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La Giogana

Tipo : bosco/area naturale
Altezza mt. : 1520
Coordinate WGS84: 43 50' 41" N , 11 47' 18" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Coordinate          WGS84 

Poggio Scali                                          43° 50’ 41” N / 11°47’ 18” E    

estremo OVEST (Pian delle Fontanelle) 43° 53’ 7” N / 11° 42’ 30” E

estremo EST     (Cima del Termine)        43° 48’ 36” N / 11° 54’ 45” E

Altitudine compresa tra m 1173 (Passo dei Lupatti) e m 1574 (Sodo dei Conti) s.l.m.; Poggio Scali 1520 m.

NOTIZIE        

Testo di Bruno Roba (Luglio 2017. Agg. 11/03/20).

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose, strutturate a pettine, denominate dorsali o contrafforti, mentre le loro zone più elevate sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme del rilievo. L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, dal gruppo del M. Falterona e, ad Est, da Cima del Termine. Lo spartiacque compreso tra tali vette corre su altitudini tra le più elevate dell’Appennino forlivese, minime poco inferiori ai m. 1300 e massime fino ai m. 1500-1650, con abbassamenti in corrispondenza dei valichi e rialzamenti in coincidenza con i nodi montani da cui si distaccano contrafforti e dorsali, (questo aspetto si ripete con notevole parallelismo in tutti i contrafforti ed è significante tettonicamente, ovvero nella disposizione delle rocce e loro modalità di corrugamento e assestamento). Gli alti bacini idrografici bidentini racchiusi tra tali diramazioni montuose mostrano inoltre una morfologia nettamente differenziata dovuta alla diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo, con i versanti meno acclivi (stratigraficamente disposti a “franapoggio”, parallelamente al pendio) rivestiti da boschi compatti, prati-pascoli e coltivi abbandonati mentre quelli più acclivi (strati immersi a “reggipoggio”, perpendicolarmente al pendio) spesso denudati ed evidenzianti la stratigrafia o rivestiti da bosco rado o rimboschimenti, fino al versante a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico dove conseguono fortissime pendenze modellate dall’erosione con formazione di canaloni fortemente accidentati, con distacco detritico e lacerazioni della copertura forestale. A tale asprezza morfologica si contrappone il potente risalto di ampi tratti della giogana appenninica, caratterizzati dalla generale morbidità dei crinali dovuta alla lentezza dell’alterazione delle grandiose banconate arenacee, la cui superficie coincide, appunto, con quella della stratificazione.

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio: «[…] in antico i movimenti delle popolazioni non avvenivano “lungo le valli dei fiumi, […] bensì lungo i crinali, e […] una unità territoriale non poteva essere una valle (se non nelle Alpi) bensì un sistema montuoso o collinare. […] erano unità territoriali il Pratomagno da un lato e l’Appennino dall’altro. È del tutto probabile che in epoca pre-etrusca esistessero due popolazioni diverse, una sul Pratomagno e i suoi contrafforti e un’altra sull’Appennino e i suoi contrafforti, e che queste si confrontassero sulle sponde opposte dell’Arno […].» (G. Caselli, 2009, p. 50, cit.). Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. Nell’eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestano una frequentazione a scopo di caccia o conflitti tra popolazioni di agricoltori già insediati (tra cui Campigna, con ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca, Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con ritrovamenti di sepolture). In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur permanendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate ma p. es., nel Settecento, chi voleva salire l’Appennino da S. Sofia, giunto a Isola su un’arteria selciata larga sui 2 m trovava tre rami, per il Corniolo, per Ridràcoli e per S. Paolo in Alpe che venivano così descritti: «[…] è una strada molto frequentata ma in pessimo grado di modo che non vi si passa senza grave pericolo di precipizio […] larga a luoghi che in modo che appena vi può passare un pedone […] composto di viottolo appena praticabili […] largo in modo che appena si può passarvi […].» (Archivio di Stato di Firenze, Capitani di Parte Guelfa, in: L. Rombai, M. Sorelli, 1997, p. 82, cit.); oppure «[…] a fine Settecento […] risalivano […] i contrafforti montuosi verso la Toscana ardue mulattiere, tutte equivalenti in un sistema viario non gerarchizzato e di semplice, sia pur malagevole, attraversamento.» (M. Sorelli, L. Rombai, 1992, p. 32, cit.). Così, se al diffondersi dell’appoderamento si accompagna un fitto reticolo di mulattiere di servizio locale, per la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche occorrerà attendere tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX. Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.).

Percorrendo oggi gli antichi itinerari, gli insediamenti di interesse storico-architettonico o di pregio storico-culturale e testimoniale, esistenti, abbandonati o scomparsi (quindi i loro siti) che si trovano collocati lungo i crinali insediativi sono prevalentemente di carattere religioso o difensivo o sono piccoli centri posti all’incrocio di percorsi di collegamento trasversale. Lungo lo spartiacque geografico corre un tracciato viario che non solo fu il principale percorso di crinale del territorio romagnolo ma, considerato nell’intero sviluppo fino a Poggio Tre Vescovi, fu anche il più naturale collegamento di tutta la penisola. In corrispondenza delle maggiori asperità si allontana dallo spartiacque posizionandosi su uno dei due versanti, più spesso quello toscano esposto più favorevolmente a Sud, ma sostanzialmente si sposta per ragioni orografiche. Il tratto compreso tra i due contrafforti principali è noto come la Giogana, in passato Via Sopra la Giogana o semplicemente Giogo o gran giogo: «Indi la valle, come ‘l dì fu spento,/da Pratomagno al gran giogo coperse/di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento» (Purgatorio, V, 116). Più recentemente venne descritto il «[…] giogo di Camaldoli, al di là del quale cessa la Comunità di Pratovecchio e sottentra dirimpetto a grecale quella transappenninica di Premilcore.» (E. Repetti, Dizionario geografico fisico e storico della Toscana, 1881-1883). Strada vicinale della Giogana è la denominazione catastale che ancora conserva, con l’aggiunta o della Bordonaia o dei Legni per i tratti a ciò specificamente dedicati sui rispettivi versanti. Sicuramente frequentata già in era paleolitica e dai primi gruppi preitalici durante le loro migrazioni, in epoca romana, pur avendo perso la viabilità di crinale una funzione portante, era percorsa o attraversata anche da vie militari attestato da reperti. Il tracciato è rimasto in funzione fino alla prima metà del secolo scorso come importante via di comunicazione su grandi distanze ma, in considerazione anche dell’elevata altitudine e della scarsità di sorgenti, non ha mai registrato la presenza di insediamenti, salvo alcuni più recenti e specializzati con finalità turistiche. Già da epoche storiche boscaioli che trasportavano legname a dorso di mulo o conduttori di grossi traini di legname vi transitavano per raggiungere i passi montani; fino al XIX secolo fu inoltre interessato dalla transumanza, pratica talmente diffusa da dover essere regolamentata da parte delle amministrazioni demaniali, secondo regole rimaste invariate dal medioevo alla liberalizzazione dell’ultimo scorcio del XVIII secolo, stabilendo gli itinerari e istituendo le dogane, a fini di controllo e fiscali: «Nell’entrare in Maremma vi erano altre dogane dette Calle: a queste bisognava presentarsi, far contare il bestiame e pigliar le polizze.» (Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, 1774, in: P. Marcaccini, L. Calzolai, 2001, cit.), inoltre «[…] i pascoli maremmani di “dogana” erano aperti e chiusi, ufficialmente, […] il giorno 29 settembre […] l’apertura e 8 maggio la chiusura.» (M. Massaini, 2015, p. 73, cit.). Il bestiame, spesso affidato in soccida a pastori specializzati, in modo minore dalle alte valli del Bidente e del Savio ma sopratutto dalla montagna di Camaldoli, affluiva nel fondovalle dell'Arno per proseguire per Siena e la Maremma, le pasture Maretime«Ma non mancava naturalmente bestiame vaccino liberamente pascolante sulle più alte pendici. Conosciamo, per questo aspetto, non soltanto quello di proprietà dei montanari, ma anche le vacche di certi proprietari ecclesiastici come il monastero di Camaldoli […]. E sappiamo, più in generale, che lungo tutta la giogaia, sull’uno e sull’altro versante, tanto i privati che quanto i signori feudali avevano greggi numerose […]» (G. Cherubini, 1992, p.20, cit.). Praticamente la foresta era diventata, con grave danno, una grande stalla all’aperto (G. Chiari, 2010, cit.), d'altronde, da sempre, «[…] quel settore dell’Appennino che ha al suo centro la valle del Casentino, e che si estende a tutto il Montefeltro e il Mugello, […] corrisponde con precisione all’area dei pascoli estivi di quell’economia basata sulla transumanza che dà un senso economico e culturale al territorio geografico dell’Etruria storica.» (G. Caselli, 2009, p. 22, cit.).

