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Valle del Bidente di Pietrapazza

Tipo : valle
Altezza mt. : 605
Coordinate WGS84: 43 50' 23" N , 11 53' 55" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (Febbraio 2017)

Coordinate della valle (WGS84)    

estremo NORD (Ponte Bottega) - 43° 52’ 13” N / 11° 53’ 29” E

estremo EST (M. Castelluccio) - 43° 50’ 34” N / 11° 55’ 23” E

estremo SUD (M. Cucco) - 43° 48’ 28” N / 11° 53’ 7” E

estremo OVEST (M. Moricciona) - 43° 51’ 34” N / 11° 52’ 0” E

Altitudine compresa tra m 467 e m 1394 s.l.m. Pietrapazza 605 m  

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose strutturate a pettine, proiettate verso l’area padana secondo linee continuate e parallele che si prolungano fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km: dorsali denominate contrafforti, terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme di tali rilievi: «[…] il crinale appenninico […] della Romagna ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 9, cit.). L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, ad Est, da Cima del Termine; in quell’ambito si staccano due contrafforti secondari e vari crinali e controcrinali minori delimitanti le singole vallecole del bacino idrografico. In particolare, la Valle del Fiume Bidente di Pietrapazza o Bidente Piccolo «[…] la Valle del Fiume La Pietrapazza o Strabatenza o di Valbona, che va nel Fiume Bidente o sia Ronco […]», (F. Mazzuoli, Veduta dell’Appennino […], 1788, BNCF, G.F. 164, in: M. Sorelli, L. Rombai, 1992, p.50, cit. e in: N. Graziani, 2001, vol. II, p.875, cit.) riguarda il ramo più orientale ed in parte è delimitata, ad Ovest, da un primo tratto del contrafforte secondario che si diparte da Poggio allo Spillo (collegando Poggio della Bertesca, Croce di Romiceto, i Monti Moricciona, La Rocca, Marino, Pezzoli e Carnovaletto per concludersi sul promontorio della Rondinaia), ad Est, in parte è delimitata da un primo tratto del contrafforte principale che si stacca da Cima del Termine (poi segue la linea Poggiaccio/Monti Càrpano, Castelluccio, Piano, Frullo/Passo e Colle del Carnaio/Monti Aiola, Calbano, della Faggia, Valnesta, Altello, Navacchio/S. Stefano, Rivoschio, S. Matteo/Monti Cavallo, della Rovere, dei Feriti/Colli di Collinello, Madonna di Cerbiano, di Bracciano, quindi a Casa Tomba, Massa e Monticino, verso Cesena), «[…] per finire sulla via Emilia presso Diegaro.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 16, cit.) dopo circa 53 km. Da tali contrafforti si distaccano rispettivamente le seguenti dorsali crinalizie. Una si stacca dal Monte Moricciona che, delimitando la valle dei fossi Fiurle/Trogo, converge verso l’altra, rilevante, proveniente dal Monte Castelluccio, che costituisce l’altro versante della valle verso il Monte Casaccia terminante con il Monte Riccio (dove, “opportunamente” collocato, il Castrum montis Riccioli, almeno già dal 1321 sorvegliava ogni transito; ne restano vaghe tracce «Anche sopra la via che va a Strabatenza, presso la località detta Ca’ di Veroli, ove dimora tuttora un ramo della famiglia Bardi, lassù rifugiatasi, fra i monti più alti, ai tempi delle famose contese medioevali, vedonsi i muri imponenti di un vecchio maniero, e quel luogo dicesi Montericcio» - D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 279): qui, presso la confluenza dei Fossi di Strabatenza/Trappisa nel Bidente, a ridosso di Pian del Ponte, la valle si restringe quasi a chiudersi così creando una discontinuità con quella di Strabatenza e rendendo possibile una specifica identità geo-morfologica.

Da una visione zenitale, satellitare, ma anche dalle possibili viste panoramiche, si può apprezzare come la valle appaia caratterizzata dalla relativa vicinanza dei due contrafforti e da una articolazione di crinali e controcrinali, a convergenza prevalentemente simmetrica sull’incisione dell’asta fluviale principale orientata verso Nord che determinano un aspetto di progressiva ristrettezza e profondità della valle. Successivamente i contrafforti tendono a divergere ma l’orientamento principale dell’asse fluviale (ormai Bidentino o Fiumicino) rimane inalterato verso S. Sofia. Dalla diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo, negli alti versanti conseguono sezioni vallive a V e nei fondovalle, specie dove essi si fanno più tormentati, profondi e ristretti, si formano gole, forre, financo degli orridi, con erosioni fondali a forma c.d. di battello, mentre i tratti più ripidi dei rilievi mostrano la roccia denudata: scriveva il senatore F. M. Gianni (1728-1821) protagonista delle riforme leopoldine: «[…] è notabile come in molti luoghi l’Appennino è spogliato nella faccia di solatio, e vestito nella parte di bacìo perché da bacìo non era sperabile il trarre la misera raccolta di poca sementa e perciò non è stata perseguitata la montagna con Ronchi e Licenze» (Archivio di Stato di Firenze, Carte Gianni, in M. Pinzani, 2001, vol. I, p. 137, cit.). Una notazione di un grande riformatore: «Cavalcando […] vidi […] La foresta dell’Opera sulla pendice precipitosa verso Romagna era manto a molte pieghe dell’Appennino, al lembo di quel manto apparivano le coste nude del monte […] Sugli spigoli acuti delle propaggini del monte si vedevano miseri paeselli con le chiese: San Paolo in Alpe, Casanuova, Pietrapazza, Strabatenza; impercettibili sentieri conducevano a quelli, e lì dissero le guide i pericoli del verno, la gente caduta e persa nelle nevi, […] i morti posti sui tetti per non poterli portare al cimitero, e nelle foreste i legatori del legname sepolti nelle capanne […]» (Leopoldo II di Lorena, Le memorie, 1824-1859, in G.L. Corradi, O. Bandini, 1992, p.78, cit.). Conclude un eminente studioso dell’epoca: «Nella […] zona delle montagne […] è questa la zona dei pascoli e del bestiame. I boschi di quercia, castagno e faggio si van sempre più restringendo e quelli di abete sono ormai scomparsi del tutto, ridotti come sono a poche macchie nella Falterona, Camaldoli e monti della Cella.» (E. Rosetti, 1894, p. 90, cit.). Nel versante esposto a settentrione, specie nella parte a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico (la c.d. bastionata di Campigna-Mandrioli) si manifestano invece fortissime pendenze modellate dall’erosione e dal distacco dello spessore detritico superficiale con conseguente crollo dei banchi arenacei, lacerazione della copertura forestale e formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante (Poggio Rovino); se questo versante ovviamente rappresenta l’area sorgentifera principale, anche dagli altri vengono contributi importanti. Quali Geositi di rilevanza locale, a cavallo del contrafforte principale, si trova il Crinale Macchia del Cacio, Monte Castelluccio, Monte Càrpano, di grande interesse scientifico ed esponente per una notevole estensione lo spesso Strato Contessa interposto a tutta la varia stratigrafia Marnoso-arenacea e, in prossimità del fondovalle, tra l’Eremo Nuovo e Cialdella, dal ponte che attraversa il Bidente si osservano, in sponda sx, lo Slump di Susinello dell’Eremo Nuovo, affioramento di frana sottomarina e, nei pressi in sponda dx, la Colombina di Montellero, oltre a pronunciati meandri. Gli affluenti noti di questo ramo del Bidente sono i Fossi del Rovino o delle Campanacce o delle Capannacce, delle Ranocchie, dei Segoni già della Buca dei Preti o Prati e del Poderaccio, della Spiaggia o Spiagge, della Bocca e della Neve, che nascono dai rilievi più alti dello spartiacque appenninico di Poggio Rovino e Cima del Termine (in passato il tratto fluviale originato dalla loro confluenza era noto come Fosso del Pian del Miglio, dal vecchio toponimo di Pian della Saporita); tra il Fosso delle Ranocchie (che nasce tra Poggio Rovino e il Monte Cucco) e il Fosso dei Segoni (che nasce dalla sella del Passo dei Lupatti), circa a metà tra il Cucco e il passo, trova origine il Fiume Bidente di Pietrapazza (così come riportano alcune rappresentazioni topografiche e catastali). I Fossi dell’Eremo Nuovo e dell’Eremo convergono da versanti opposti in quel sito eremitico. I Fossi di S. Giavolo, dal Piano al Fondo o del Castagnaccio, Fondo Rignone già dell’Abetaccia, dei Pianelli, del Vallone, dei Poderini, di Cà dei Maestri, delle Fiurle, delle Case, del Poggiolo, delle Palaine di Mezzo, del Traghetto, del Trogo, del Paretaio , di Ricavoli e delle Cortine, nascono dal contrafforte secondario. Lungo il Trogo si trova il Geosito puntuale di rilevanza locale Fonte della Spungazza, sorgente ricca in carbonato di calcio che ha prodotto un poderoso concrezionamento travertinoso, crollato per l’eccessivo peso. I Fossi di Rio D’Olmo o Ridolmo, della Capra, delle Graticce, e del Lastricheto, nascono dal contrafforte principale, mentre gli affluenti del Lastricheto, i Fossi della Capaccia, della Casaccia, del Podere e della Lastraccia, nascono dal crinale Castelluccio/Casaccia, come pure i Fossi di Michelone e dei Pozzetti.

