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Campo alla Sega

Tipo : fabbricato non pių esistente
Altezza mt. : 640
Coordinate WGS84: 43 51' 9" N , 11 49' 8" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (9/11/17 – Agg. 8/11/19 )

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose strutturate a pettine, proiettate verso l’area padana secondo linee continuate e parallele che si prolungano fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km: dorsali denominate contrafforti, terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme di tali rilievi: «[…] il crinale appenninico […] della Romagna ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 9, cit.). L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, ad Est, da Cima del Termine; in quell’ambito si staccano due contrafforti secondari e vari crinali e controcrinali minori delimitanti le singole vallecole del bacino idrografico.

In particolare, la Valle del Fiume Bidente di Ridràcoli riguarda quel ramo intermedio del Bidente delimitato, ad Ovest, dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che si distacca da Poggio Scali e che subito precipita ripidissimo disegnando la sella di Pian del Pero, serpeggiante evidenzia una sequenza di rilievi (i Poggi della Serra e Capannina, l’Altopiano di S.Paolo in Alpe, Poggio Squilla, Ronco dei Preti e Poggio Collina, per terminare con Poggio Castellina) fino a digradare presso il ponte sul Fiume Bidente di Corniolo a monte di Isola, costretto dalla confluenza del Fiume Bidente di Ridràcoli. Ad Est la valle è delimitata dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che si diparte da Poggio allo Spillo (collegando Poggio della Bertesca, Croce di Romiceto, i Monti Moricciona, La Rocca, Marino, Pezzoli e Carnovaletto) per concludersi con il promontorio della Rondinaia digradando a valle di Isola costretto dalla confluenza del Fiume Bidentino o Torrente Bidente di Fiumicino nel Fiume Bidente. La Rondinaia è nota per il castello con la sua torre «[…] baluardo di antica potenza, elevato fin dai tempi romani alla difesa contro le orde barbariche che dal nord d’Europa scendevano a depredare le belle contrade d’Italia.» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 274).

Il bacino idrografico, di ampiezza molto superiore rispetto alle valli collaterali e che vede il lago occupare una posizione baricentrica con l’asta principale fluvio/lacustre f.so Lama/invaso/fiume posizionata su un asse mediano Nord-Sud, mostra una morfologia molto differenziata rispetto al suo baricentro. L’area sorgentifera, con la realizzazione dell’invaso artificiale, si differenzia tra quella che lo alimenta e quella a valle della diga che alimenta direttamente il fiume. A monte l’area imbrifera si amplia estendendosi da Poggio Scali fino al Passo della Crocina mostrando, specie nella parte a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico (la c.d. bastionata di Campigna-Mandrioli), fortissime pendenze modellate dall’erosione e dal distacco dello spessore detritico superficiale con conseguente crollo dei banchi arenacei, lacerazione della copertura forestale e formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante (Frana Vecchia, 1950, e Frana Nuova, 1983-1993, sempre attiva, di Sasso Fratino). Il tratto di contrafforte che, come detto, si stacca da Poggio Scali, trova una serie di picchi tra cui emerge subito Poggio della Serra, quindi il Monte Grosso e l’Altopiano di S. Paolo in Alpe, in corrispondenza del quale comincia un’ampia rotazione, che volge al termine dopo aver superato Ronco dei Preti, quando precede una netta controcurva così riprendendo l’orientamento principale verso il suo termine. Detti rilievi costituiscono nodo montano da cui si diramano ulteriori dorsali di vario sviluppo e consistenza geomorfologica che delimitano il sistema vallivo del versante orientale del bacino idrografico di Ridràcoli. I bracci lacustri di cui si compone il lago sono il Fosso del Molinuzzo, il Fosso di Campo alla Sega, il Fosso degli Altari e il Fosso della Lama, provenienti direttamente o indirettamente dalla bastionata, infine il Fosso del Molino, che raccoglie il reticolo idrografico generato dal contrafforte distaccatosi da Poggio allo Spillo. L’invaso occupa l’antico primo tratto del Fiume Bidente di Ridràcoli compreso tra le sue origini, determinate dalla confluenza dei Fossi della Lama e del Molino, e le confluenze, rispettivamente in sx e dx idrografica, dei Fossi del Molinuzzo e dei Tagli, tra le quali si situa la diga. Il versante del lago in dx idrografica è costituito dalle ripide pendici del Monte Cerviaia, con la sua appendice del Monte Palestrina. Secondo la morfologia pre-lacustre, gli innumerevoli sproni del versante occidentale del Cerviaia, alternativamente contrapposti alle lunghe ed imponenti dorsali provenienti direttamente dallo spartiacque appenninico, determinarono quella che era la profonda e sinuosissima gola del primo tratto del Bidente, come si può notare dalla cartografia storica.