La Giogana attraversa o lambisce anche gli antichi possedimenti dell’Opera del Duomo di Firenze, che si estendevano da Poggio Corsoio a Cima del Termine, confinando (con dispute) ad Ovest con i possedimenti dello Spedale di S. Maria Nuova di Firenze e ad Est con quelli del Monastero di Camaldoli. Presso il M. Falco, al Sodo dei Conti, si attraversa la Riserva Naturale Integrale di Monte Falco-Poggio Piancancelli con le sue praterie di vetta dove vegetano rare formazioni erbacee d’alta quota mentre il faggio cresce sulle pendici nodoso e contorto mantenendo dimensioni arbustive a causa dei forti venti. Da due relazioni del 1663 e del 1677 conservate nell'Archivio dell'Opera del Duomo: «[…] partimmo di Campigna e si andò a far la visita della faggeta di SAS et il confino dei Signori Conti di Urbech […] // […] arrivammo fino al Prato dei Conti il quale dicono essere il più eminente luogo di quelli Appennini […] // La mattina di giovedì […] arrivati nella Calla di Giogo tirammo per quella Giogana per riconoscere i nostri confini; nel tempo in cui andavamo vedendo le nostra grandissime campagne d’abeti chiamate sotto diversi vocaboli […] e sempre camminammo per quella strada che da una parte per quanto acqua pende in Casentino verso mezzogiorno resta la faggeta di S.A.R. e per quanto acqua pende in Romagna verso tramontana restano le nostre mentovate abetie. Giunsamo […] in un luogo chiamato il Porcareccio […] si osservò un gran buon terreno in una amena valle situata in mezzo agli orri di montagna […] tirammo avanti […] e veddamo dove confina la faggeta di S.A.S. con i Padri di Camaldoli che è un luogo che si chiama il Giogo Seccheta.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 311, 320, 322, cit.). A proposito della citata faggeta a confino dei Conti di Urbech, è da precisare che si tratta della Faggeta di Sua Altezza Serenissima il Granduca, istituita nel 1559 (e decaduta all’inizio del XVII sec.) in occasione dell’emanazione della Legge dell’Alpe come riserva privata che poteva essere sfruttata solo a scopo militare e che si estendeva nel versante toscano per mezzo miglio e fino a un miglio dal crinale. Nel 1818, nella descrizione dei confini del “Contratto livellario” tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli vengono citati i luoghi di questo primo tratto di Giogana: «Una vasta tenuta di terre  […] confina […] sedicesimo, dal lasciato termine percorrendo sempre il confine della macchia di Monte Corsoio […] si giunge ad altro luogo detto la Pianaccina ove confina questa Comune con quella di Stia e quindi continuando la Giogana passando il Sodo dei Conti, Stradella, Calla […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 475-476, cit.). A Poggio Sodo dei Conti si ipotizza transitasse la Via Flaminia Minor, realizzata «[…] sfruttando tratti di percorsi etruschi preesistenti […]» (A. Fatucchi, 1995, p. 27, cit.), utilizzata dalle legioni romane per valicare l’Appennino al fine di sottomettere Celti, Liguri e Galli Boj che stanziavano nella pianura padana; essa risaliva da Montelleri, sopra Stia, transitando nell’area del Lago degli Idoli, raggiungeva il Monte Falco, discendeva da quella che oggi è nota come Pista del Lupo per raggiungere Pian Cancelli e Poggio Corsoio dove trovava un bivio ancor oggi praticato: a sx si dirigeva verso Castel dell’Alpe e Faenza per immettersi nella Via Aemilia (questo è ritenuto il più antico itinerario di valico), a dx si dirigeva verso Forlì e Ravenna o transitando dal crinale del contrafforte principale o discendendo verso il percorso vallivo in direzione di Galeata (l’antica Mevaniola), anche qui potendo rimanere a mezza costa attraversando la valle delle Celle e le Ripe Toscane o risalire il crinale del Corniolino. N.B.: «Già dall’età etrusca arcaica (almeno dal secolo V a.C.). alla luce soprattutto delle scoperte degli ultimi decenni, la conca casentinese appare come un’area privilegiata di transito […]. Si trattava certamente di percorsi spontanei. […] Percorsi secondari sembrano risalire le valli dei torrenti Rassina e Archiano verso i valichi appenninici, dai quali scendono inclinate verso nord-est in direzione dell’Adriatico quelle romagnole del Savio (Sarsina-Cesena) e del Bidente (Galeata, l’antica Mevaniola e Forlimpopoli) abitate dagli Umbri» (A. Fatucchi, 1995, p. 27, cit.). Percorrendo la Giogana verso Levante si trovano i Prati della Stradella, oggi più noti come della Burraia da quando, nel 1853 (come attesta una pietra incisa conservata all’interno del fabbricato), il Siemoni fece costruire una stalla in muratura di pietrame da usare come alpeggio estivo per le mandrie, oggi noto come il Casone della Burraia, oltre un piccolo fabbricato posto ad Est della stalla con abitazione del custode, forno ed i rinomati locali per la lavorazione del latte (una foto del 1935 di Pietro Zangheri effettuata dal M. Gabrendo inquadra anche tali fabbricati; la foto si trova anche in AA.VV., 2008, p.42, cit. Oggi rimane solo la ex-stalla, riutilizzata come Rifugio CAI La Burraia. Un altro rifugio al margine dei prati è il CAI Città di Forlì, edificato nel 1974 come servizio degli impianti sciistici (rimane solo quello che parte dal Rifugio La Capanna essendo stata definitivamente rimossa per via aerea nel 2016 ogni struttura dell’impianto che, partendo dallo Chalet Burraia, risaliva fino al M. Gabrendo, con riqualificazione dell’area).