Qualche km dopo, presso la Bottega/Ponte del Faggio il fiume cambia nome e diviene Bidente di Strabatenza (e Poggio La Lastra) ma, discordanze cartografiche a parte, come sopra detto l’orografia dei luoghi evidenzia una possibile discontinuità del sistema vallivo determinata dalle incisioni dei fossi Trogo/Fiurle/Case/Poggiolo da un lato e Casaccia/Palaino/Trappisa/Strabatenza dall’altro, quindi dalle dorsali che li divide, consentendo si assegnare una specifica identità morfologica a due successive valli in coerenza con il nuovo idronimo, senza sminuire l’importanza degli aspetti amministrativo/parrocchiali in rapporto alle vite dei “popoli” che vi abitarono.

Dopo la confisca del vasto feudo forestale da parte della Repubblica di Firenze a danno dei conti Guidi, l'alpe del Corniolo, la selva del Castagno e la selva di Casentino ovvero di Romagna che si chiama la selva di Strabatenzoli e Radiracoli tra il 1380 e il 1442 furono donate (il termine contenuto in atti è “assegnato in perpetuo”; A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 15-16, cit.) all’Opera del Duomo di Firenze che, per oltre quattro secoli si riservò il prelievo del legname da costruzione e per le forniture degli arsenali di Pisa e Livorno, di quelli della Francia meridionale oltre che per l’ordine dei Cavalieri di di Malta «Alcune antenne raggiunsero perfino il prezzo di 2000 lire […]» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 272); «[…] gli inglesi hanno pagato somme enormi alla Chiesa Cattolica, nel corso degli ultimi due anni, per l’acquisto di legname che consentisse loro di combattere le loro battaglie.» (Joseph Forsyth*, Di monte in valle: luoghi celebri del casentino, 1802, in: A. Brilli, 1993, p. 26, cit.); * nel corso della prigionia francese per attività filobritannica scrisse Remarks … during an Excursion in Italy in the Years 1802 and 1803, Londra, John Murray 1816. Forniture  riguardarono anche il mercato romagnolo utilizzando il Bidente per il trasporto. Per ricavare alberi di maestra delle maggiori dimensioni (28 m di altezza) occorrevano abeti plurisecolari di almeno 40 m. (un esempio di albero di maestra si trova a Campigna nel Viale del Granduca). Il depauperamento per i tagli, legittimi ed abusivi, anche conseguenti alla progressiva antropizzazione del territorio con incremento di appoderamenti per colture e pascoli realizzati con la pratica del ronco, portò la foresta a ridursi alle zone più impervie delle testate vallive. Dal 1838, con il passaggio alle Reali Possessioni granducali delle aree forestali finora dell’Opera (e, dal 1857 al 1900, in parte come proprietà diretta del Granduca) e grazie alla riorganizzazione tecnico-amministrativa dell’ingegnere forestale di origine boema Carlo Siemoni, poi dal 1866, a seguito della soppressione degli ordini religiosi ed il passaggio al Regio Demanio, principiarono notevoli ripensamenti gestionali (per l’importazione di massicce quantità di piantine e di sementi oggi non è possibile distinguere l’ecotipo appenninico locale dall’ecotipo continentale della Boemia, fatta eccezione per le piante di età superiore a 180 anni). Però solo a partire dal 2 marzo 1914, nuovamente accorpato e rientrato in proprietà e gestione diretta al Demanio dello Stato, il patrimonio forestale ha visto iniziare quell’opera di conservazione e di miglioramento che ha portato al conseguimento di obiettivi insperati. Con l’abbandono della montagna nel secondo dopoguerra, constatata l’impossibilità politica ed economica del sostegno di forme di agricoltura basate sull’autoconsumo, si è reso possibile il perseguimento degli obiettivi di conservazione degli habitat naturali. Così oggi, le aree montane dell’alta valle del Bidente e vaste aree submontane, oltre ad altre adiacenti al Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, in gran parte di proprietà demaniale, si trovano inserite nella rete Area Natura 2000 con tre siti per le caratteristiche di seguito riassunte: Foresta di Campigna, Foresta la Lama, Monte Falco, uno dei più importanti e studiati della regione, santuario della conservazione naturalistica a livello nazionale e internazionale che comprende la Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, caratterizzato dalle foreste millenarie di Faggio e Abete bianco, dai vaccinieti e praterie secondarie con relitti alpini di grande significato fitogeografico, gli unici dell'Appennino romagnolo, e da alcune specie mediterraneo-montane, alcuni dei primi e le seconde rispettivamente al limite meridionale e al limite settentrionale del loro areale distributivo, che ricoprono quasi fino in vetta il tetto della Romagna; Monte Gemelli, Monte Guffone e Rami del Bidente, Monte Marino che si estendono dalle parti alte dei bacini fluviali fino al corso inferiore dei tre rami ed alla loro confluenza, comprendendo il lago di Ridracoli, siti caratterizzati da boschi naturali, rimboschimenti, pascoli in generale regresso per progressivo abbandono delle pratiche zootecniche tradizionali, praterie cespugliate ed arbusteti a Ginepro per lo più derivanti dalla rinaturalizzazione di ex-coltivi ed ex-pascoli, che diventano garighe su versanti esposti, oltre a zone rupestri e plaghe rocciose; completano il quadro relativo a un territorio relativamente poco antropizzato gli ambienti fluvio-ripariali dei corsi torrentizi dei tre Bidente, dai noti aspetti geomorfologici e geotettonici, più largo “Corniolo”, più incassato “Ridracoli”, più mosso e variato “Pietrapazza”, ma in un contesto ripariale appenninico abbastanza simile, caratteristico e ben conservato. Dal 7 luglio 2017 le faggete vetuste del Parco Nazionale comprese nella Riserva Integrale di Sasso Fratino e una vasta area circostante comprendente le Riserve Biogenetiche Casentinesi e altre aree all’interno del Parco Nazionale, per un totale di circa 7.724,28 ha, fanno parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO, andando a rappresentare uno dei più estesi complessi forestali vetusti d’Europa. Per l’Italia si tratta della prima iscrizione di un patrimonio naturale espressamente per il suo valore ecologico di rilievo globale. Approfondite indagini nell’area, che rappresenta complessivamente il sito di maggiori dimensioni tra quelli designati in Italia ed uno dei più estesi complessi forestali vetusti d’Europa, hanno portato alla scoperta di faggi vecchi di oltre 500 anni, tra i più antichi d’Europa, che fa entrare Sasso Fratino nella top ten delle foreste decidue più antiche di tutto l’Emisfero Nord. Questi faggi sono quindi coevi di Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci e al limite della longevità per le latifoglie decidue. Oltre al valore naturale, il faggio è una specie dall’alto valore simbolico e culturale, storicamente legata allo sviluppo dei popoli europei (l’etimologia del nome si riferisce ai frutti eduli, dal greco phagein = mangiare).