Come accennato, da Poggio Scali si stacca la caratteristica sella “a corda molle” di Pian del Pero che costituisce il primo tratto del contrafforte secondario fino allo snodo di Poggio della Serra. Da questo poggio si dirama un’affilata dorsale secondaria, con preciso orientamento O/E fino al poggio di Campominacci, dividente l’ampio e assolato bacino del Fosso del Ciriegiolone da quello profondo e ristretto del Fosso delle Macine, che poi diviene di Campo alla Sega una volta raccolti i contributi giungenti dall’alto versante appenninico. Dal poggio che domina Campominacci la dorsale si biforca, sia con declinazione N/E verso Poggio della Gallona sia mantenendo l’orientamento più orientale, così delimitando il bacino dell’affluente in sx idrografica Fosso dei Botriali già delle Palate.

Per la precisione, il Fosso delle Macine (anticamente detto della Macine o della Macinaalla Macina così certificando la  presenza di un tale impianto) ha origine da Poggio della Serra e costituisce il tratto montano del Fosso di Campo alla Sega, già del Campo alla Sega o di Campo Minacci, che ha esatta origine dalla confluenza del suo tratto montano con il Fosso di Sasso Fratino (a volte detto Fosso delle Macine) con la sua ramificazione generata da quell’anfiteatro tra cui il Fosso dell’Acqua Fredda o dell’Asticciola. «I torrenti principali che attraversano la Riserva sono (da Ovest a Est): Sottobacino Bidente di Ridracoli – Fosso delle Macine, che costituisce la porzione alta del F.di Campo alla Sega […] Fosso di Sasso Fratino, affluente di destra del F. d. Macine – Fosso di Campo alla Sega, derivato dalla confluenza del F. d. Macine e del F. d. Sasso Fratino […]» (A. Bottacci, 2009, p. 23, cit.). Provenienti dalla Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, altri affluenti sono il Fosso dei Praticini o dei Fraticini posto prima della confluenza del Fosso di Sasso Fratino e il Fosso dei Preti, delimitato in dx idrografica dalla Costa di Poggio Piano, braccio orientale dello specifico anfiteatro di Sasso Fratino che, distaccatasi dallo spartiacque appenninico ed in continuità con la dorsale della Seghettina, chiude a SE il bacino idrografico. Mentre il Fosso dei Botriali confluisce nel Fosso di Campo alla Sega sul limite del suo braccio lacustre, gli altri affluenti in sx idrografica, ovvero il Fosso della Busca, già della Basca, e il Fosso dell’Asino, ormai si gettano direttamente nel lago. La dorsale della Seghettina separa la valle del Fosso di Campo alla Sega da quella del Fosso degli Altari.

Se l’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio, in epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovano collocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale; gli insediamenti di derivazione poderale sono invece ancora raggiunti da una fitta e mai modificata ramificazione di percorsi, mulattiere, semplici sentieri (anche rimasti localmente in uso fin’oltre metà del XX secolo, come p.es. testimoniano i cippi stradali installati negli anni ’50 all’inizio di molte mulattiere, così classificandole e specificandone l’uso escluso ai veicoli; alcune strade forestali verranno realizzate solo un ventennio dopo). Diversamente dalle zone collaterali, non si riscontrano nelle valli bidentine fabbricati anteriori al Quattrocento che non fossero in origine rocche, castelli o chiese, riutilizzati a scopo abitativo o rustico, o reimpieganti i materiali derivanti da quelli ed evidenzianti i superstiti conci decorati. Nell’architettura rurale persistono inoltre caratteri di derivazione toscana derivanti da abili artigiani. L’integrità tipologica dei fabbricati è stata peraltro compromessa dai frequenti terremoti che hanno sconvolto l’area fino al primo ventennio del XX secolo, ma anche dalle demolizioni volontarie o dal dissesto del territorio, così che se è più facile trovare fronti di camini decorati col giglio fiorentino o stemmi nobiliari e stipiti o architravi reimpiegati e riferibili al Cinque-Seicento, difficilmente sussistono edifici rurali anteriori al Seicento, mentre sono relativamente conservati i robusti ruderi delle principali rocche riferibili al Due-Trecento, con murature a sacco saldamente cementate, come quella di Corniolino. Gli edifici religiosi, infine, se assoggettati a restauri o totale ricostruzione eseguiti anche fino alla metà e oltre del XX secolo, hanno subito trasformazioni principalmente riferibili alla tradizione romanica o ad improbabili richiami neogotici.