Il Passo della Calla «[…] è il varco più basso dell’Appennino, per cui passa la mulattiera che da Stia conduce nella vicina Romagna. Da questo punto, sempre in direzione di levante, passato il Pian delle Carbonaie, e Pian Tombesi, la montagna comincia a farsi imponente per maestose piantate di faggio, grandi scogliere, e profondi burroni. Non lungi è il Piano della Malanotte, che offre dei punti di vista ove il ridente e l’orrido si alternano vagamente, e si uniscono per formare i più bei quadri della natura. […] Ma giunti dopo pochi passi al Canal del Pentolino, un nuovo spettacolo si presenta allo sguardo: un profondo abisso, alla cui estremità rumoreggia un torrente, rupi sospese, precipizi fiancheggiati da folte macchie, e questo selvaggio orrore temperato dalle più pittoresche creazioni della natura! Io credo che nelle nostre montagne non possano desiderarsi luoghi più belli. Proseguendo oltre, si giunge in breve al più elevato vertice di questa parte dell’Appennino, detto Poggio Scali […] dove pure si gode lo spettacolo di una bella e svariata prospettiva. Passato il Poggio Scali, si […]  scende in un vasto anfiteatro nel cui centro è una sorgente di acqua freddissima e pura, conosciuta sotto il nome di fonte Porcareccia, finchè giunta la via all’altezza di Giogo Seccheta, si biforca nuovamente, e passando a sinistra presso una capanna sbocca in un amenissimo prato tutto fiancheggiato da folte macchie, detto Prato al Soglio, ricordano l’alpestre natura della Svizzera, […] passando da Prato Bertone, dove ha principio la gran foresta di abeti, si giunge dopo breve tempo all’Eremo di Camaldoli […].» (C. Beni, 1881, p. 56, 57, cit.). Il termine calla anticamente aveva il semplice significato di varco, come concordano due autori, P.L. della Bordella: «[…] ”Calla, id est stretta via”, “calles”, in latino significa propriamente viottoli stretti fatti dal callo … de’ piè degli animali, onde dichiamo ‘calle’ … […]» (C. Landino, Purg., IV, 22 cit. da: P.L. della Bordella, 2004, p. 208, cit.), G. Caselli: «[…] sono certo che deriva dal teutonico KALLA, un apposito passaggio in una siepe dove si contano le pecore per far pagare la dogana […] ovvero: luogo dove si 'chiamano' (kall), o contano le bestie che vanno o vengono dai pascoli» (G. Caselli, 2009, pp. 144, 193, cit.). L’uso del termine venne “istituzionalizzato” con gli statuti comunali e statali quattro-cinquecenteschi: infatti, prima dell’abolizione della dogana dei Paschi e la liberalizzazione della transumanza (1778) una serie di “passi” o “calle” di dogana, assoggettati ai vincoli del regime mediceo-granducali, vennero disposti a raggiera a sud dell’arco montano e sullo stesso, lungo percorsi transitanti; «[…] sicuramente dal varco della Calla, il cui significativo toponimo indica – come quello del Sodo alle Calle, presso l’altro punto di valico del Giogo Seccheta – un evidente tracciato di transumanza lungo una direttrice in cui venivano in parte a coincidere vie dei pastori, “vie dei legni” e vie di altro uso pubblico (“via da Stia per Campigna e S. Sofia”).» (L. Rombai, M. Sorelli, 1997, p. 51, cit.). Mentre l’edificio della dogana, poi temporaneamente riutilizzato come casa cantoniera, è ridotto a rudere (posto in vendita dalla Regione Toscana, Settembre 2017, è in corso -2018- il recupero), il passo oggi è attrezzato da un ampio parcheggio, anche per camper, dalla struttura in legno di un ristorante e dal Rifugio CAI La Calla. Vi si trova inoltre la Madonna della Foresta, maestà ricavata in una grande sezione cava di tronco d’albero, il Monumento a Dante Alighieri (NEL CUORE DELLA FORESTA SPESSA E VIVA / SUL DORSO DELL’ITALIA BELLA / E NEL RICORDO DELLA DIVINA POESIA / VADA IL PENSIERO AL NOME IMMORTALE / DI / DANTE), e il Memoriale Pio Campana medaglia d’argento della Resistenza. Come accennato dall’illustre viaggiatore “d’epoca”, il primo luogo topico che si incontra percorrendo La Giogana è Pian delle Carbonaie, che oggi si presenta come ampia sella e radura erbosa da cui si distaccano il Sentiero delle Cullacce, che riesce a scivolare sul versante settentrionale attraversando i suoi ripidi pendii, e il Sentiero di Scodella, ampia pista del versante casentinese che raggiunge la nota ed omonima Riserva Biogenetica Naturale Statale. Precede di poco Il Poggione, già Poggio Seghettino (toponimo in uso nel XIX sec.), quindi poggio per eccellenza e primo evidente rilievo dello spartiacque, articolato in almeno tre cime riconoscibili oscillanti tra i m 1407 – 1424 – 1432, attraversate dal tracciato di crinale e distanziate tra esse di circa 500 m. La prima cima che si incontra è ben nota ai frequentatori grazie alla tabellazione, posta alla quota 1398, ma è utile solo al riconoscimento del sito in quanto a suo tempo installata presso la cima minore ed indicante la quota 1424, però corrispondente alla cima intermedia, peraltro certificata dalla cartografia I.G.M. L’assetto morfologico ben osservabile da remoto dal versante romagnolo corrisponde però alla cima più elevata, così come si può notare una piccola sella di collegamento tra la cima minore (attraversata dal Sentiero delle Cullacce) con un evidente poggetto che si protrae verso settentrione (in base all’I.G.M. anch’esso PIAN CARBONAIE), esordio della Costa di Poggio Termini, una delle tre Coste che dal Poggione si diramano, approfittando del disallineamento e rialzamento di cresta, così riconoscendogli il ruolo di nodo montano. Infatti, oltre ad essa, altre due imponenti dorsali vi si staccano caratterizzando l’alta Valle di Campigna: la Costa Poggio del Ballatoio e Le Cullacce. Segue un tratto di crinale che, dopo aver diviso le Riserve Biogenetiche Statali di Campigna e della Scodella e, di seguito, dividendo la Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino  e la Riserva Naturale Integrale della Pietra, forse perché visto dal versante romagnolo mostra uno skyline regolare e pressoché orizzontale, forse perché la Giogana lo rasenta con lunghi tratti rettilinei, è detto Raggio Lungo (Raggio” era il “vocabolo” spesso utilizzato per i crinali, quando caratterizzati da una morfologia sostanzialmente lineare tale da costituire asse caratterizzante il territorio ed utile alla sua percorrenza), benché mostri l’evidente rialzamento di un poggetto da cui si stacca la sella di collegamento con il successivo rialzamento di Poggio Pian Tombesi. Anch’esso dal profilo allungato, presenta singolari caratteristiche morfologiche in entrambi i versanti. Panoramicamente suggestivo il versante settentrionale prossimo alla verticale, “graffiato” da una serie di canaloni detti Ripe di Pian Tombesi, mentre sul versante opposto si attraversa il singolare Vallone di Pian Tombesi; più avanti si rasenta la Pseudo dolina di Poggio Scali. L’improvviso scorcio panoramico del Canale del Pentolino (ramo del Fosso di Poggio Scali che ha origine dalle Ripe di Scali dove l’erosione delle marne e il conseguente crollo dei banchi arenacei dello spartiacque appenninico crea profondi fossi e canaloni quasi verticali con roccia affiorante), precede Poggio Scali dove la Giogana trova, prima la Madonna del Fuoco, maestà eretta a protezione dagli incendi (recita la lapide: LA MADONNA DEL FUOCO / TORNA OGGI IN QUESTI LUOGHI / DONDE SCESE COL MAESTRO LOMBARDINO / PER BENEDIRE LA MONTAGNA/DEI FORLIVESI CHE IN CITTà LA VENERANO / DA CINQUE SECOLI / ED I PASSANTI CHE QUI L’ONORANO / IL CAI di Forlì nel 50° DI fondazione / 11 SET 1977), poi la traccia di un’altra via militare romana che, proveniente da Arezzo, risaliva il crinale transitando da Bibbiena, Freggina e il Fosso Tellito (poi di Camaldoli). «Un tracciato romano molto razionale è riconoscibile anche nel bacino dell’Archiano, per Partina, Camaldoli e la valle del Bidente, anche perché documenti dei secoli XI e XIV menzionano una “Via Romana” sul crinale a monte di Camaldoli, che sarebbe alquanto difficile da spiegare nel senso di Via Bizantina, o di via che conduce a Roma (A. Fatucchi, 1995, p. 27, cit.). Nel giungere sul versante orientale di Poggio Scali la via romana piegava a settentrione discendendo lungo la sella di Pian del Pero sul contrafforte secondario che superato S. Paolo in Alpe si dirige verso Forlì. Vi corrisponde un tratto di sentiero (vietato al transito per la parte interna alla Riserva di Sasso Fratino) in seguito noto come Via di ScaliVia del Giogo di Scali, dalla cui ripidezza, quasi una scalata, è derivato il toponimo del rilievo: dal latino scala, -ae = scala, infatti nel 1791 detto Poggio della scala e nella Carta Generale della Toscana della Litografia Militare Granducale del 1858 Poggio delle Ripebianche; «Proseguii la camminata sul crinale del monte, o giogo, […] sinché giunsi ad uno dei punti più belli, Poggio della Scala. Da qui la veduta è stupefacente per quanto consente di spaziare; […] Da una parte l’occhio scorre sulle terre della Romagna, il Sasso di Simone e un lungo tratto della costa adriatica; dall’altra spazia […] quasi all’intero territorio della Toscana […]. Dietro questa vista s’estende il mare Tirreno. Il poeta italiano Ariosto fa riferimento proprio a questo luogo: Come Appennin scopre il mar Schiavo e Tosco,/Dal giogo ove a Camaldoli si viene (Sir Richard Colt Hoare*, Da Arezzo al Monte Falterona attraverso il Casentino, 1791, in: A. Brilli, 1993, pp. 19-20, cit.); * banchiere inglese appassionato di antichità pubblicò A Classical Tour through Italy and Sicily, Londra, Mawman 1815, contenente il resoconto del soggiorno toscano del 1791. Per curiosa omonimia, il commissario granducale Giorgio Scali visitò il sito nel 1630). N.B.: Dal 7 luglio 2017 le faggete vetuste del Parco Nazionale comprese nella Riserva Integrale di Sasso Fratino e una vasta area circostante comprendente le Riserve Biogenetiche Casentinesi e altre aree all’interno del Parco Nazionale, per un totale di circa 7.724,28 ha, fanno parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO, andando a rappresentare uno dei più estesi complessi forestali vetusti d’Europa. Per l’Italia si tratta della prima iscrizione di un patrimonio naturale espressamente per il suo valore ecologico di rilievo globale. Approfondite indagini nell’area, che rappresenta complessivamente il sito di maggiori dimensioni tra quelli designati in Italia ed uno dei più estesi complessi forestali vetusti d’Europa, hanno portato alla scoperta di faggi vecchi di oltre 500 anni, tra i più antichi d’Europa, che fa entrare Sasso Fratino nella top ten delle foreste decidue più antiche di tutto l’Emisfero Nord. Questi faggi sono quindi coevi di Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci e al limite della longevità per le latifoglie decidue. Oltre al valore naturale, il faggio è una specie dall’alto valore simbolico e culturale, storicamente legata allo sviluppo dei popoli europei (l’etimologia del nome si riferisce ai frutti eduli, dal greco phagein = mangiare). Ripreso lo spartiacque verso Levante si toccano il Passo del Porcareccio (raggiunto da una mulattiera frequentata da pastori e viandanti sulla direttrice Stia-Poggio Scali), il Passo Sodo alle Calle o La Scossa, dove pare sia stata rinvenuta qualche moneta del III secolo a.C. ed armi e Carlo Siemoni avrebbe trovato resti evidenti della massicciata romana (ma quel tipo di vie d’altura romane pare fossero in sterrato) e da dove si staccano sia la via della Seghettina verso Ridràcoli sia la Strada delle Pulci verso La Lama (così soprannominata dagli addetti al traino del legname per la noiosità del lungo tragitto in salita), Giogo Seccheta, dove giunge una oggi notissima Via dei Legni per Pratovecchio. Una breve digressione (750 m, dislivello 30 m) dal Passo del Porcareccio nel versante toscano lungo una delle Vie dei legni (Sent. 78 CAI) consente di osservare un poco frequente cippo confinario, elegantemente inciso con lo stemma camaldolese raffigurante due colombe che si abbeverano ad un solo calice, espressione della comunione di vita comunitaria ed eremitica coniugata dalla congregazione camaldolese che, architettonicamente, si realizza nella compresenza nella stessa struttura, sia dell’eremo che del monastero. Seguono i siti di Prato al Soglio, oggetto di particolare contenzioso tra confinanti, come da documenti del 1663 e 1667: «[…] arrivati a Prato al Soglio si vidde senza difficultà che, secondo che dicono tutti, che quanto acqua pende sia dell’Opera io posso dire “de visu” che il detto prato è tutto della Opera perché l’acqua cala verso le macchie dell’Opera tutta […] // […] E passando avanti nell’istesso modo che il nostro confino camminava con la faggeta del nostro Ser.mo Padrone continuava i sopra citati Padri di Camaldoli nel qual luogo avemmo campo di riconoscere un Prato chiamato al Soglio per il quale di tutti i tempi ci sono state dispute a chi veramente esso appartenga perciò per detto dai nostri conduttori essendo da altra parte bene informati che in luogo ancora che l’acqua pende in Romagna là è la nostra tenuta con ciò Camaldoli di questo ne è sempre stato in possesso […] // […] si giunse al Prato al Soglio dove fu detto da alcuni conduttori che detto prato è stato accresciuto dai Padri di Camaldoli in pregiudizio dell’Opera il che è cosa di poco momento et anticamente posseduto da loro vi si fece poca riflessione.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 313, 322, 329, cit.), e Prato BertoneLa soia è un «Elemento toponomastico comunissimo in terra tosco-romagnola[…]» (A. Polloni, 1966-2004, p. 297, cit.), dal latino solium, i, con il significato di posta di stalla o soglio o abbeveratoio, anche naturale, per animali al pascolo (G. Caselli, cit.) a riconfermare il tipo di utilizzo, nel passato, di ampie aree della GioganaIl successivo passo del Gioghetto (Gioghicciolo negli antichi documenti camaldolesi) che è raggiunto da un percorso sia di esbosco che di transumanza proveniente da La Lama (in parte scomparso o sostituito a seguito della costruzione dell’ottocentesca Via degli Acuti) che, attraversato il sito dell’Eremo, scendeva a Camaldoli tramite la Via Corta dirigendosi attraverso la valle dell’Archiano fino a Soci. Tale itinerario costituisce un tratto di un'antica Via Romana«L’antichità di questa via è ricordata in due carte del Regesto Camaldolese. Nella prima, del 1027, viene citata discendente dalla giogaia delle Alpi tra la Toscana e la Romagna, passando per la foresta dell’Eremo di Camaldoli […]. Nel secondo documento del 1047, che conferma tutti i beni agli eremiti di Camaldoli da parte del Vescovo Teodaldo, viene citata come via “Romana”. L’atto stabiliva i confini sul crinale di un grosso appezzamento di terra. Questo andava dal fosso chiamato Tellito, cioè quello di Camaldoli, fino alla via citata come “Romana” e il giogo che divideva la Romagna dalla Toscana.» (G. Innocenti Ghiaccini, 2018, p. 29, cit.). Il Gioghetto precede di poco Prato alla Penna, c.d. già in antico per la prossimità con il Poggio alla Penna, oggi M. Penna. N.B.: a parte le radure prative e i vaccinieti, non esistendo in tutto il crinale praterie primarie data la modesta altitudine della montagna che non impedisce l’estendersi della foresta benché ostacolata dal vento, come tutte quelle finora citate è una prateria artificiale che costituiva area di “imposto” dove accatastare provvisoriamente il legname tagliato; un tratto limitato di Giogo Seccheta viene riutilizzato anche nei giorni nostri. Alle aree prative citate va aggiunto Prato agli Aceri, noto nell’Ottocento e posto tra i Prati Bertone e Penna. Superate dalla Giogana le Riserve Biogenetiche Statali di Camaldoli e di Badia Prataglia-Lama, gli altri siti di passo che si trovano proseguendo verso levante sono, il Passo dei Fangacci, modificato dalla viabilità moderna e, appena superato sul versante romagnolo Poggio allo Spillo (o dello Spillo, 1850, dalla morfologia panoramicamente inconfondibile) il Passo della Crocina, l’antica Crocina di Bagno dove si incrociava uno dei rari percorsi di crinale verso la Romagna definiti cavalcabili, toponimo più recente dell’ancora meno noto Croce di Guagno o Guagnio quando il passo veniva raggiunto dalla Via Maestra che vien dall’Eremo, che percorreva il contrafforte verso Casanova dell’Alpe, comparente in una mappa del 1637 e citato in una relazione del 1663: «[…] si venne per la strada del Poggio tra la Bertesca e Valdoria et il Pozzone et arrivati alla Croce di Guagnio e pigliato il Giogo tra il confino de reverendi padri di Camaldoli e l’Opera di Santa Maria del Fiore si seguitò detta giogana […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 315, cit.). La rappresentazione grafica antica di tali “vocaboli” si trova anche in una interessante mappa del 1637 conservata nell’Archivio dell’Opera del Duomo e riprodotta in A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, in A. Bottacci, 2009, p. 31, cit. Un’altra mappa risalente al 1850 dove si trova l’intero percorso con i riferimenti toponomastici antichi citati è la Pianta Geometrica della Regia Foresta Casentinese, conservata presso il Nàrodni Archiv Praha. Inoltre, nella descrizione dei confini del Contratto livellario del 1818 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli compare l’utilizzo del toponimo odierno: «Tutta questa tenuta  […] è composta dai seguenti terreni cioè […] 5° Un tenimento di terre […] dal crine dell’Appennino fino in fondo cioè fino al letto del fiume dei Forconali e al letto del fiume della Lama un miglio e mezzo circa con i vocaboli Macchia sotto la via della Crocetta o Crocina […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 466-467, cit.). Aggirato sul versante toscano Poggio Rovino (nelle mappe ottocentesche si trova prima una Porta al Canale poi un Poggio agli Sgnisci) si arriva al Passo dei Cerrini, probabilmente raggiunto da un’antica Via del Rovino (che risaliva anch’essa dall’Eremo Nuovo e dalla Bertesca correndo accanto al Fosso delle Ranocchie), poi si aggira sul versante romagnolo il Monte Cucco (anticamente Mons Acutus, per l’evidente morfologia) per discendere al Passo dei Lupatti (il punto di quota più basso della Giogana) e, infine, si giunge ad incrociare uno dei rari percorsi di crinale verso la Romagna definiti cavalcabili che si distaccava da Cima del Termine, o M. della PuntaTerminone o Poggio delle Rivolte di Bagno. Quest’ultimo “vocabolo” si trova nella citata relazione del 1652: «L’ottava e ultima parte delle selve dell’Opera viene separata dalla precedente col Poggio della Bertesca e resta fra esso poggio e il Poggio delle Rivolte di Bagno ultimo termine di dette selve. Questa parte contiene le macchie della Bertesca, dei Segoni, e delle Rivolte di Bagno; […]» A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 271, cit. Nel Contratto del 1818 si ritrova una simile ed interessante descrizione dei confini: «[…] confina: primo, con la Comunità di Bagno incominciando dal luogo detto le Rivolte e precisamente dal termine giurisdizionale delle Comuni di Bagno-Poppi, da questo termine calando per la scesa delle Rivolte fino al Prato ai Grilli; […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 463, cit.).