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio. Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. Nell’eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestano una frequentazione a scopo di caccia o di conflitto tra popolazioni di agricoltori già insediati (tra i siti, Campigna, con ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca, Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con ritrovamenti di sepolture). In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae, l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, come per l’intero Appennino, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur mantenendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate ma p. es., nel Settecento, chi voleva salire l’Appennino da S. Sofia, giunto a Isola su un’arteria selciata larga sui 2 m trovava tre rami, per il Corniolo, per Ridràcoli e per S. Paolo in Alpe che venivano così descritti: «[…] è una strada molto frequentata ma in pessimo grado di modo che non vi si passa senza grave pericolo di precipizio […] larga a luoghi che in modo che appena vi può passare un pedone […] composto di viottoli appena praticabili […] largo in modo che appena si può passarvi […].» (Archivio di Stato di Firenze, Capitani di Parte Guelfa, in L. Rombai, M. Sorelli, 1997, p. 82, cit.); e recentemente «[…] a fine Settecento […] risalivano […] i contrafforti montuosi verso la Toscana ardue mulattiere, tutte equivalenti in un sistema viario non gerarchizzato e di semplice, sia pur malagevole, attraversamento.» (M. Sorelli, L. Rombai, 1992, p. 32, cit.). Così, se al diffondersi dell’appoderamento si accompagna un fitto reticolo di mulattiere di servizio locale, per la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche occorrerà attendere tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX. Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.).Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovano collocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale; gli insediamenti di derivazione poderale sono invece ancora raggiunti da una fitta e poco modificata ramificazione di percorsi, mulattiere, semplici sentieri (anche rimasti localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, come p.es. testimoniano i cippi stradali installati negli anni ’50 all’inizio di molte mulattiere, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; alcune strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo). Diversamente dalle aree collaterali, non si riscontrano nelle valli bidentine fabbricati anteriori al Quattrocento che non fossero in origine rocche, castelli o chiese, riutilizzati a scopo abitativo o rustico, o reimpieganti i materiali derivanti da quelli ed evidenzianti i superstiti conci decorati. Nell’architettura rurale persistono inoltre caratteri di derivazione toscana derivanti da abili artigiani. L’integrità totale o tipologica dei fabbricati è stata peraltro compromessa dai frequenti terremoti che hanno sconvolto l’area fino al primo ventennio del XX secolo, ma anche dalle demolizioni volontarie o dal dissesto del territorio, così che se è più facile trovare fronti di camini decorati col giglio fiorentino o stemmi nobiliari e stipiti o architravi reimpiegati e riferibili al Cinque-Seicento, difficilmente sussistono edifici rurali anteriori al Seicento, mentre sono relativamente conservati i robusti ruderi delle principali rocche riferibili al Due-Trecento, con murature a sacco saldamente cementate, come quella di Corniolino. Gli edifici religiosi, infine, se assoggettati a restauri o totale ricostruzione eseguiti anche fino alla metà e oltre del XX secolo, hanno subito discutibili trasformazioni principalmente riferibili alla tradizione romanica o ad improbabili richiami neogotici.

I principali insediamenti sono o erano: Abetaccia, Bertesca, Buca, Cà dei Conti (Oratorio dei SS. Jacopo e Francesco), Cà del Tosco, Cà dei Maestri, Cà di Giorgio, Cà di Michelone, Cà di Pasquino, Cà di Pomo, Cà di Santoni, Campo della Sega, Campo di Sopra, Capanno della Pomina, Capanno di Ca di Michelone, Casa del Santoni, Casa di Bastiano o Poderino del Finocchio, Cà di Mengaglia, Casaccia (del Lastricheto), Casaccia (già Rio d’Olmo), Casaccia (presso Frassino), Case e Osteria di Monte Càrpano, Casetta, Casina, Casina o Cascina/Casina Biozzi, Casina del Ponte, Casina del Raggio, Case di Sotto, Casone (a M. Roncacci), Castagnaccio, Cetoraio o La Cetoraria/La Cetoraja/La Celteraia, Ciardella o la Cerdella o Ciardella o Cittadella, Cortine di sopra, Cortine di sotto, Eremo Nuovo, Felcitino o Felcialino o Falcetino o Felcettino o le Felcetine, Fiurle, Fossetta, Frassino o Fràssine, Galluzze, Graticce, I Fondi, Il Finocchio, il Pianaccio, I Piani, La Buca, La Mandria Vecchia (pressi Bertesca), la Palta, La Siepe dell'orso (pressi Siepe dell’Orso), Lastricheto, le Capanne, Macchietta, Maestà Beoni a Cà di Michelone, Maestà dei Pianacci, Maestà del Felcitino, Maestà della Casaccia, Maestà del Raggio, Maestà Milanesi a Cà di Pasquino, Molinaccio, Mulino di/della/delle Cortina/Cortine, Mulino dell’Eremo Nuovo, Mulino di Cà di Pasquino, Mulino di Felcitino, Mulino Milanesi a Pietrapazza, Palaine di Mezzo o Case di Sotto, Petrella, Pian del Ponte, Pietrapazza, Poderaccio, Podere, Poderino, Poderuccio, Poggiolo, Pomina, Ponte Bottega o di Strabatenza, Ponte del Faggio, Ponte delle Graticce, Ponte dell’Eremo Nuovo o della Chiesina, Ponte di Pietrapazza, Ricàvoli, Rignone, Rio d’Olmo o Ridolmo, Ripiano, Riparo del Trogo, S. Giavolo, Siepe dell’Orso, Susinello, Trogo.