La minore acclività di tratti del versante sx del sistema vallivo dei Fossi delle Macine e di Campo alla Sega, al contrario di quella della Riserva, ha consentito il diffondersi di insediamenti ed appoderamenti dediti al pascolo e al taglio del bosco, infatti il ricorrente toponimo ricorda la principale attività svolta nell’area dai secoli addietro fino alla prima metà del XX … «Ivi il Padre Apennino non corruso ma verde, mostravasi aperto e vestito con alberi sul fianco, appiè del quale una cascata di acque da sega in sega e tra i massi rompendosi lieve lieve come velo copriva un ponticello …» (P. Ferroni, Autobiografia, 1825, in: G.L. Corradi, O. Bandini, “Per quanto la veduta consenta di spaziare”. Scelta di testi dal XIV al XIX secolo, in: G.L. Corradi, O. Bandini, 1992, p.78, cit.). Gli insediamenti superstiti sono alcuni fabbricati del nucleo de La Seghettina e, fino a pochi decenni addietro, Campominacci, già Campo Minacci, Campo di Minaccio e Campo Ominacci, che giunse ad essere recuperato ed indicato come rifugio nella prima cartografia del Parco delle Foreste Casentinesi, oggi ormai abbandonato al destino di rudere, come peraltro l’Ammannatoia, già Mannatoia o Manatoia o Menatoja ed i Botriali, già Butriali. Di Pratovecchio  e Poggio a Pratovecchio (posti sul crinale di Poggio della Gallona ma il primo appartenente al sistema vallivo del Fosso del Molinuzzo) e di Campo alla Sega rimangono poche pietre. Resti poco consistenti di vari capanni si trovano sia sul crinale a monte dell’origine del Fosso delle Macine, l’ex rifugio di Pian del Pero, sia presso il suo corso (uno a metà circa di probabile uso forestale, uno verso il termine, forse l’antica macina, peraltro posta in un sito ancora oggi noto come Macine) e di quello del Fosso di Campo alla Sega e tra Campominacci e Campo alla Sega.

Tali luoghi si sono trovati in qualche modo coinvolti dalla storia nell’evoluzione del ciclo delle acque di Ridràcoli, note e sfruttate fin dall’antichità in tutta la Romagna. Lo stesso toponimo deriverebbe dal latino Rivus Oracolum o Oraculorum per la probabile presenza presso il torrente di un piccolo tempio pagano con sibilla oracolante, ipotesi comunque verosimile e conforme alla leggenda della Sibilla appenninica delle vicine montagne marchigiane. Già nel II secolo d.C. le problematiche legate al reperimento delle risorse idriche e soprattutto alle necessità di Ravenna e del porto di Classe portarono l’Impero Romano alla realizzazione di un imponente acquedotto che sfruttava il flumen aqueductus Bidente; tracce di esso si trovano negli scritti antichi ed essenzialmente nella toponomastica locale. Dopo un lunghissimo interregno, negli anni ’30 del XX secolo le esigenze della civiltà moderna portano ad effettuare i primi studi per localizzare una diga nell’Alto Appennino forlivese e, nei primi anni ‘60, al fine di fornire risorse idriche sufficienti alle aree di Forlì e Ravenna e alla fascia costiera romagnola, viene individuata l’area a monte di Ridràcoli come idonea per l’imbrigliamento delle acque dell’alto corso del Bidente (oltre ad altre risorse idriche tramite condotte sotterranee), con conseguente realizzazione dell’opera tra il 1975 e il 1982. Oggi, come probabilmente il lago artificiale ha alterato il microclima dell’anfiteatro della Lama, portando variazioni nell’assetto vegetazionale con un diverso equilibrio a vantaggio delle specie oceaniche (faggio) in confronto a quelle continentali, così l’ambiente circostante è stato modificato da viabilità ed opere connesse alla diga e diversi edifici, acquisiti dalla Romagna Acque-Società delle Fonti S.p.A., hanno subito modifiche e/o riutilizzi a fini turistici.