I documenti appena citati e uno schizzo planimetrico della metà del XVIII secolo, conservato nell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze e relativo ad aree controverse tra l’Opera e i Monaci di Camaldoli (riportato in: A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 31, cit.), contengono altre interessanti informazioni. Si legge, in quello del 1652: «è la Lama in un piano a cui verso il Giogo sovrasta un altissimo monte che si dice la Penna con una spiaggia che si dice i Beventi luoghi tutti coperti per lo più di faggi […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 269, cit.), e in quello del 1818: «[…] ventiseiesimo, […] Proseguendo sempre verso levante per il crine l’Opera tiene in proprio le acque che scorrono in Romagna […] seguitando per i vocaboli d’alture del Prato di Bertone e sopra l’Eremo, si giunge al luogo detto Fonte al Sasso e percorrendo sempre l’appennino continuano a confinare i Reverendi Monaci di Camaldoli con i vocaboli di alture di Prato agli Aceri, ed altura sopra i Prati alla Penna e della Duchessa fino al Gioghetto, da questo scendendo alla fonte dei Beventi, o fonte del Gioghetto, s’incontra un termine nella strada che conduce in Romagna e seguitando la direzione di questo si sale ad un braccio dell’Appennino ove con altro termine confinano i Comunisti di Serravalle; ventisettesimo, da questo punto ossia termine i Reverendi Monaci di Camaldoli seguitando il crine dei Beventi, di Monte Cucco, dei Segoni, seguitando l’istesso crine fino alle Rivolte […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 465-466, cit.). Da essi, oltre all’utilizzo del termine Via Bordonaia, che è attribuito ad un tratto viario tra Prato alla Penna e il Passo dei Fangacci, si trae una rappresentazione dei luoghi diversa da quella odierna: evidentemente assente il tracciato della moderna S.P. dell’Eremo, si nota che l’area di Prato alla Penna pare estendersi per alcune centinaia di metri verso Ovest, quindi più ampia dell’attuale, andando ad occupare anche l’ampio pianoro oggi ricoperto da una fitta faggeta mentre, verso Est, si rappresenta un descrittivo toponimo Beventi e, aspetto piuttosto interessante, si ritrova il “vocabolo” Gioghetto che (perfettamente corrispondendo alla citata descrizione confinaria) pare posizionato presso l’odierno bivio sentieristico per Poggio Tre Confini (che effettivamente è un punto di valico, presso il quale si trovano antichi cippi confinari con stemma camaldolese, luogo sovrastante la Fonte dei Fangacci, ivi denominata fonte del Gioghetto o dei Beventi, presso il Rifugio CAI Onorio Mellini - Fangacci). I Beventi, come dice il documento, erano noti (già allora) per essere ricoperti da una estesa faggeta che si estendeva lungo il crinale oltre il versante meridionale del M. Penna (la Ripa della Penna). Spunti di interesse riguardanti il Gioghetto, tramite il quale la Giogana veniva valicata dalla Via dei fedeli di S. Romualdo, di cui rimarrebbero consistenti resti del tortuoso tratto finale risalente al passo sul versante romagnolo (v. schede La Lama - F.so della Lama), emergono grazie al confronto tra detti documenti e quanto scrivono alcuni Autori: P.L. della Bordella: «[…] per salire all’Eremo (Campo Amabile), i pellegrini romagnoli, S. Ambrogio di Milano e Leopoldo II Granduca di Toscana, percorrevano la via dei fedeli di San Romualdo che da Santa Sofia, per Ridracoli, la Seghettina e la Lama, sale al Gioghetto per ridiscendere al sottostante Eremo.» (2004, p. 190, cit.); F. Pasetto: «[…] ricordiamo, in particolare, il Gioghetto, attraverso il quale il ravennate san Romualdo scese a Campo Amabile […]» (2008, p. 207, cit.). N.B. L’Eremo di Camaldoli fu fondato nel 1024 (nel 1012 secondo la tradizione). I documenti citati collocano il Gioghetto nei pressi dell’odierno Passo dei Fangacci; qui giunge rapidamente (e ripidamente) dalla Lama il noto sentiero degli Scalandrini (227 CAI) che, attraversata la moderna provinciale, prosegue in quota sulle pendici di P.gio Tre Confini e, sempre rapidamente, trova il sopracitato valico su un crinaletto che ridiscende verso Prato alla Penna e l’Eremo: ricordando comunque che sia il toponimo Giogo sia i diminutivi Gioghetto, Giogarello, Gioghicciolo erano piuttosto diffusi, ciò costituirebbe ipotesi per una diversa localizzazione di un luogo della tradizione storica camaldolese.