Il vecchio tracciato di fondovalle della Mulattiera del Bidente iniziava al Ponte di Cà Morelli, sul ramo di Strabatenza, in prosecuzione del tracciato della Traversa di Romagna per Bagno, e correva spesso vicino al fiume, attraversandolo spesso come i suoi affluenti alla ricerca della situazione orografica più favorevole, quindi attrezzato con numerosi ponti, le cui vecchie strutture in diversi casi ancora sopravvivono o sono del tutto in uso. A Pian del Pontela Bottega, c.d. «[…] per l’appalto di generi vari e di monopolio che v’era.» (G. Marcuccini, 1992, p. 120, cit.), dove si trova un sistema di ponti antichi e moderni (Ponte del Faggio), si può collocare la cesura tra le valli di Strabatenza e Pietrapazza segnalata anche da due cippi che segnalano l’incrocio con il percorso di controcrinale Ridràcoli-S. Piero in Bagno superato il bivio della Colla del Vinco discendeva tramite la Mulattiera di Ridràcoli, in corrispondenza del Monte La Rocca probabilmente trovando l’antico Castello di Strabatenza. Qui iniziava il tratto intermedio Ponte Bottega-Pietrapazza della mulattiera di fondovalle; una colonnina ne indicava l’inizio e la deviazione relativa al tratto Rio Salso-S. Piero in Bagno; sulle pietre cantonali delle case si poteva trovare incisa la distanza in km intercorrente in direzione Pietrapazza (p.es.: a Cetoraia km 0,610 fino a Campo di Sopra e qui km 1,200 fino a Cà Micheloni). Il Ponte Bottega o di Strabatenza in pietrame ad arco a tutto sesto che, posto all’inizio della Mulattiera di Casanova, insieme alla Casina del Ponte che ne osserva il transito costituisce un interessante scorcio paesaggistico, si può considerare il primo sul ramo di Pietrapazza. Il Ponte al Mulino alle Cortine, in ferro ad una campata su pile in pietrame e tavolato ligneo (nel 2016 leggermente degradato) collegava  le due mulattiere citate all’altezza di Cetoraia. Sotto Cà di Pasquino un vecchio ponte in legno ad una campata su spalle in pietrame, eseguito secondo una tecnica costruttiva che doveva essere molto comune nell’area del Bidente (tra l’altro si trova codificata in una relazione di quell’epoca del comune di Bagno di Romagna), costituita da tre tronchi poggianti su pile laterali in pietrame a secco, tavolato protetto da un manto di pietrisco e parapetto in legno, attraversa ancora il fiume percorso dalla mulattiera per Cà dei Maestri/M. Roncacci ma è ormai (2016) pericolante e quasi intransitabile. Sul Fosso di Cà dei Maestri in prossimità della confluenza nel Bidente i resti di un ponticello mostrano ancora le modesta tecnica costruttiva delle passerelle costituite da una o due travi accostate senza parapetto su spalle in pietra. Incidendo pesantemente sull’orografia dei luoghi, alla mulattiera (brevi tratti si riescono ad individuare in prossimità degli insediamenti) negli anni 1965-70 si è sovrapposta quasi ovunque l’odierna strada forestale che raggiunge comodamente una Pietrapazza ormai disabitata. Da Ridràcoli partiva la citata Mulattiera Ridràcoli-Bagno, rimasta localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, come testimoniano i cippi stradali installati negli anni ’50 (pratica ripetuta all’inizio di molte mulattiere, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; alcune strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo), infatti mulattiera molto nota e riportata come tale anche nella cartografia moderna. Il tracciato, che collegava Pietrapazza attraverso il baricentro civile e religioso di Casanova dell’Alpe (crocevia di diversi itinerari), entrava nella valle al Paretaio non prima di aver sostato dinanzi alla Maestà di Valdora presso il poggio di Croce di Romiceto e passando sotto Siepe dell’Orso; poco dopo la confluenza del Fosso di Rio d’Olmo ancora attraversa il Bidente sul Ponte al cimitero di Pietrapazza (restaurato) in muratura di pietrame ad un’arcata circolare a tutto sesto pavimentato con pietra arenaria posta di taglio, costruito nel 1895 dai Milanesi, rinomati scalpellini di Cà di Pasquino di una localmente nota stirpe familiare di origine comacina, in luogo di una struttura in legno ormai pericolante e già a fine ‘700 ridotta a «[…] una trave d’abeto coi mantingoli […]» (S. Fabiani, G. Marcuccini, W. Rossi Vannini, 1987, p. 105, cit.). Presso Pietrapazza si trova (restaurato) il piccolo Ponte delle Graticce, alla confluenza dell’omonimo fosso nel Rio d’Olmo e prima che questo si immetta nel Bidente. Risalente al 1898 ed eseguito in pietrame presenta tipologia ad arco circolare leggermente ribassato con pavimentazione in pietra arenaria posta di taglio, prima della sua costruzione la mulattiera guadava il fosso poco più a monte inizialmente aggirando il versante sx. Il ponte costituiva snodo di transito per l’importante mulattiera Bagno/Pietrapazza/Ridràcoli che risaliva sostando davanti alla Maestà della Casaccia (ma da Rio d’Olmo è tuttavia ancora possibile ritrovarne lunghi tratti ormai abbandonati tra i tornanti dell’ampia strada forestale – v. scheda toponomastica Rio d’Olmo) fino a valicare la Colla di Càrpano, dove consentiva una sosta alle Case di Monte Càrpano (anticamente M. Carpi) presso una nota Osteria: «Monte Carpano […] era un notevole luogo di transito: non a caso alla fine dell’Ottocento v’era un’osteria frequentata da quel piccolo mondo di mestieri e traffici col Casentino (fattori, sensali, mercanti di bestiame) e, soprattutto, con la foresta della Lama e Camaldoli per il rifornimento di legname per madiai e bigonciai, di “cime” d’abete per i coronai.» (G. Marcuccini, 1992, pp. 119, 120 cit.). Qui incrociava uno dei rari percorsi di crinale verso la Romagna definiti cavalcabili che ancora si distacca da Cima del Termine, o Terminone o Poggio delle Rivolte di Bagno e che, a Prato ai Grilli/Paretaio fino al Càrpano oggi ritrova la citata rotabile del Nocicchio e che, sempre coincidendo con lo spartiacque geografico rispetto alla valle del Savio, prosegue verso i Monti Castelluccio e Piano. Un tracciato relativamente secondario se ne distacca attraversando il Rio d’Olmo su una passerella in legno e travatura in ferro (ormai precaria, 2016) che sostituisce un ponte con una struttura principalmente in pietra ed un tratto in legno ancora documentata negli scorsi anni ’80, risale sostando davanti alla Maestà del Raggio, che voltando le spalle a Pietrapazza consente di abbracciare entrambe in un unico sguardo, poi ridiscende al Bidente verso l’Eremo Nuovo superandolo sul Ponte della Chiesina, in legno ad una campata su pile in pietrame ed eseguito secondo la tecnica costruttiva sopra descritta, dopo il quale diviene ampia pista poderale. Oltrepassato l’Eremo Nuovo (oggi sostituito da una pista fino alla Bertesca e all’incrocio con la S.F. del Cancellino), mentre come sentiero 207 CAI si dirige verso l’omonimo Passo delle Bertesca ricongiungendosi con l’antica Via Maestra che vien dall’Eremo (di Camaldoli) per raggiungere il Passo della Crocina (anticamente Crocina di Bagno e Croce di Guagno, toponomastica che si ritrova in una mappa del 1637 allegata ad una relazione del 1710 del provveditore dell’Opera del Duomo di Firenze - riproduzioni della mappa si trovano in A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, in A. Bottacci, 2009, p. 31, cit.), una Via del Rovino di cui si trovano ancora ampie tracce costeggiava l’omonimo fosso in sx idrografica. Oggi riutilizzato da un interessante sentiero, un altro percorso (che collegava l’Eremo Nuovo con le Rivolte di Bagno valicando il crinale a Prato ai Grilli e discendendo a Campo del Rosso, nel catasto moderno corrispondente alla S. Vic.le Campo Rosso-Eremo Nuovo, oggi in parte Sent, 185 CAI) si distacca dalla Via del Rovino presso i ruderi del podere dell'Eremo Nuovo scendendo al fiume e superandolo tramite un ponte che, in rovina, pur mostrando la modesta tecnica costruttiva di una passerella costituita da tre travi accostate senza parapetto (ne resiste una) su robuste spalle in pietra piuttosto distanziate, certifica una certa importanza del tracciato non servito da un semplice guado. Tale ponte compare solamente nella cartografia storica I.G.M. del 1937 dove viene utilizzato il simbolo grafico detto “pedanca”, da cui si può derivare la denominazione Pedanca dell’Eremo Nuovo (similmente anche riguardo i ponti di Pietrapazza e quelli sul Rio d’Olmo e della Chiesina, quindi sostituiti nel corso del XX sec.).

In passato, fino a diversi decenni del XX secolo, l’ambiente montano veniva visto soprattutto nelle sue asperità e difficoltà ed avvertito come ostile non solo riguardo gli  aspetti climatici o l’instabilità dei suoli ma anche per le potenze maligne che si riteneva si nascondessero nei luoghi più reconditi. Dovendoci vivere si operava per la santificazione del territorio con atteggiamenti devozionali nell’utilizzo delle immagini sacre che oltre che espressioni di fiducia esprimevano anche un bisogno di protezione con una componente esorcizzante. Così lungo i percorsi sorgevano manufatti (variamente classificabili a seconda della tipologia costruttiva come pilastrini, edicole, tabernacoli, capitelli, cellette, maestà) costituiti da un pilastrino sormontato da un tabernacolo contenente un’immagine sacra la cui realizzazione, oltre che costituire punti di riferimento scandendo i tempi di percorrenza (p.es., recitando un numero prestabilito di “rosari”), rispondeva non solo all’esigenza di ricordare al passante la presenza protettiva e costante della divinità ma svolgeva anche una funzione apotropaica. Spesso recanti epigrafi con preghiere, sollecitazioni o riferimenti ad avvenimenti accaduti, oggi hanno un valore soprattutto legato al loro significato documentario. Le maestà presenti o di cui si ha notizia in quest’area sono: Maestà dei Pianacci (sopra Cà di Pasquino, scomparsa), Maestà del Felcitino o del colera, che ricorda dove si fermò l’epidemia del XVIII secolo, Maestà della Casaccia (sotto Ridolmo), Maestà Milanesi presso Cà di Pasquino, Maestà Beoni (pressi Cà di Michelone, scomparsa), Maestà del Raggio (tra Pietrapazza e Ciardella), Maestà del Trogo.