È così scomparso quasi l’intero tracciato della mulattiera comunale e sono scomparsi ponti e guadi che attraversavano il Fiume Obbediente (come era anticamente classificato), come il Ponte alla Forca e il Ponte a Ripicchione, quest’ultimo comparente in una mappa del 1637 e citato nel Contratto livellario del 1840 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli relativo ad uno dei poderi scomparsi: «N. 8 - Podere di Lagacciolo […] Terreni. Un solo tenimento di terra tutta giacente in poggio ed in una pendice scoscesa  inclinata sul torrente Bidente rivolta al sud est intersecata da più e diversi fossi e borri […] ed è riconosciuto per i vocaboli: Lagacciolo, Ponte Ripicchione, la Ripa dei Corvi, i Bruciati, i Ronchi Vecchi, Balzoni, Poggio della Gallona ed il Prato dei Ciliegi.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 518, 519, cit.). Il Ponte a Ripicchione era posto subito a valle della confluenza del Fossato del Ciregiolo (oggi Fosso del Molinuzzo) nel fiume, quindi proprio nel luogo dove oggi sorge la diga ma probabilmente nel XIX sec. ne rimaneva solo il toponimo, infatti non compare nella cartografia dell’epoca, a differenza del Ponte alla Forca, posto subito a monte della confluenza del Fosso di Campo alla Sega. Ancora negli ultimi anni prima dell’innalzamento delle acque dell’invaso in quei luoghi esistevano due stradelli, uno seguiva il corso del Bidente attraversandolo ben 33 volte, ma era praticabile solo in caso di scarsità idrica, l’altro era la mulattiera comunale, larga e ben massicciata, che si distaccava dalla Mulattiera di Ridràcoli, già Strada che dal Castello di Ridracoli conduce alla Chiesa della Casanova, come dall’ottocentesco Catasto Toscano. Scavalcato con un ponte in legno il Fosso dei Tagli passava sotto un arco del mulino omonimo quindi ne costeggiava il bottaccio. Giunta all’altezza del Fosso del Molinuzzo«In quel punto il fiume era particolarmente ricco d’acque e per raggiungere la riva opposta i ridracolini avevano studiato un particolare marchingegno che chiamavano “la teleferica”. Salivano infatti su di un carrello portante, una specie di rudimentale funicolare composta da due fili d’acciaio […]. Situata qualche metro sopra il livello dell’acqua non era poi troppo scomoda e neanche troppo pericolosa. Vi si saliva in tre o quattro persone per volta ed era necessaria per recarsi alle Celluzze ed alle altre case poste oltre il fiume […] sul suo percorso incontrava un’altra fonte detta “dei bisernini” […]. Dal Logacciolo la mulattiera ricominciava a salire abbastanza rapidamente. Incontrava una piccola croce in ferro battuto […]. Oltrepassate le Case di Sopra, un breve tratto  in discesa permetteva di raggiungere la riva del Bidente che veniva attraversato grazie ad un ponticello in legno. Oltre il ponte la mulattiera correva pianeggiante verso le case della Forca, quindi incontrava un nuovo ponte, quello della Seghettina, in pietra con tre travi di ferro portanti, che permetteva nuovamente l’attraversamento del Bidente.» (C. Bignami, 1995, pp. 91-94, cit.). Superato il Ponte alla Forca, o della Seghettina, si imboccava l’importante Strada che dalla Seghettina va a Stia. Presso la Seghettina vi era un bivio per cui il tracciato di crinale sulla Costa di Poggio Piano proseguiva con la Strada del Crine del Poggio fino al Passo Sodo alle Calle o La Scossa, mentre la Strada che dalla Seghettina va a Stia prima discendeva verso il Fosso degli Altari e il Fosso delle Segarine, seguendo il loro corso, poi riguadagnava il crinale che permetteva di aggirare l’area sorgentifera del Fosso degli Acuti per dirigersi verso lo spartiacque, sia in direzione del Passo Sodo alle Calle (tramite la Strada delle Pulci, così soprannominata dagli addetti al traino del legname che le subivano durante il lungo tragitto in salita se cedevano alle fatiche, a causa dell’insalubrità di un luogo allora pascolivo), sia in direzione del passo del Gioghetto. Ulteriore viabilità storica, che nelle mappe si nota attraversare aree prive di insediamenti, vede una Strada che da Campo Ominacci va a Stia e una Via delle Mandriole. Mentre i tracciati di tale viabilità sono spesso ben riconoscibili, mantenendo anche tratti dei loro selciati, sono del tutto sommersi dall’invaso sia il sito de La Forca che il Ponte alla Forca.