Riguardo alcuni aspetti ambientali e, in particolare, la possibilità di approvvigionamento idrico, le uniche fonti (sempre) disponibili lungo la Giogana sono l’appena citata Fonte dei Fangacci, con rubinetto, le Tre Fonti sul versante toscano nei pressi del passo La Scossa e la Fonte del Porcareccio, sul versante romagnolo, sorgente perenne che dà origine al fosso omonimo e che costituisce Geosito di rilevanza locale (originato dal contatto tra arenarie su scisti impermeabili che, oltre che garantire la restituzione sorgiva, determinano la formazione di un’area pianeggiante con esteso ristagno idrico e formazione di una torbiera). Le Riserve attraversate o lambite, comunque non accessibili, sono quelle citate Naturale Integrale di Sasso Fratino, Naturale Biogenetica Statale La Scodella e, Integrale Regionale La Pietra (anticamente Pian della Pietra), questa anche Geosito di rilevanza locale (costituito da un rilievo a forma di panettone prevalentemente rivestito da bosco originatosi da fenomeni gravitativi tipo frana di scorrimento e scivolamento di porzioni rocciose; anche i grossi massi sparsi che si osservano nella foresta potrebbero derivare da antichi movimenti franosi). Altri Geositi sono: il citato Vallone di Pian Tombesi (depressione chiusa e lunga oltre 100 m dovuta a lentissimi e profondi movimenti gravitativi, tipici dei territori carsici, che hanno causato lo sdoppiamento delle creste e la formazione della depressione chiusa e allungata, cosparsa di suggestivi blocchi arenacei, che alimenta la Fonte di Zanzara, modesta e non utilizzabile) e la citata Pseudo dolina di Poggio Scali (depressione chiusa, imbutiforme, perpendicolare al crinale e adiacente al sentiero, lunga circa 40 m di formazione analoga a quella di Pian Tombesi, che evidenzia affioramenti rocciosi fratturati ed una cavità naturale codificata con tre ingressi). Sono riserve biogenetiche statali anche le aree di Badia Prataglia-Lama, Camaldoli e Campigna. Di particolare interesse sono evidentemente Poggio Scali, anche per le viste panoramiche che offre (escludendo la vista dell’Adriatico citata in tutte le guide ma ormai impedita dalla crescita della faggeta) specie nelle limpide giornate invernali (che purtroppo sulla sommità conserva ancora i resti di una trincea della linea gotica), parte del versante esposto a settentrione della la c.d. bastionata di Campigna-Mandrioli, osservabile nella sua interezza solo da alcuni punti di vista del versante romagnolo (dove, specie nella parte a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico, si manifestano fortissime pendenze modellate dall’erosione e dal distacco dello spessore detritico superficiale con conseguente crollo dei banchi arenacei, lacerazione della copertura forestale e formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante) di cui fanno parte le Ripe di Scali, le Ripe di Pian Tombesi e il citato Canale del Pentolino, quest’ultimo invece ben visibile e noto trovandosi a circa 400 mt. ad Ovest di Poggio Scali.