Nel contesto morfologico del Bidente, dove la valle si restringe e si appresta ad iniziare il suo tratto più angusto, di particolare interesse è un lembo di fondovalle che strapiomba sull’ultima ansa quasi circolare del Rio d’Olmo, dove si è appena aggiunto il Graticce, in un'area dove si manifesta la presenza del forte spessore dello Strato Contessa e che mostra profondi e contorti meandri dovuti all’azione erosiva esercitata dalle confluenze torrentizie concentrate in un’area limitata su stratificazioni marnoso-arenacee variamente giacenti: mentre l’irruenza fluviale viene deviata fino ad aggirare un “protettivo” poggetto sovrastante, su quel terrazzo morfologico si adagia Pietrapazza. Ancora possedimento dei nobili di Valbona nel 1353 che, come ultimo atto nel 1430, prima della loro scomparsa dalle vicende appenniniche, pretesero dai camaldolesi la restituzione di ogni beneficio loro concesso, e subentrati temporaneamente dal 1402 i Guidi di Battifolle, con il passaggio di tutte le selve alla Repubblica Fiorentina (che dal 1442 la attribuì al Capitanato della Val di Bagno) quindi all’Opera del Duomo di Firenze, Pietrapazza acquistò importanza a svantaggio dell’Eremo Nuovo a partire dal XVII secolo essendo più accessibile ed essendo dotata del maggior numero di poderi della zona, ma anche per il progressivo abbandono da parte dei camaldolesi. Sicuramente le vicende storiche e le questioni confinarie e gestionali forestali condizionarono, qui come nella selva del Castagno e nella selva di Casentino ovvero di Romagna che si chiama la selva di Strabatenzoli e Radiracoli, il reciproco operato e i rapporti tra i nuovi confinanti monastico-ecclesiali fino all’arrivo dei Lorena e poi dello Stato italiano. Per tutto il Settecento vi è attiva la Compagnia del SS. Sacramento e dal 1834 quella del Rosario. Solo nel 1841 viene predisposta una anagrafe parrocchiale a cura del parroco D. Paolo Rossi. Nel 1914 nella canonica vi abitavano il parroco D. Roberto Cenni e due suoi familiari e, dal 1921 fino ai primi anni ’60, vi fu trasferita la scuola sussidiata pluriclasse per il rifiuto del maestro di recarsi o di abitare presso la sede Cà dei Conti, probabilmente essendo ritenuto il luogo troppo disagevole. (AA.VV., 1989, p.7, cit.). Sostanzialmente le attività scolastiche e religiose cessarono negli stessi anni, comunque ad oggi (2016) fortunatamente gli edifici sono in buone condizioni e ancora saltuariamente utilizzati. L’insediamento è oggi composto dalla Chiesa di S. Eufemia alle Graticce detta di Pietrapazza e dalla Canonica, documentata già dal 1595, quando venne visitata dal vescovo di Sarsina; ulteriori notizie si susseguono dal 1625 in base alle visite pastorali, quando si apprende tra l’altro che la chiesa antica dispone di almeno due altari che si fronteggiano, di cui uno non in regola pertanto da demolire, mentre non dispone di immagini sacre. Dalla visita del 1688 si apprende che la chiesa dispone di un altare maggiore e che su un muro di sostegno posto sul retro o sotto la stessa chiesa esisteva un’apertura di accesso all’Oratorio dei Mangarini, poi Gabutti, ormai in rovina pertanto da ricostruire. Dalle visite del 1691 e del 1704 si apprende che l’altare laterale, di patronato della famiglia Mencarini, prima è dedicato a S. Elisabetta poi all’Annunciazione e che il tetto in lastre di pietra ha bisogno di continua manutenzione. Interessante è il rapporto della visita del 1705 che riferisce di una chiesa «[…] posta in una valletta stretta da altissimi e asprissimi monti, lambita o meglio corrosa dai fiumi e dai rivi discendenti dalla sommità delle alpi […] sita in esigua valle sopra un poggio circondato da ogni parte da rupi ed erte.» (E. Agnoletti, 1996, p.89, cit.), inoltre piccola e dimessa, esistente da 15 anni e frutto di una ricostruzione essendo stata distrutta la precedente da un’alluvione insieme alla casa parrocchiale, ora sostituita da una piccolissima stanza presso la chiesa. «La primitiva chiesa sorgeva sulla collinetta sovrastante. Angusta e pericolante non era capace d’accogliere tutto il popolo che v’accorreva ad ogni festività.» (G. Marcuccini, 1992, p. 120, cit.). Esistono due altari, il maggiore ed uno laterale nuovamente dedicato a S. Elisabetta. A quell’epoca a Pietrapazza vivevano 31 famiglie e 214 persone. Nel 1720 viene precisato che l’altare maggiore è dedicato alla Madonna e a S. Eufemia e che l’altro era detto Altare dell’Annunciazione ed era dedicato alla Visitazione di Maria e a S. Antonio da Padova, di patronato della famiglia Milanesi. Ora esisteva una nuova canonica, della quale non si precisa la collocazione, costruita dalla popolazione, allora 232 persone, composta da una sala, due camerette, la cucina, la cantina ed altre comodità. Nel 1761 viene descritta una chiesa lunga con ingresso sul lato destro, l’altare maggiore dedicato dalla Madonna del Rosario, battistero all’angolo sx e sacrestia decorosa sul lato sx. Sotto il pavimento vi erano sepolture recenti che dovevano essere spostate nel sagrato per ragioni igieniche. Dalle visite pastorali si apprende che a breve distanza dalla chiesa di Pietrapazza (“15 passi”) e vicino ma separato dalla nuova casa parrocchiale costruita nel 1720 (“lontano un tiro di pietra”) esisteva un Oratorio del SS. Sacramento, che veniva utilizzato quando la neve e il ghiaccio impedivano di raggiungere la chiesa: la distanza era comunque tale da consentire lo svolgimento di periodiche processioni. Dotato di un solo altare, è stato visitato l’ultima volta nel 1776; con la soppressione dell’Abbazia di S. Ellero, nel 1785, perse di interesse e non se ne sa più nulla; le suddette descrizioni portano ad ipotizzare che sia questo oratorio che la nuova canonica si trovassero sul luogo dell’insediamento odierno. Le visite successive non registrano niente di particolare fino alla notte di Natale del 1930 «[…] quando la gente, con le fiaccole in mano, attende l’arrivo del nuovo parroco […] in chiesa , angusta e dal soffitto talmente basso, da dover tagliare i ceri dell’altare se non si voleva che appiccassero il fuoco alle travature. E ivi si pigiarono 150 persone. Don Domenico capì subito che doveva costruire una nuova chiesa, in posizione migliore. […]» (E. Agnoletti, 1996, p.193, cit.). Ormai danneggiata e fatiscente a causa del forte terremoto del 1918 (che distrusse S. Sofia e non solo), ma ancora utilizzata, venne demolita solo verso la fine del 1937 e quattro mesi dopo, per Natale, il nuovo edificio, progettato da Italo Spighi e con il fattivo contributo della popolazione e dei già citati scalpellini della famiglia Milanesi, era già ultimato «[…] a poche decine di metri dalla vecchia ma in posizione più comoda, accanto alla scuola.» (AA.VV., 1989, p.46, cit.). Nell’anno seguente venne completata con campana e arredi sacri donati dalla popolazione (nella campana sono incisi i nomi delle 18 famiglie donatrici) e consacrata a luglio. Rispetto al Catasto toscano del 1826-34, dove il toponimo Pietra Pazza compare accanto ad un nucleo composto da vari fabbricati di diverse dimensioni, vi sono notevoli difformità rispetto alla situazione odierna. Il semplice capanno della vecchia chiesa, come era chiamato l’edificio posto in cima alla collinetta adiacente sopra il cimitero, di cui negli scorsi anni ’80 ancora rimanevano scarsissimi resti oggi, 2016, scomparsi e/o ricoperti dalla vegetazione e che si intravede in una foto del 1938 (v. AA.VV., 1989, copertina e p.2, cit.), già pare totalmente difforme rispetto alla complessa planimetria antica. In una foto riguardante la costruzione della nuova chiesa (1937) risalente a quell’anno (v. AA.VV., 1989, p.47, cit.) si intravede anche un fabbricato posto ad Est della canonica, si legge scomparso per una frana evidentemente dopo il 1937, che era abitato dai cinque componenti della famiglia Pertutti, tutti braccianti e dove, nel 1915, venne aperta ad opera di Felice l’Osteria Pertutti (frequentata dagli operai diretti alla Lama ed in concorrenza all’Osteria della Vittoria, gestita nella zona già dal 1890 da Angelo Donati). Questo fabbricato pare riconoscibile nel catasto antico, accompagnato da un probabile annesso, ma oltre ad esso compare un ulteriore fabbricato che come detto, considerata la descrizione delle visite pastorali, potrebbe essere attribuito all’Oratorio del SS. Sacramento. Riassumendo si può ipotizzare vi fossero la canonica nuova, casa Pertutti e l’oratorio, rimanendo incerta la loro precisa collocazione (v. successive mappe). Della frazione fa parte anche il Cimitero, di pregio storico-architettonico, non riportato nel Catasto toscano del 1826 in quanto realizzato a seguito delle riforme napoleoniche, già recuperato nel 1989 dalla Cooperativa culturale “Re Medello” nell’ambito dell’iniziativa Le tracce del silenzio, che dal 1988 tendeva a sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo il grave abbandono dei nuclei rurali e di tutti quei segni lasciati dall’uomo sul territorio nel corso dei secoli, ed ulteriormente restaurato nell’ambito del “Piano di Azione Ambientale per un futuro sostenibile 2008/10” da Regione Emilia-Romagna, Provincia FC e Parco Nazionale Foreste Casentinesi (come da targhetta ivi applicata). Non lontano dal cimitero si trova il Mulino di Pietrapazza, situato in sx idrografica del Bidente poco oltre il lato Ovest del ponte. Il fabbricato che, a differenza del cimitero e del ponte (sia qui sia nella cartografia storica I.G.M. del 1937 la mulattiera discende infatti verso l’ansa fluviale ma mai compare alcuna struttura di attraversamento, forse all’epoca ormai ridotto a semplice guado), è presente nel Catasto Toscano del 1826, ritenuto di pregio storico-architettonico, proprietà ex A.R.F., è noto anche come Molino Milanesi, infatti nel 1920 il proprietario Maurizio Milanesi risulta assoggettato al pagamento di tasse dovute da una legge del 1877; nel 1914 risulta abitato dalla famiglia Mengoni ed abbandonato prima della 2^ guerra mondiale.