Dell’insediamento di Campo alla Sega come detto rimane scarso pietrame mostrante il caratteristico ordine del collassamento perimetrale delle strutture di fabbrica (non essendo scomparso per frana o per demolizione con rimozione), in un paesaggio di notevole interesse ambientale, caratterizzato dalla prevalenza di formazioni boschive a faggeta con ridotte macchie di conifere, profondamente mutato rispetto alle spoliazioni effettuate nel passato, anche se è documentata l’esistenza di coltivi comunque necessari per la sopravvivenza quotidiana … «Tutta questa tenuta  […] è composta dai seguenti terreni cioè […] 18° Podere detto dell’Ammannatoia, nel popolo di Ridracoli in detta comune […]. Questo podere è composto dei seguenti terreni cioè […] III° una casetta denominata Campo alla Sega addetta al nominato podere composta di quattro stanze da cielo a terra. Questa fabbrica merita di essere resarcita […]. Annessi a questa casetta vi sono i seguenti terreni cioè: I° un tenimento di terre lavorative, sodive, prative, mozziconate, pomate, abetate, franate, sassose, ripate e balzate, di staia 140 coi vocaboli di Felceto, Campo alla Sega, su per la Bertesca, Casaccia e Poggiolo di Garbino, salvo se altri vocaboli.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 472-473, cit.). Tale descrizione del podere si trova nel Contratto livellario stipulato nel 1818 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli, infatti il luogo rientrava tra i beni posseduti dall’Opera del Duomo di Firenze in Romagna che già dalla fine del 1510, avendo preso possesso delle selve “di Casentino e di Romagna” e costatato che, sia nei vari appezzamenti di terra lavorativa distribuiti in vari luoghi e dati in affitto o enfiteusi sia altrove, si manifestavano numerosi disboscamenti e roncamenti non autorizzati, desiderando evitare nuovi insediamenti, intervenne decidendo di congelare e confinare gli interventi fatti, stabilendo di espropriare e incorporare ogni opera e costruzione eseguita e concedere solo affitti quinquennali. I nuovi confinamenti vennero raccolti nel “Libro dei livelli e regognizioni livellarie in effetti” che, dal 1545 al 1626 così costituisce l’elenco più completo ed antico disponibile. Da un accurato elenco relativo al 1637 così si hanno le prime informazioni sul luogo e gli affittuari: «1637 – Nota dei capi dei beni che l’opera è solita tenete al livellati in Romagna e Casentino e sono notati col medesimo ordine col quale fu di essi fatta menzione nella visita generale che ne fu fatta l’anno 1631: […] Tutti li beni infrascritti da n. 24 a n. 40 inclusine, sono in Romagna nel Capitanato di Bagno, nel Comune di Ridracoli, nel Popolo di San Martino a Ridracoli: […] 25) Campo alla Sega, podere tenuto da redi di ser Carlo di Iacopo Fei […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 410, cit.). L’insediamento, in affitto agli eredi di Ser Carlo di Jacopo Fei, non si deve confondere (come da parte di alcuni autori) con il quasi omonimo Campo della Sega, “nel popolo di Pietrapazza”, ricadente tra i beni appartenenti all’unico grandissimo appoderamento dell’Eremo Nuovo fino alla sua cessazione operativa a seguito dell’abbandono da parte dei Monaci di Camaldoli, nel 1511, quando venne frammentato in unità poderali. Senza farsi trarre in inganno dal “vocabolo” la Bertesca, si può consultare la Pianta Geometrica della Regia Foresta Casentinese del 1850 (conservata presso il Nàrodni Archiv Praha) dove compare il fabbricato non distante dal Fosso del Campo alla Sega e lungo l’antica via che, correndo a mezzacosta, collegava l’Ammannatoia con Campominacci (con diramazione da un lato verso Botriali e dall’altro verso la Seghettina previo attraversamento del fosso sul luogo dell’odierno Ponte alla Macchia), della quale solo un breve tratto presso la confluenza del fosso nel Lago di Ridràcoli appare corrispondere con l’odierna rotabile verso l’Ammannatoia. In quell’epoca tale viabilità, di cui rimangono consistenti resti, appare di classificazione pari, se non superiore, rispetto a  quella del Catasto Toscano antecedente di due decenni che collegava Santa Sofia con la Via di Scali tra S. Paolo in Alpe e la Giogana (giungendo da Ridràcoli, il Ponte alla Forca e l’Ammannatoia oltrepassava la valle del Ciriegiolone dopo aver valicato il crinale della Gallona poco più sopra dei Botriali). Se gli altri tracciati sono ridotti al rango di sentiero, la cresta incisa dalla S.F. Lama-S. Paolo in Alpe all’inizio del XX sec. non risulta interessata da alcun tipo di percorso, probabilmente per l’impraticabilità del versante orientale di Poggio della Serra precedentemente al suo taglio.