Dal punto di vista botanico va segnalato in particolare il Botton d'oro (Trollius europaeus L. subsp. Europaeus), ranuncolacea tipica dei prati montani in Italia centro-settentrionale ma rarissima nel Parco, con unica stazione a Poggio Scali che, essendo in regressione, è monitorata e tutelata ed è ormai visibile solo in lontananza (o tramite binocolo) in quanto recentemente inserita per poche decine di metri all’interno del confine della Riserva Integrale. Nei prati di Poggio Sodo dei Conti, anche presso il sentiero transitabile, è facile notare la Viola di Eugenia (Viola eugeniae Parl. subsp. Eugeniae); numerose altre specie rare o rarissime per la Romagna o qui raggiungenti il limite del loro areale di distribuzione, di solito sono localizzate tra le rocce pertanto inaccessibili ma possono sconfinare anche ai bordi delle praterie e del sentiero battuto, per cui un occhi attento può riconoscerle, come p.es., ben cinque specie di Sassifraghe o lo Sparviere del calcare o Ieracio villoso (Hieracium villosum Jacq.), rarissimo nel Parco è noto solo per le rupi di Monte Falco ma è capitato di trovarlo in qualche passaggio impervio del sentiero che lo attraversa.

I toponimi Giogo, Giogana e diminutivi, derivano dal latino jugum, i, = giogo, giogaia, “giogana” di monti, con una radice indoeuropea ed il significato di “congiungimento” o “collegamento”, sia di luoghi sia di buoi al carro. Il toponimo Pentolino è invece dovuto al nome con cui in Romagna si indica il fiore del mirtillo nero, per la caratteristica forma di piccola pentola (F. Pasetto, 2008, cit.).

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Link:http://www.parcoforestecasentinesi.it/it/patrimonio-unesco.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba.

La Giogana è notissima ai viandanti, escursionisti e pellegrini che frequentino o abbiano praticato il Sent. 00 GEA CT nonché tratto dell’Alta Via dei Parchi, de Il Cammino di S.Antonio, del Cammino Dantesco, etc. ed è stagionalmente facilmente raggiungibile dal lato toscano (area di sosta a Prato alla Penna). In inverno, causa chiusura della strada provinciale, si raggiunge bene dall’Eremo di Camaldoli da cui dista 1 km con un dislivello di 143 m; sia dal lato toscano che romagnolo si imbocca in tutte le stagioni dal Passo della Calla, salvo temporanee e limitate chiusure del medesimo.

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001a – 001b - Il sistema orografico appenninico in corrispondenza delle Valli del Bidente, con particolare del tratto della Giogana, è sinteticamente e ottimamente rappresentato nelle mappe della Romagna Toscana del XIX sec.

 

001c – 001d – Neografie dalle rare viste aeree della Giogana, come quella contenuta in un manifesto del Parco delle Foreste Casentinesi esposto presso il Centro Visite di Campigna (incentrata sull’area dell’antica Bandita di Campigna, incisa dal Fosso dell’Abetio, tra la sequenza dei poggi gemelli del Palaio e il complesso del Falterona), e quella della sua parte centrale dove spicca la prateria innevata di Poggio Scali.

 

001e – 001f - Una delle più ampie viste dell’intero spartiacque appenninico si può avere dal Monte Piano (1/01/12).

 

001g – Il tratto di versante appenninico che ospita la Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino si osserva in lontananza da Casanova dell’Alpe (27/09/16).

 

001h – Il tratto di versante compreso tra Poggio allo Spillo e Poggio Scali si fronteggia dalla zona di Pratalino, tra i Monti Cerviaia e Palestrina (16/10/16).

 

001i – Il tratto più consistente della bastionata, costituito dalle Ripe di Scali, della Porta e di Pian Tombesi, si osserva da distanza ravvicinata dal versante meridionale di Poggio Capannina (16/11/16)

 

001l – Dell’intero versante che ospita la Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, ben delimitato dalle vette dei poggi Scali e Cornacchia, si ha una visione ravvicinata e frontale dal sito del fabbricato di Palestrina, posto sulle pendici dell’omonimo monte (16/10/16).

 

001m – 001n – Mentre gran parte dello spartiacque appenninico scompare verso SE, si esalta la centralità di Cima del Termine nel dividere i due differenti complessi vallivi del Savio e del Bidente tramite il contrafforte principale che si distacca proiettandosi verso l’osservatore posto sul belvedere del Monte Càrpano (3/10/11 - 1/01/12).

 

001o – La Giogana fino a Poggio Scali e la Riserva mostrano il loro profilo dal “balcone” naturale del Monte Penna (7/02/11).

 

001p – 001q – 001r – Il versante toscano dello spartiacque appenninico è osservabile da limitati siti. In sequenza, dai pressi del Monte Giogarello e del Passo omonimo (posti a S-SO del Falterona) si vedono, da un lato, il tratto tra i poggi Pian Tombesi e Acerone con Poggio Scali al centro e il versante con le riserve La Scodella e La Pietra e, dall’altro, il tratto tra i monti Falterona e Gabrendo con il Falco al centro, quindi dal sentiero CT4 CAI tra Montelleri e il Falterona si vede il profilo compreso tra il Monte Falco e la Burraia con i poggi Sodo dei Conti e Lastraiolo in mezzo (12/10/11- 11/01/12).

 

002a/002k – Il Monte Falco ospita vaste praterie d’alta quota con delicate e anche rare o rarissime formazioni erbacee per cui occorre mantenersi sul sentiero, dal quale comunque è facile notarne alcune. Anzitutto spiccano il vaccinieto per la notevole diffusione del Vaccinium myrtillus, Mirtillo nero, e fioriture della Viola eugeniae Parl. subsp. Eugeniae, Viola di Eugenia Parlatore, ma tra le rocce del sentiero verso il Falterona, se si è fortunati e senza violare la riserva integrale, si può incontrare lo Hieracium villosum, Ieracio villoso, Sparviere del calcare, rarissimo e presente nel Parco solo in questo sito (21/06/11 – 7/07/11 -  21/12/11).

