto più inalterato, la direttrice di controcrinale Celle-S. Paolo in Alpe attraverso i Tre Faggi, che partiva dal ponte in legno, è rintracciabile in rari tratti in quanto sostituita dalla nuova strada forestale (2/12/16 - 11/09/16).

 

009a – 009ab - Mappa schematica dell’area di Celle e raffronto tra cartografie degli inizi dei due secoli trascorsi. La mappa ottocentesca offre particolari interessanti dell’assetto industriale/religioso del luogo e la toponomastica antica mentre quella novecentesca dà indicazioni utili sull’evolversi della viabilità. La cartografia più recente denota lo scambio toponomastico riguardante i mulini.

 

009b/r – Resti della Chiesa di S. Maria alle Celle; la facciata era orientata verso il fiume (11/09/16 - 6/12/16 - 15/12/16).

 

009s – 009t – 009u - Neografie pittoriche della Chiesa di S. Maria alle Celle, da una foto precedente all’abbandono che mostra un edificio in buono stato, con un intorno curato, immerso in una valle stretta e boscosa, e da due foto degli scorsi anni ’60 e ’80 quando, già abbandonata, mostrava l’incedere della fatiscenza.

 

010a/f - Il novecentesco Cimitero delle Celle, pur completamente abbandonato ed in rovina (a differenza dei restauri di altre valli bidentine), è accessibile con difficoltà essendo ancora “custodito” da catene e filo spinato; rimangono vecchie lapidi accatastate sull’ingresso della cappella, mentre sorprende una recentissima e particolare inumazione (2/12/16).

 

011a/i – Il Molino di Celle, già Molino di Sopra, anch’esso completamente abbandonato ed in rovina si trova stretto tra la nuova strada e il Fosso di Pian del Grado, a monte di Celle; la cappa del camino ancora resiste nonostante sia stato asportato l’architrave, “affronto” subito da molti edifici abbandonati delle Valli del Bidente (11/09/16 - 2/12/16).

 

012a/h – Il Molino di Sopra, già Molino delle Celle, ben visibile in inverno quando la vegetazione si riduce, segnala l’inizio del Fiume Bidente fronteggiando i resti della chiesa delle Celle. Ne rimane una piccola struttura seminterrata mentre è scomparso l’edificio principale che si trovava accanto e che, ancora rappresentato nel Catasto d’impianto del secolo scorso da cui risulta di una certa consistenza, poiché non se ne rinviene traccia, evidentemente è stato demolito forse riutilizzando il materiale per la strada o la vicina briglia (2/12/16 - 15/12/16).

 

012i – La confluenza generatrice del Fiume Bidente accanto al Molino delle Celle (15/12/16).

 

012l – 012m – 012n – L’area accanto al Molino delle Celle dove secondo il catasto sorgeva il fabbricato principale scomparso; si nota del pietrame coperto di muschio ma potrebbe riguardare resti di opere idrauliche e/o di sostegno (15/12/16).

 

013a - Superato il ponte in pietra in direzione La Fossa poco dopo si trovano consistenti ruderi di un fabbricato posto su un poggetto, con facciata a capanna verosimilmente rivolta verso valle, ben visibili in inverno quando i rovi si riducono, che non possiede le caratteristiche tipiche degli insediamenti rurali; di esso non si trova citazione nell’editoria specialistica passata o recente mentre è ben rappresentato nel Catasto Toscano del 1826-34 da cui risulta una planimetria corrispondente allo stato attuale solo riguardo l’edificio principale. (6/12/16).

 

013b/013e - Le caratteristiche planivolumetriche sono bene riconoscibili e rivelano la preesistenza di un fabbricato rettangolare coperto da tetto a capanna, di cui si notano le lunghe travi principali, aspetto che insieme alla scomparsa facciata rivolta verso valle rendono lecito immaginare trattarsi dei resti di un edificio religioso, forse una chiesa più antica (Chiesa vecchia di Celle ?), forse strutturata sull’eremo camaldolese del 1091, poi spostata a valle ? I retrostanti piccoli ambienti minori possono essere riferibili ad un riuso successivi all’abbandono (6/12/16).

 

013f – La trave ancora mantiene l’orientamento originario indirizzando la visuale verso oriente (6/12/16).

 

013g/o – Dietro l’ambiente maggiore, quelli minori consentono ancora l’individuazione delle principali caratteristiche tipologiche e planivolumetriche (6/12/16).

 

014a – 014b – 014c – L’insediamento de La Fossa, dove si trova una delle due “celle” della valle, è ancora crocevia di vari itinerari (6/12/16).

 

015a/i – Pian del Grado è posizionato in posizione privilegiata rispetto a Celle e non pare attraversato dalle principali direttrici di transito e/o esbosco. Vi si rinviene una delle due “celle” della valle, dotata di fontana con mensola oltre che dell’icona sacra, ed alcuni interessanti annessi rurali mentre gli edifici residenziali, ampiamente rimaneggiati, conservano due portali del XIX sec., uno del 1899 e questo fotografato datato 1813, con stemma raffigurante una colomba con ramoscello d’ulivo e una stella: essendo simbologia religiosa è probabilmente da riferire all’Opera di S. Maria del Fiore (6/12/16).

 

015l – 015m - Il borgo come compariva negli scorsi anni ’80; degli edifici con asterisco oggi rimangono i ruderi, come si può vedere nella 2^ foto (6/12/16).

 

016a - 016b – 016c – L’itinerario antico giunge ancora fino al crinale, non lontano da Poggio Bini, dove si può trovare questo riparo che pare costruito dal vento: Coordinate WGS84  43° 54’ 5.10” N / 11° 43’ 212.83” E (16/04/16).

 

016d – Un’altra suggestiva mulattiera si trova sulle pendici di Monte Cavallo, diretta alle omonime case (10/12/16).