Nei dintorni di Campo alla Sega si trovano scarsi resti di altre costruzioni, in particolare a circa 100 m Est accanto alla sede viaria si trova del pietrame, mentre a circa 200 m NO si trovano i ruderi di un piccolo capanno, per le ridotte dimensioni probabilmente un ricovero (WGS84  43° 51’ 13” N / 11° 49’ 2” E).

Per approfondimenti ambientali e storici si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Ridràcoli e/o relative ad acque, rilievi e insediamenti citati.

N.B.: - Il toponimo forca, dal latino classico furca, ae = forca, strada a bivio e forcelle montana (A. Polloni) era probabilmente dovuto o alla viabilità che, oltre il ponte omonimo, si biforcava con detto tracciato di crinale e con uno di fondovalle che poi risaliva verso l’Ammannatoia ed oltre, oppure alla biforcazione fluviale con il Fosso di Campo alla Sega.

- La sega ad acqua venne inventata da Villard de Honnecourt nel sec. XIII e Leonardo da Vinci ne studiò il funzionamento nel 1480. A metà del ‘400 in Casentino sono documentate una sega ad acqua a Camaldoli (i monaci sono stati sempre all’avanguardia nella lavorazione del legno) e due artigiani specializzati a Papiano (M. Massaini, 2015, cit.) mentre, sul versante romagnolo «All’interno della foresta si costruirono direttamente e per concessione a terzi, nel corso del ‘500 e del ‘600, alcune seghe idrauliche per la lavorazione del legname sul posto e la sua preparazione al trasporto (sega del fosso del Bidente, sega del Ridracoli, dell’Asticciuola, del Ricopri). Tali seghe lavoravano al limite della legalità e, nonostante una rigida legislazione e una serie di regolamenti e di divieti per impedire tagli abusivi, per tutta l’età moderna hanno favorito la spogliazione della foresta da parte delle popolazioni confinanti.» (N. Graziani, 2001, p. 149, cit.). In particolare nel ‘6-‘700 l’Opera del Duomo di Firenze puntò al depezzamento del legname in dimensioni di più agevole trasporto con la costruzione di numerose seghe ad acqua in foresta, che però si ridussero ad una tra ‘700 e ‘800 a seguito del progressivo e totale disimpegno della stessa Opera, in attesa dei miglioramenti introdotti dal Siemoni.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

A. Bottacci, La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, 1959-2009, 50 anni di conservazione della biodiversità, Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Pratovecchio, 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

D. Mambrini, Galeata nella storia e nell’arte, Tipografia Stefano Vestrucci e Figlio, Bagno di Romagna, 1935 – XIII;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, AGC Edizioni, Pratovecchio Stia 2015;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Olschki, Firenze 1966, rist. 2004;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Bagno di Romagna, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2008;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba

Campo alla Sega si raggiunge utilizzando la viabilità antica da Campominacci (km 1, circa) o dalla rotabile dell’Ammannatoia (300 m) risalendo brevemente il versante (WGS84  43° 51’ 10” N / 11° 49’ 23” E), in entrambi i casi con qualche difficoltà per trovare i primi tratti, da un lato causa i vari smottamenti e dilavamenti intercorsi nel tempo, dall’altro lato per le modifiche apportate dal nuovo tracciato stradale. Il versante è inoltre attraversato da numerosi sentieri che possono deviare, comunque con buon senso dell’orientamento e perseveranza si può ritrovare l’intero tracciato viario. La CTR regionale riporta inoltre il tracciato di un sentiero che risale da detta rotabile dell’Ammannatoia (WGS84  43° 51’ 5” N / 11° 49’ 13” E) che in 200 m giunge direttamente a Campo alla Sega con un dislivello di circa 40 m, ritrovando prima l’antica via poi, sulla sx, i resti del fabbricato. La cartografia escursionistica non riporta alcunché, salvo la sentieristica Botriali-Seghettina-Ammannatoia.

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001a – 001b – 001c – L’ampia vista panoramica dal Monte Penna consente di contestualizzare la dorsale che ospita Campominacci e Campo alla Sega nell’alta Valle del Bidente di Ridràcoli. Mentre la vestizione arborea invernale consente anche di individuare il fabbricato Campominacci circondato dalla sempreverde abetina, il sito di Campo della Sega, individuabile grazie al confronto degli affioramenti rocciosi con le viste satellitari, rimane subito sotto il filo di cresta della dorsale della Seghettina (7/02/11 – 17/10/13 - 13/01/16).

 

001d/001h – Se dal sito di Palestrina si fronteggia il versante della parte centrale dello spartiacque appenninico che ospita la Riserva di Sasso Fratino e la dorsale che si distacca da Poggio della Serra si nota appena sulla dx, portandosi sotto Pratalino, sul sentiero 235 CAI tra il Monte Cerviaia e il Monte Palestrina (che si nota in 1° p. sulla sx), la stessa dorsale appare nell’intero sviluppo insieme alla profonda incisone del Fosso delle Macine, che poi diviene di Campo alla Sega, fosso che si riesce a seguire fino al tratto ormai parte dell’invaso lacustre, come si nota dalle sponde prive di vegetazione. Si riesce ad individuare anche l’Ammannatoia (16/10/16).

 

001i – 001l – Dalla dorsale che dalla Costa Poggio Piano prosegue verso la Seghettina, sviluppandosi parallela alla dorsale di Poggio della Gallona, si può avere una vista frontale, ravvicinata e quasi in asse della ramificazione delle valli dei Fossi delle Macine/Campo alla Sega e dei Botriali. La conformazione di affioramenti rocciosi confrontati con le viste satellitari consentono di localizzare il sito di Campo alla Sega (v. puntinato), mentre più in alto è facile distinguere l’abetina di Campominacci (17/11/11).

 

001m – Dal Belvedere Bocab sulla S.F. Lama-S. Paolo in Alpe, vista opposta alle precedenti della valle del Fosso delle Macine/Campo della Sega (5/05/17).

 

001n – Schema da cartografia moderna della vallata dei Fossi delle Macine e di Campo alla Sega e loro affluenti, con gli insediamenti esistenti o scomparsi in evidenza.

001o – Ricostruzione su base cartografica moderna dei tratti rintracciabili dell’antica via lungo la quale sorgeva Campo alla Sega, con indicazione di resti e ruderi di fabbricati individuati nell’area, esattamente posizionati in base a coordinate GPS. L’intera area è attraversata da numerose mulattiere e sentieri, peraltro ignoti alla cartografia tecnica.

 

001p – 001q - Mappa schematica dedotta da cartografia storica di inizio XX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti, oltre che la superficie del futuro invaso, con particolare evidenziante il sito del Ponte alla Forca. La toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale.