 

002l/002u – Dal Monte Falco le viste panoramiche spaziano dalla Romagna al Mugello, dalle Balze delle Rondinaie alle Alpi Apuane (21/06/11 – 21/12/11).

 

002v/002z – Da Poggio Sodo dei Conti, prima e dopo la stazione radio, rasentato l’arrivo dello skilift dal rifugio La Capanna, si aprono panorami sul Casentino e sullo spartiacque che si sviluppa oltre il Passo della Calla (21/12/11).

 

003a – La Burraia e il Monte Gabrendo visti da Montelleri (12/10/11).

 

003b/003h – Il Monte Gabrendo, che mostra ancora la fascia di prateria utilizzata dalla pista da sci ormai dismessa (gli ultimi impianti sono stati rimossi tra il 2015 e il 2016), e la Burraia, con il moderno Rifugio Cai Città di Forlì, offrono molteplici panorami (21/06/11 – 21/12/11).

 

003i- 003l – 003m – Sia dal lontano Poggio Scali sia dai suoi stessi prati, la Burraia, nonostante la sua evidente artificialità, esprime un suo particolare fascino (5/02/11- 21/12/11).

003n/003s – Il Rifugio Cai La Burraia venne edificato nel 1853 dal Siemoni, come stalla da destinare ad alpeggio estivo per le mandrie, insieme ad un piccolo fabbricato posto ad Est con abitazione del custode, forno ed i rinomati locali per la lavorazione del latte, da cui il toponimo; il collage offre un confronto tra una foto d’epoca (dal M. Gabrendo, dove erano ripresi entrambi gli edifici) e una odierna del sito in corrispondenza dell’edificio scomparso (21/06/11).

 

004a/004f – Al Passo della Calla si possono notare l’edificio della dogana, già riutilizzato come casa cantoniera e ridotto a rudere, il Rifugio CAI La Calla, la Madonna della Foresta, ricavata in una grande sezione cava di tronco d’albero, il Monumento a Dante Alighieri e il Memoriale Pio Campana, medaglia d’argento della Resistenza (21/06/11 – 11/01/12).

 

005a/005n – Superato il passo si trova il Geosito di interesse locale noto come Vallone di Pian Tombesi (depressione chiusa e lunga oltre 100 m dovuta a movimenti gravitativi profondi che hanno originato un tipico sdoppiamento di cresta e che alimenta la Fonte di Zanzara, modesta e non utilizzabile; il gatto è il “logo” dell’ex Amm.re A.S.F.D. Michele Padula, curatore della sistemazione di questa e di molte altre fonti, ugualmente identificabili) e, dopo un breve tratto di faggeta, la Pseudo dolina di Poggio Scali (depressione chiusa lunga circa 40 m di formazione analoga a quella di Pian Tombesi, dove si evidenziano affioramenti rocciosi ed una cavità naturale codificata con tre ingressi) sul cui bordo vegeta un bell’esemplare di Acer pseudoplatanus, Acero di monte, Acero bianco, Platano falso, Sicomoro (6/05/11 – 9/05/13 - 15/05/14).

 

005o/005r – All’altezza del Canale del Pentolino (ramo del Fosso di Poggio Scali che ha origine dalle Ripe di Scali dove l’erosione delle marne e il conseguente crollo dei banchi arenacei dello spartiacque appenninico crea profondi fossi e canaloni quasi verticali con roccia affiorante) il crinale presenta il suo tratto più stretto e del tutto artificiale, infatti pressoché corrispondente alla sede “stradale”; qui si apre un improvviso ed eccezionale scorcio panoramico (13/01/11 – 19/04/11 - 23/10/11 – 11/12/14).

 

006a/006i – Giungendo a Poggio Scali, la cui prateria di vetta è ancora segnata dai resti delle trincee belliche, si trova la Madonna del Fuoco, eretta a protezione dagli incendi, oggetto di particolare venerazione da parte dei pellegrini che numerosi percorrono questo itinerario di cui viene lasciata testimonianza materiale non intaccata neanche dagli eventi atmosferici estremi (la buca nella neve intorno alla maestà è causata dal riflesso del calore solare accumulato dalla pietra) (13/01/11 – 9/03/11 – 24/03/11 - 19/04/11 - 23/10/11 – 11/12/14 – 4/08/16).

 

006l/006q – Da Poggio Scali si gode di un ampio panorama, benché per la crescita della faggeta ormai esso non si estenda più dal Tirreno all’Adriatico … («Come Appennin scopre il mar schiavo e il tosco/Del giogo onde a Camaldoli si viene.» L. Ariosto, Orlando Furioso, Canto IV, strofa 11, 1532) … come molti testi ancora riportano, salvo notevoli accumuli nevosi, mentre è più facile veder spuntare le Alpi Apuane dietro il Falterona (5/02/11 - 9/03/11 – 15/05/14 - 11/12/14).

 

006r – 006s - A Poggio Scali si trova l’unica stazione all’interno del Parco del Trollius europaeus, Botton d'oro, ranuncolacea tipica dei prati montani in Italia centro-settentrionale che, essendo in regressione e quindi monitorata e tutelata, è prigioniera di una fitta rete ed è ormai visibile solo in lontananza in quanto recentemente inserita per poche decine di metri all’interno del confine della Riserva Integrale (15/06/11 – 28/06/11).

 

006t/006ud – Appena superato Poggio Scali verso Est si trova (a dx della bacheca) la traccia di una via militare romana che risaliva lungo la sella di Pian del Pero proveniente dalle regioni adriatiche quindi percorreva il crinale verso il Fosso Tellito (poi di Camaldoli) per transitare da Freggina (pr. Frèggina) e Bibbiena e proseguire verso Arretium; in seguito nota come Via del Giogo di Scali la sua ripidezza, quasi una scalata, evidentemente sta all’origine del toponimo del poggio (dal latino scala, -ae = scala, infatti nel 1791 era detto Poggio della scala), oggi corrisponde ad un tratto di sentiero vietato al transito in quanto interno alla Riserva, di cui si può  solo scorgere l’ultimo tratto (13/01/11 – 20/10/11 – 19/06/19).

 

006v – 006z – Poco distante dal poggio, tra gli accumuli nevosi dal confine della Riserva e la vegetazione si aprono ristretti scorci panoramici che, con l’aria tersa, dal versante del Lago di Ridracoli presso il rifugio di Cà di Sopra si possono estendere fino all’Adriatico (5/02/11 – 9/03/11).

 

007a/007d – Il Passo del Porcareccio ('particolarmente transitato') collega il crinale con la direttrice per Stia frequentata da pastori e viandanti (13/01/11 - 1/05/13 - 11/12/14).

 

007da – 007db - 007dc - Una breve digressione (750 m, dislivello 30 m) dal Passo del Porcareccio nel versante toscano lungo una delle Vie dei legni (Sent. 78 CAI) consente di osservare un poco frequente cippo confinario, elegantemente inciso con lo stemma camaldolese raffigurante due colombe che si abbeverano ad un solo calice, espressione della comunione di vita comunitaria ed eremitica coniugata dalla congregazione camaldolese che, architettonicamente, si realizza nella compresenza nella stessa struttura, sia dell’eremo che del monastero (25/10/17 - 11/11/17 - 18/01/18).

007e/007i – Più a valle la Fonte del Porcareccio è una sorgente perenne che dà origine al fosso omonimo e che costituisce un Geosito di rilevanza locale, originato dal contatto tra arenarie su scisti impermeabili che, oltre che garantire la restituzione sorgiva, determinano la formazione di un’area pianeggiante con esteso ristagno idrico e formazione di una torbiera (10/02/11 - 1/05/13).