N.B.:

- Informazioni preziose riguardo luoghi e fabbricati si hanno grazie ai rapporti delle visite pastorali o apostoliche. La visita, che veniva effettuata dal vescovo o suo rappresentante, era una prassi della Chiesa antica e medievale riportata in auge dal Concilio di Trento che ne stabilì la cadenza annuale o biennale, che tuttavia fu raramente rispettata. La definizione di apostolica può essere impropria in quanto derivante dalla peculiarità di sede papale della diocesi di Roma, alla cui organizzazione era predisposta una specifica Congregazione della visita apostolica. Scopo della visita pastorale è quello di ispezione e di rilievo di eventuali abusi. I verbali delle visite, cui era chiamata a partecipare anche la popolazione e che avvenivano secondo specifiche modalità di preparazione e svolgimento che prevedevano l'esame dei luoghi sacri, degli oggetti e degli arredi destinati al culto (vasi, arredi, reliquie, altari), sono conservati negli archivi diocesani; da essi derivano documentate informazioni spesso fondamentali per conoscere l’esistenza nell’antichità degli edifici sacri, per assegnare una datazione certa alle diverse fasi delle loro strutture oltre che per averne una descrizione a volte abbastanza accurata.

- «La parola bidente, due denti, sta ad indicare lo strumento agricolo a forma di zappa con due denti; ma anche l’animale, di solito pecora, che è alla seconda dentizione, cioè di due anni: generalmente esso veniva ucciso nei sacrifici più comuni dei romani (latino, bidens, bidentis). L’attribuzione di questo termine all’alto corso del fiume risulta però problematica. Alle ipotesi più conosciute si può, con più attendibilità, aggiungere quella che vede la parola bidente derivare dalla caduta della vocale iniziale di obbediente, come risulta chiaramente dai documenti relativi alla Romagna Toscana dei secoli XVI-XVII, dove l’alto corso del fiume viene detto per l’appunto “Obbediente”.» (AA. VV., 1984, pp. 27, 28, cit.).   Ma è «Seducente riportare gli idronomi Bedesis, Bidens […] Bedes ad alterazione dell’età volg. di una radice celtica, bedo/bede/bidi = canale, biàlera dei mulini […]» (A. Polloni, 1966-2004, p. 42, cit.).

- Pietrapazza: «1595 – Mons. Peruzzi l’8 agosto […] andò alla chiesa di S. Eufemia delle Graticce, detta di Prete pazzo (Pietrapazza).» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 299, cit.).«La muntâgna la è bëla da vdē. […] La montagna è bella solo a vedersi, detta un proverbio romagnolo […], mentre è brutta per chi la vive e chi la pratica, testimoniano tanti toponimi peggiorativi […] Brutta perché è povera […] Tanto povera da tenere lontani perfino i ministri della Chiesa, come narra la storia del toponimo Pietrapazza […] derivato da Prete Pazzo […]» (E. Casali, 2001, p. 405, cit.). Ma anche «[…] come l’ital. strapazzo e pazzo < [= deriva da, ndr] lat. patiens, (anche, sterile, aspra non buona).» (A. Polloni, 1966-2004, p. 235, cit.).

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Percorso/distanze :

Se Pietrapazza è facilmente raggiungibile dalla S.F. Poggio alla Lastra-Pietrapazza, sterrata transitabile di circa 10 km, per inoltrarsi all’interno è però interessante raggiungere la valle anche tramite la sentieristica crinalizia attraversando i valichi montani e ricalcando tragitti di antica percorrenza. Il cimitero, il ponte ed il mulino si trovano ad ovest della chiesa percorsi 150-200 m del Sent. 221 CAI.

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001a – 001b - Schema del Sistema orografico delle Valli del Bidente, racchiuso tra due lunghi contrafforti principali e suddiviso da brevi contrafforti secondari (segnalati da asterisco giallo). Nel secondo schema, un’ottimale rappresentazione da cartografia del 1850.

 

001c – Schema delle cinque Valli del Bidente; in evidenza la delimitazione dei crinali ed il reticolo idrografico.

 

001d – Schema identificativo toponomastico essenziale del reticolo idrografico e degli insediamenti della Valle del Bidente di Pietrapazza.

 

001e – Mappa schematica insediativa dedotta da cartografia storica riproducente l’infrastrutturazione viaria della Valle del Bidente a Nord di Pietrapazza ancora costituita sostanzialmente dal tracciato delle antiche mulattiere.

002a –Dalla Burraia, tra la fitta sequenza di crinali anche in occasione delle brume mattutine si possono riconoscere quelli noti; in particolare davanti allo sky-line dei Monti Còmero e Fumaiolo si individua bene il caratteristico profilo dei Monti “gemelli” Castelluccio e Càrpano, sul contrafforte che delimita la valle ad Est (22/12/11).

 

002b – Dal Monte Piano mentre in lontananza si ha una delle più ampie viste possibili dell’intero spartiacque appenninico, in particolare si fronteggia la sequenza di due dorsali che delimitano la Valle di Pietrapazza: in 2° p. il contrafforte che si stacca da Poggio allo Spillo e in 1° p. il crinale che si distacca dal Monte Castelluccio (1/01/12).

 

002c – 002d – 002e – Dal Crinale delle Palestre (v, scheda toponomastica Palestre - oronimo antico da riprendere che compare in una mappa del 1637 e nelle carte conservate presso l’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze) che staccandosi dal contrafforte principale tra Cima del Termine e il Poggiaccio si proietta nella Valle di Pietrapazza, si ha la vista più frontale e ravvicinata della testata della valle, con le emergenze di Monte Cucco e Poggio Rovino (12/07/16).

 

002f – 002g – 002h – 002i – Dal belvedere del Monte Càrpano il panorama, che abbraccia gran parte dello spartiacque appenninico mentre scompare verso SE, esalta la centralità del complesso morfologico di Cima del Termine anche nel dividere i due differenti complessi vallivi del Savio e del Bidente tramite il contrafforte principale che vi si distacca proiettandosi verso l’osservatore (3/10/11 - 27/11/11 – 1/01/12).

 

003a – 003b – 003c – 003d - Dal Poggiaccio si ha una vista laterale della testata della valle, in particolare sulla sequenza Monte Cucco-Poggio Rovino-Passo della Crocina-Poggio allo Spillo, e una vista più frontale del contrafforte secondario da Poggio allo Spillo fino ai Monti La Rocca e Marino. Anche dalla Colla dei Ripiani alle pendici del Monte Castelluccio, si ha una similare vista frontale ma alla scenografia si aggiungono (in 1° p.) la dorsale del Monte Càrpano con l’incisione del Fosso del Lastricheto e il profilo lontano della Giogana. Da una quota più elevata sul Castelluccio spicca l’incisione del Lastricheto fin quasi il suo termine (3/10/11 – 18/10/11 – 1/01/12).

 

003e – 003f – 003g - Dal Monte Piano e dalla sella del contrafforte alla testata del Rio Salso si nota l’ultimo tratto della dorsale che congiunge il Monte Castelluccio al Monte Casaccia (al centro delle foto) e poi digrada verso il fondovalle del Bidente, così costituendo elemento geomorfologico che consente di collocare una separazione tra le valli di Pietrapazza e di Strabatenza. Il fabbricato è Valcitura (1/01/12).

 

004a – 004b – 004c – Dal tratto del contrafforte secondario compreso tra la sella del Paretaio e Monte Moricciona si distaccano diverse dorsali proiettate verso il fondovalle e convergenti verso il suo sbocco: ponendosi sul contrafforte stesso, presso Casanova dell’Alpe o percorrendo la Mulattiera di Casanova il panorama offre allo sguardo, oltre l’incisione dei Fossi del Trogo, Fiurle e Palaino suoi affluenti, l’intero sviluppo della dorsale che si dirama presso il Paretaio alle spalle di Siepe dell’Orso e che presenta al suo centro il Monte Roncacci (non particolarmente emergente, nella 1^ foto si può individuare al centro in allineamento prospettico con il M. Carpano), mentre dalla mulattiera se ne vede la parte terminale. Spostandosi su detto crinale del Roncacci, oltre l’incisione dei Fossi dei Poderini e del Vallone, si vede il rigoglioso versante settentrionale di quella dorsale proiettata su Pietrapazza che sull’altro lato ospita, tra vaste aree denudate ed erose (le “biancane”), gli insediamenti di Abetaccia, Rignone e Casetta. Nel fondovalle si scorge il tratto della rotabile dopo Cà di Pasquino su cui incombe la dorsale del Monte Càrpano (27/06/12 – 5/10/16 - 12/10/16).

 

004d – Tra la fitta vegetazione arborea di Cima del Termine si apre uno scorcio sulla Valle di Pietrapazza ed oltre, coronata dalla parte terminale del contrafforte secondario con i Monti Marino e Pezzoli fino a Poggio Busca, che precede e nasconde il Carnovaletto. In 1° p. sulla dx tra i rami si scorge uno dei liscioni nudi del Monte Càrpano che guida lo sguardo sul sito di Pietrapazza; più oltre l’effetto prospettico deforma il crinale con i Monti Casaccia e Riccio che delimita lo sbocco della valle a Pian del Ponte (al centro della foto) (3/10/11).