001r – 001s - Mappe schematiche dedotte da cartografia storica di inizio e di metà del XIX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti; la seconda riporta anche il toponimo del fabbricato di Campo alla Sega, comparente anonimo nella prima. La toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale.

 

001t - Particolare della mappa del 1637 della ramificazione del Fosso di Campo alla Sega, anonima salvo i tratti montani dei Fossi della Motta e dell’Asticciola e di un Fondo alla Macine; compaiono Campo Minacci, Butriali, Mannatoia, Poggio Pratovecchio e Seghettina, oltre il Ponte a Ripicchione, posto subito a valle della confluenza del Fossato del Ciregiolo (oggi Fosso del Molinuzzo) nel fiume, quindi proprio nel luogo dove oggi sorge la diga (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, A. Bottacci, 2009, p. 31, cit.).

002a/002h – Una fitta ed esile faggeta, impiantata sull’antico prato-pascolo di Campo alla Sega, circonda ma non occulta l’ammasso del pietrame strutturale del fabbricato, omaggiato da una fioritura di Senecio ovatus, Senecio ovato, Senecione di Fuchs (5/05/17).

 

002i/002v – Nell’ammasso di pietrame, mostrante il caratteristico ordine del crollo perimetrale delle strutture di fabbrica (non essendo scomparso per frana o per demolizione con rimozione), pochissimi conci conservano un assetto ordinato (5/05/17).

 

003a – 003b – Ad un centinaio di metri, lungo la via, altro pietrame pare riferibile ad una piccola costruzione piuttosto che a inutili murature di sostegno (5/05/17).

 

003c – 003d – 003e – A monte di Campo alla Sega si trovano i ruderi di un piccolo capanno, per le ridotte dimensioni probabilmente un ricovero (WGS84  43° 51’ 13” N / 11° 49’ 2” E) (5/05/17).

003f/003p – Dalla via principale si staccava una diramazione per la Seghettina, ancora oggi sentiero escursionistico che attraversa il Fosso di Campo alla Sega con il Ponte alla Macchia, in legno su spalle in pietra la cui tessitura evidenzia un rifacimento moderno, immerso in un ambiente suggestivo e rigoglioso, favorevole allo sviluppo del Petasites hybridus, Farfaraccio maggiore (5/05/17).

 

004a/004m – Da Campominacci, tracce di sentiero, mantenendo inizialmente una quota più elevata con tratti che attraversano aree in erosione e profondi fossatelli, aiutano a ritrovare il tratto evidente dell’antica via per Campo alla Sega-Ammannatoia, poco prima transitando su un ampio (e scivoloso) liscione nudo (al cui margine vegeta una fitta e giovane cerreta) che consente una suggestiva vista panoramica sul fronteggiante versante dello spartiacque occupato dalla Riserva e dal sito specifico di Sasso Fratino, dove si apre la c.d. Frana Nuova (5/05/17).

 

005a/005g – Sempre da Campominacci, altre tracce di sentiero scendono di quota trovando subito un abbeveratoio ed attraversando aree dilavate o in dissesto e fossatelli, fino a ritrovare il tratto evidente dell’antica via per Campo alla Sega alla disotto del liscione nudo di cui alle precedenti foto (5/05/17).

 

006a/006p – Al disotto del liscione nudo di cui alle precedenti foto (collocato in cresta, non è da escludere che venisse utilizzato per il transito) inizia il tratto evidente di circa 600 m dell’antica via fino a Campo alla Sega (WGS84  43° 51’ 10” N / 11° 48’ 50” E) che non si perde nonostante fossattelli e dissesti vari (5/05/17).

 

007a/007d – Superati i resti del fabbricato il tracciato viario prosegue per altri 300 m circa, ma tende a perdersi nell’avvicinarsi alla rotabile dell’Ammannatoia, mentre si ritrova il sentiero che risale verso i Botriali (5/05/17).

 

007e – 007f – 007g – Sulla scarpata di detta rotabile è segnato l’innesto del sentiero per i Botriali (WGS84  43° 51’ 11” N / 11° 49’ 28” E), mentre poco più a valle è localizzabile il sito di transito della viabilità antica, da qui sostituita dal nuovo tracciato. Un ulteriore traccia si nota poco dopo, ma non risulta corrispondere all’antico sviluppo principale (5/05/17).

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