 

007l/007v - Il Passo Sodo alle Calle o La Scossa approfitta di una decisa sella dello spartiacque, riconoscibile anche in lontananza, per fare incrociare la via della Seghettina verso Ridràcoli tramite la Posticcia di Matteino e la Strada delle Pulci verso La Lama (così soprannominata dagli addetti al traino del legname per la noiosità del lungo tragitto in salita); qui pare sia stata rinvenuta qualche moneta del III secolo a.C. ed armi e Carlo Siemoni riferì di evidenti resti della massicciata romana (ma quel tipo di vie d’altura romane pare fossero in sterrato). A breve distanza, sulla pista che si ricollega con la direttrice che da Stia risale al Passo del Porcareccio, si trovano le Tre Fonti, una delle rare sorgenti della Giogana, secca nel getto storico, riattivato a lato. Mentre il passo è stagionalmente ravvivato dalle rosse infruttescenze del Sorbus aucuparia, Sorbo degli uccellatori, nei pressi vegetano i gentili ma velenosissimi cespugli di Daphne mezereum, Camalea, Fior di stecco, Mezereo, Pepe di monte, che con il disgelo producono minute ma profumatissime fioriture. Sotto il passo un riparo nonostante l’apparente precarietà ancora si offre al viandante (19/04/11 - 15/06/11 - 23/09/11 –23/10/11 – 9/03/11 – 16/07/13 - 21/07/13 – 15/05/14 - 16/07/17).

 

008a – 008b – Il Giogo Seccheta è un’ampia area di “imposto” del legname ancora oggi utilizzata oltre che antica via di transito (15/05/14 - 11/12/14).

 

008c/008l – Prato al Soglio è un’ampia prateria oggetto di particolare contenzioso tra i confinanti Opera del Duomo di Firenze e Monastero di Camaldoli, così vi si trovano numerosi cippi confinari, posti nel 1853 quando Leopoldo II acquistò le foreste, completi di idonea simbologia onde evitare equivoci: il calice indica il versante di proprietà camaldolese (13/01/11 – 10/02/11 - 19/04/11 - 15/06/11 - 23/10/11 – 1/05/13).

 

008m – 008n - Neografie da uno schizzo planimetrico di alcune zone controverse fra l’Opera del Duomo di Firenze ed il Monastero di Camaldoli poste sul crinale appenninico fra Poggio Scali e Badia Prataglia, risalente a circa la metà del XVIII secolo, conservato nell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze (cfr.: A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 31, cit.) e confronto tra tracciato viario e toponomastica nelle diverse epoche dove, tra l’altro, si nota che il Gioghetto è posto (v. successiva foto 011a) sul tratto di crinale tra Prato alla Penna e Beventi, oggi corrispondente al sito del Passo dei Fangacci, aspetto di interesse storico-religioso in quanto vi sarebbe transitato il fondatore dell’Eremo.

 

008o – Prato Bertone rappresenta un sito di antico utilizzo dove si innesta un sentiero verso l’Eremo di Camaldoli che si aggiunge alle numerose “vie bordonaie” o “dei legni” (9/03/11).

 

009a/009d – Il Gioghetto è il passo che collega più direttamente l’Eremo e La Lama, oggi raggiunto da comode piste forestali ma di antica e più difficoltosa percorrenza, anche in base alla tradizione storica camaldolese (28/12/10 – 2/02/11 - 9/06/14).

 

010a/010f – Prato alla Penna è una piccola prateria dove oggi si interrompe il comodo ed asfaltato tratto toscano della S.P.n.69 dell’Eremo, attrezzata con frequentatissima area di sosta utile anche per la frequentazione non invernale della Giogana, sito e toponimo di antiche origini probabilmente utilizzato come area di “imposto” del legname. Mentre il grande faggio, ormai malato e pericoloso, è stato abbattuto, vi si possono osservare stagionalmente intense fioriture di Asphodelus macrocarpus, Asfodelo mediterraneo, Porraccio (13/01/16 – 2/02/11 - 7/02/11 – 24/05/11 – 30/05/11).

 

011a – 011b – 011c – Il tratto abbandonato della Giogana a seguito della costruzione della provinciale dell’Eremo che raggiunge Badia Prataglia; la prima foto documenta il sito di valico presso il bivio del tracciato verso Poggio Tre Termini che, nei sec. XVIII e XIX, era noto come Gioghetto, l’ultima foto non è abbastanza esauriente per giustificare il toponimo attribuito al Passo dei Fangacci, che si intravede sul fondo (23/06/14).

 

011d/011g – L’innevamento evidenzia l’antico tratto di Giogana che giunge al Passo dei Fangacci, oggi ampia area di sosta anche frequentemente utilizzata per l’”imposto” del legname, completata dal noto Rifugio CAI Onorio Mellini - Fangacci (utilizzato su richiesta anche per più giorni) ed attrezzata con la ricostruzione (e evidente ricollocazione) dell’antica fonte del Gioghetto o dei Beventi (7/02/11 – 8/05/11 - 26/01/12).

011h – 011i – L’Aia di Guerrino, sito che corrisponde alla faggeta che prosegue sulla dx oltre il margine fotografico, come riportato nelle notizie veniva così descritto nel XIX sec.: scendendo alla fonte dei Beventi, o fonte del Gioghetto, s’incontra un termine nella strada che conduce in Romagna e seguitando la direzione di questo si sale ad un braccio dell’Appennino ove con altro termine confinano i Comunisti di Serravalle; come il Passo dei Fangacci è luogo oggi completamente modificato dal tratto romagnolo (opportunamente non asfaltato) della S.P. dell’Eremo, attrezzato con area di sosta frequentato da cercatori di funghi ed escursionisti in quanto ancora crocevia per varie direzioni (7/02/11 – 26/01/12.

 

011l – 011m – 011n – Nel proseguire sulla Giogana, poco dopo l’Aia di Guerrino conviene ritornare con una breve digressione sul Monte Penna (v. foto 01o) per raggiungere visivamente l’Adriatico (oltre il crinale con i monti Piano e Castelluccio), Rimini (oltre il crinale del M. Castelluccio, a dx), i monti di Perticara e Titano con S. Marino (oltre Poggio della Bertesca), da qui sempre possibile (meteo permettendo) a differenza di quanto ormai solo decantato riguardo Poggio Scali (7/02/11 - 13/01/16).

 

012a/012f – Attraverso l’antico Giogo, l’itinerario di crinale raggiunge prima Poggio allo Spillo, by-passandolo sul versante toscano, poi il Passo della Crocina, dove recentemente è stata aggiunta una croce metallica che è autentica opera d’arte (18/06/11 – 9/11/14).

 

013a – 013b – Poggio Rovino, già degli Sgnisci, avendolo appena aggirato sul versante toscano mostra il principio del ripido versante romagnolo che avvisa dell’imminente precipizio (29/08/11).

 

013c – Il Monte Cucco, poiché la sua vetta fa da confine, viene aggirato sul versante romagnolo (ornitonimo od oronimo, probabilmente dal latino cuculus e dal latino medievale cuccus, in romagnolo kók, è di origine onomatopeica, ma non si può escludere un relitto toponomastico dall’italiano cucco, cucuzzolo e dal latino cuccum, nel senso di escrescenza tondeggiante) (29/08/11).

 

013d/013i – Nel giungere al Passo dei Lupatti il crinale si restringe, ma si deve immaginare la morfologia del sito nel risalire verso Cima del Termine prima del taglio della trincea stradale, mentre il passo, che nella cartografia ottocentesca non compare come tale bensì si legge il toponimo La Donna Morta, sostanzialmente doveva trovarsi nel medesimo sito caratterizzato da una sella poco pronunciata e piuttosto ristretta  (25/01/11 - 7/01/12 – 26/05/16).

 

013l/013p – Il tratto tra il Passo dei Lupatti e Cima del Termine, già Terminone, non è particolarmente disagevole e l’area di passo, dove si “svolta”, ovvero iniziano le Rivolte di Bagno, è caratterizzato da dolci pendenze, come anche da lontano appare lo stesso monte (21/04/11).

 

013q – 013r – 013s – Pur essendo terminato il tratto di Giogana in corrispondenza delle Valli del Bidente, il tragitto agevole invoglia a raggiungere Poggio Lombardona, segnalato da un ampio pendio in erosione, per affacciarsi sulla Valle del Savio, osservare gli Scalacci, spingere la vista fino al Còmero e al Fumaiolo (21/04/11).

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