 

004e – Un altro scorcio verso Nord si apre tra la vegetazione della citata dorsale delle Palestre che consente di notare la sezione a “V” della Valle del Bidente poco oltre Pietrapazza con gli insediamenti di Cà dei Conti e Cà di Pasquino (1/09/16).

 

004f – 004g – Dal versante sx del fondovalle, prima di oltrepassare il Bidente sul Ponte Bottega e giungere a Pian del Ponte, si transita dal Molino delle Cortine e dai prati-pascoli di Pomina fronteggiando l’opposto crinale con il Monte Casaccia che consente di localizzare una cesura con la valle di Strabatenza (12/10/16).

 

005a – 005b – 005c – 005d - Il moderno Ponte del Faggio, fitonimo dovuto alla singolare presenza per il luogo di un esemplare arboreo di quella specie, è da considerare l’ultimo della Valle del Bidente di Strabatenza, mentre presso il Ponte Bottega, sorvegliato dalla Casina del Ponte, per essere all’incrocio con la Mulattiera di Ridràcoli (ancora) sussistono due cippi stradali con le antiche denominazioni Mulattiera del Bidente e Mulattiera di Casanova (12/10/16).

 

005e – 005f – 005g – 005h – L’unico tratto ben conservato della Mulattiera del Bidente si trova presso Cetoraio, forse perché adiacente ad un edificio ancora utilizzato ed ottimamente restaurato che ancora conserva la distanza km 0,610 fino a Campo di Sopra, ma se si cerca la sua prosecuzione nell’altra direzione si rimane presto delusi (29/10/16).

 

006 – Presso Campo di Sopra la muraglia di un terrazzamento ancora resiste all’abbandono segnalando il tracciato della mulattiera (29/10/16).

 

007a – 007b – Da Frassine verso Pietrapazza la boscaglia non ha ricoperto del tutto l’antica sede viaria ma è scomparsa qualsiasi traccia di innesto sulla rotabile (4/11/16).

 

008a – 008b – 008c – 008d – La Mulattiera del Bidente, proseguendo verso Pietrapazza, si inerpicava a mezzacosta per risalire una affilata cresta sul cui bordo sorse Cà di Michelone, che veniva aggirata dalla via; per quanto ben disegnato nella cartografia moderna, mentre parte del tracciato è ancora conservato l’innesto sulla rotabile va cercato con attenzione (Coordinate WGS84: 43° 51’ 14” N / 11° 53’ 59” E) (4/11/16).

 

008e – 008f – La Maestà del Felcitino o del colera, che ricorda dove si fermò l’epidemia del XVIII secolo, forse ancora nel sito di origine presso il Bidente (Coordinate WGS84: 43° 50’ 56” N / 11° 53’ 51” E) si riesce a trovare subito sotto la rotabile grazie a un piccolo segnale (Coordinate WGS84: 43° 50’ 55” N / 11° 53’ 52” E). Posta sotto Cà di Pasquino lungo la rotabile, anche la Maestà Milanesi dovrebbe trovarsi nel sito originario considerato che qui vi è sostanziale corrispondenza con l’antica mulattiera (12/08/16).

 

008g/008m – Il ponte sul Bidente sotto Cà di Pasquino, pur essendo completamente abbandonato e pericolante, mostra ancora le codificate caratteristiche costruttive di un struttura in legno su spalle in pietra poggianti su un tratto dell’alveo particolarmente idoneo (12/08/16 – 5/10/16).

 

008n – 008o – 008p – 008q - Il ponte sotto Cà di Pasquino recava alla mulattiera per Cà dei Maestri e il Monte Roncacci, che superava il Fosso di Cà dei Maestri su un ponticello costituito da una sola trave senza parapetto poggiata su spalle in pietra, praticamente un passaggio per equilibristi da utilizzare in caso di piena che, pur “piegata e spezzata”, ancora si trova in loco ormai rientrando tra i tanti “reperti archeologici” dell’area destinati alla consunzione, come il tratto superiore della stessa mulattiera di cui all’ultima foto (5/10/16 – 4/11/16).

 

009a – 009b – 009c – 009d – Sprofondato nel fondovalle, l’insediamento di Pietrapazza del XX secolo evidenzia comunque una posizione baricentrica nell’assetto geomorfologico circostante (18/10/11 – 17/09/12 – 12/07/16).

 

010a – L’approssimarsi alla meta giungendo a Pietrapazza, tramite la Mulattiera di Pietrapazza da Casanova dell’Alpe via Paretaio, solo dai primi decenni del secolo scorso rassicurava il viandante grazie all’emergenza della Chiesa di S. Eufemia (18/10/11).

 

010b/010o – La Chiesa di S. Eufemia alle Graticce detta di Pietrapazza e la Canonica sono gli unici edifici rimasti in quanto conservati e saltuariamente utilizzati; la fine opera di uno scalpellino artista probabilmente è stata rimossa (18/10/11 - 9/05/13 –12/07/16 - 12/08/16 - 26/08/16).

 

010p – 010q – 010r - Tra gli edifici scomparsi rientra il c.d. “capanno della vecchia Chiesa”, che si trovava in cima al poggetto adiacente quella nuova e che si raggiungeva tramite una rampa costruita integrando l’inclinazione naturale della stratificazione arenacea emergente con un bordo in grossi blocchi lapidei ed una massicciata di riempimento, elementi questi asportati dal dilavamento o volontariamente. Il capanno è documentato con la citata didascalia grazie ad una foto del 1938 (v. AA.VV., 1989, copertina e p.2, cit.) dove si intravede in alto con la nuova chiesa in primo piano, da cui il particolare neografico. Sul luogo della vecchia chiesa è documentata anche la presenza di un Oratorio dei Mangarini, poi Gabutti.

 

010s – 010t - Un altro edificio scomparso (si legge in seguito ad una frana) è documentato in un’altra foto del 1937 (da cui il particolare neografico) con la didascalia “osteria di Felice Pertutti” (v. AA.VV., 1989, p. 47, cit.) ricavata nel fabbricato posto oltre la canonica ed abitato dalla famiglia dell’oste. Osservando l’originale di tale ripresa fotografica si comprende che è stata effettuata dall’ampia rampa che saliva alla vecchia chiesa ancora integra, infatti si vede bene in 1° p. sulla dx il suo bordo in grossi blocchi lapidei e sulla sx la lastra di roccia inclinata; la rampa si interrompe con uno sbalzo davanti allo scavo della nuova chiesa, che già presenta le mura di fondazione, oltre cui si ergono i fabbricati riportati anche nella neografia. Dal confronto tra la planimetria catastale del 1826-34, la situazione odierna e la foto originale pare di poter individuare gli edifici del catasto antico come dal successivo schema di mappa.

 

011a/011m – Il cimitero, che non compare nella mappa antica in quanto conseguente alle riforme sanitarie napoleoniche, è stato ottimamente restaurato nel 2012-13; le foto sono sia precedenti sia successive al restauro (18/10/11 - 9/05/13 – 9/05/16)

 

012a/012p – Le lapidi antiche sono state restaurate e/o ricollocate nell’ambito del restauro del cimitero (9/05/13).

 

013a/013e – Il piazzale con il sagrato antistante il nucleo di Pietrapazza si affaccia sull’ansa quasi circolare del Rio d’Olmo, dove si è appena aggiunto il Graticce, che mostra profondi e contorti meandri dovuti all’azione erosiva esercitata dalle confluenze torrentizie concentrate in un’area limitata su stratificazioni marnoso-arenacee di varia giacenza (18/10/11 - 12/08/16).

 

014a/014l – Poco oltre dette tortuose anse il Rio d’Olmo confluisce nel Bidente che brevemente assume un andamento più rettilineo in uno scenario comunque suggestivo per le corrugazioni stratiformi del largo alveo cui contribuisce la presenza del ponte in pietra di fine ‘800 (18/10/11 - 9/05/13).

 

015a – Accanto al ponte la vegetazione cerca di occultare la presenza dei resti del Mulino Milanesi (17/02/16).

 

016a – 016b – 016c – Sul lato opposto rispetto a Pietrapazza un altro suggestivo ma più piccolo ponte della stessa epoca supera il Fosso delle Graticce poco prima della confluenza nel Rio d’Olmo. Due foto sono di poco successive al restauro (03/10/12 – 12/07/16).

 

017a – 017b – 017c – Risalendo il Bidente, all’altezza di Campo alla Sega l’alveo assume una caratteristica sezione che pare lo scafo di un’imbarcazione, infatti detto “a battello”; le altre foto riguardano successivi tratti verso Pietrapazza (1/09/16).

 

017d/017g – L’alveo del Fosso di Rio d’Olmo a monte del Ponte delle Graticce mostra stratificazioni più sottili e frammentate; nei pressi è superato da una passerella in legno e travatura in ferro (ormai precaria, 2016) che sostituisce un ponte con una struttura che appare principalmente in pietra ed un tratto in legno ancora documentata negli scorsi anni ’80, come da neografia pittorica (3/10/12 – 12/7/16).

 

017h/017n – Il ponte sul Rio d’Olmo permette di collegare Pietrapazza con la Ciardella e l’Eremo Nuovo tramite una mulattiera realizzata sfruttando le stratificazioni di un’affilata cresta, dove si può sostare dinanzi alla Maestà del Raggio, che voltando le spalle a Pietrapazza come in un selfie consente di abbracciare entrambe in un unico sguardo (18/10/11 - 12/08/16).

 

017o/017r – Nel fondovalle prima dell’Eremo Nuovo il Bidente viene superato dal Ponte della Chiesina, in legno ad una campata su pile in pietrame ed eseguito secondo la consolidata tecnica costruttiva (3/10/12).

 

018a/018e – Dal sito dell’Eremo Nuovo, ovvio baricentro e crocevia dell’area, mentre una pista risale verso la Bertesca si notano i ruderi del primitivo Eremo/Poderuccio dinanzi i quali passa l’antico tracciato che scendeva al fiume, dove si trovano notevoli resti del ponte c.d. Pedanca dell’Eremo Nuovo, per risalire verso le Rivolte di Bagno e proseguire transitando da Campo del Rosso. Dal Crinale delle Palestre si domina la valle mentre il Bidente si insinua verso le imponenti vette del Monte Cucco e di Poggio Rovino indicando la direzione per giungere al ponte c.d. Pedanca dell’Eremo Nuovo tramite la deviazione che discende verso il fiume transitando davanti ai ruderi del primitivo Eremo, oggi più noti come Poderuccio. Lo schema di mappa dedotto da cartografia del 1937 evidenzia le emergenze dell’area (24/08/11 - 3/10/12 – 1/09/16 - 12/07/16).

 

018f/018m – Un’evidente traccia in pochi minuti scende verso il Bidente ma non è il caso di attraversarlo sulla c.d. Pedanca dell’Eremo Nuovo, infatti delle tre travi affiancate che probabilmente lo componevano apparentemente ne resiste ancora una, mentre non mostrano particolare usura le forti spalle in pietra. Volendo proseguire verso Prato ai Grilli, al guado si può trovare forte afflusso idrico (19/02/17).

 

018n – 018o – 018p – A monte del ponte il Bidente ha un naturale spazio dove allargarsi in caso di piena (cassa di espansione !!!), apparendo più quieto (19/02/17).

 

019a/019g - Oltre l’Eremo Nuovo un antico percorso detto Via di Rovino risaliva fondovalle (pare di scorgerne evidenti tracce - foto c) verso lo spartiacque appenninico in adiacenza all’omonimo fosso (foto b), proseguendo si trova il Fosso delle Ranocchie con in 1° p. il Bidente (foto d-e) poi si vede lo stesso Bidente proseguire il corso verso la sua origine mentre si accentua il dislivello rispetto al Fosso dei Segoni (foto f-g) (19/02/17).

019h/019p – Un altro antico percorso dall’Eremo (v. pista della foto 018a) si dirigeva verso il Passo della Crocina (già Crocina di Bagno o Croce di Guagno) ricongiungendosi con la Via Maestra che vien dall’Eremo attraverso il crinale della Bertesca: tale toponomastica (v. anche foto 019a/019g) si ritrova nei documenti conservati nell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze e in una mappa del 1637 (v. particolari a-h) allegata ad una relazione del 1710 del provveditore dell’Opera (riproduzioni integrali della mappa si trovano in A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, in A. Bottacci, 2009, p. 31, cit.).

 

020a/020g – La Mulattiera di Casanova ancora ha un capo presso il già visto Ponte Bottega, come indicato da cippo stradale, supera il Fosso di Palaino con un ponticello e transita da Pomina, Cà di Pomo e il Molino delle Cortine (dove eventualmente un altro ponte in origine dalla stessa consolidata tecnica costruttiva integrata da travi in ferro consente di ritornare sull’altro versante), quindi decisamente risale tagliando stratificazioni in forte erosione che pregiudicano il transito, sosta davanti alla Maestà del Trogo, per giungere a Casanova dove un altro cippo stradale avvisa dell’altro capo (12/10/16 – 27/09/16 - 29/10/16)

 

020h/020p – A Casanova dell’Alpe si trova anche un capo della Mulattiera di Pietrapazza, come indicato da un altro cippo stradale; sul cantone facciale della chiesa si legge inoltre l’incisione km 12 … (,358) relativa alla distanza da Bagno di Romagna. Il tracciato, oggi modificato dalla moderna rotabile, correva sul crinale verso Croce di Romiceto prima del quale la traccia residua sosta dinanzi alla Maestà di Valdora. Alla sella del Paretaio, anch’essa profondamente scavata da un tratto di rotabile, decisamente la mulattiera ritrova il vecchio tracciato entrando nella Valle di Pietrapazza e toccando Siepe dell’Orso, Abetaccia, Rignone, Casetta e giungendo a Pietrapazza, come già visto nella foto 10a, dove i due ponti sul Bidente e sul Fosso delle Graticce, di cui alle foto delle serie 14 e 16, consentono di risalire sul versante opposto, sostando dinanzi alla Maestà della Casaccia per interrompersi poco dopo Rio d’Olmo (quello più antico) da cui si inerpicava puntando verso la vetta del Càrpano fino a quota 975 m dove guadava il Fosso della Capra voltando verso SE fino alla Colla di Càrpano e, raggiunto il cippo stradale che segnala l’altro capo, ridiscendeva verso Bagno (27/11/11 – 19/07/16 - 12/08/16).

 

020r – 020s - Schemi neografici di mappa generali e particolareggiati, derivanti dal confronto tra cartografia storica e moderna, relativi al tratto della suddetta mulattiera nell’area di Rio d’Olmo e contenenti i principali elementi insediativi ed ambientali; nel caratteristico allineamento di case coloniche esistenti nel XIX sec. compare, ultimo nella sequenza, il fabbricato di Casina, ignoto ai più e di cui non si trovano ulteriori notizie salvo la testimonianza del Catasto Toscano del 1834.

021a/021f – Il tratto del contrafforte principale fino al Monte Piano visto da varie angolazioni. Di seguito: il Monte Càrpano visto dalla sua Colla, i Monti Castelluccio e Piano visti dal Monte Penna come emergono oltre il crinale della Bertesca; i Monti Càrpano, Castelluccio e Piano prospetticamente sovrapposti con la dorsale fino al Monte Cocleto in un difficoltoso scorcio visuale tra gli alberi di Cima del Termine, così come il successivo particolare del liscione nudo del Càrpano; dalla vetta del Castelluccio scorcio del suo liscione nudo; infine dai pressi del bivio tra la S.F. del Cancellino con la rotabile per la Bertesca scorcio delle dorsali di Càrpano e Castelluccio con i liscioni nudi di cui alle precedenti foto (7/02/11 – 3/10/11 - 27/11/11 – 17/09/12).

 

021g/021m – Dal tratto più elevato del contrafforte principale si staccano due imponenti dorsali che attraversano la valle piegandosi a convergere verso Pietrapazza, una dal Càrpano e una da Cima del Termine, che dividono i corsi del Bidente e del Rio d’Olmo, così come si vedono dalla Mulattiera di Pietrapazza presso Rignone. La dorsale che si stacca tra Cima del Termine e il Poggiaccio si può identificare come il Crinale delle Palestre, ri-utilizzando il toponimo ottocentesco che ben descrive le sue caratteristiche geo-morfologiche (v. precedente nota alla foto 002c); la vista della 021h è dalla rotabile Nocicchio-Pietrapazza (9/05/13 – 12/07/16).

 

021n – 021o – 021p – Dal Crinale delle Palestre e dal Poggiaccio, scorci sulla parte più elevata della Valle del Bidente dall’Eremo Nuovo a Poggio Rovino attraversata dalle antiche Via del Rovino e Via Maestra che vien dall’Eremo di cui alle precedenti 19f-19g (9/05/13 – 12/07/16 – 12/08/16).

 

021q – 021r – I daini sono rimasti gli unici frequentatori dei prati della Bertesca (17/09/12).

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