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Maestā Madonna della Foresta

inserita da Bruno Roba
Comune : Santa Sofia
Tipo : maestā
Altezza mt. : 1296
Coordinate WGS84: 43 51' 36" N , 11 44' 38" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (4/09/2018)

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, la Valle del Bidente di Campigna riguarda un ramo fluviale occidentale ed intermedio delimitato ad Ovest, dal contrafforte secondario che si stacca dal gruppo del Monte Falco, si dirige verso Poggio Palaio, digrada con la Costa Poggio dei Ronchi verso Tre Faggi, come crinale di Corniolino risale verso il Monte della Maestà, quindi termina a Lago; ad Est, dal contrafforte secondario che si distacca da Poggio Scali e che, disegnata la sella di Pian del Pero ed evidenziata una sequenza di rilievi (tra cui i Poggi della Serra e Capannina, l’Altopiano di S. Paolo in Alpe, Poggio Squilla), termina digradando al ponte sul Fiume Bidente di Corniolo presso Isola, costretto dalla confluenza del Fiume Bidente di Ridràcoli. Da Poggio Squilla si distacca un’altra dorsale che, declinando a Nord, precipita verso Corniolo mentre un costone delimitato dall’incisione del Fosso delle Cerrete dopo Poggio Aguzzo punta anch’essa verso Lago.

Lo spartiacque appenninico compreso tra il complesso dei Monti Falterona/Falco e Poggio Scali corre su altitudini minime sempre superiori ai m. 1300 e massime fino ai m. 1654-1657-1520 di detti rilievi, con abbassamento ai m. 1296 solo in corrispondenza del valico della Calla, il più elevato dello spartiacque, laddove, nell’assottigliarsi e convergere, le prime pendici occidentali del Poggione e le prime pendici orientali del Monte Gabrendo, creano quell’ampia ed utile sella. Come gli altri, anche l’alto bacino idrografico di Campigna racchiuso tra tali diramazioni montuose mostra inoltre una morfologia nettamente differenziata tra opposti versanti dovuta alla diversa giacitura e disgregabilità dell’ambiente marnoso-arenaceo, con i versanti meno acclivi spesso denudati ed evidenzianti la stratigrafia o rivestiti da bosco rado o rimboschimenti, fino al versante a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico dove conseguono fortissime pendenze modellate dall’erosione con formazione di canaloni fortemente accidentati, con distacco detritico e lacerazioni della copertura forestale. A tale asprezza morfologica si contrappone il potente risalto di ampi tratti della stessa giogana appenninica, caratterizzati dalla generale morbidità dei crinali dovuta alla lentezza dell’alterazione delle grandiose banconate arenacee, la cui superficie coincide, appunto, con quella della stratificazione.

L’intero sistema dei crinali, nelle varie epoche, ha avuto un ruolo cardine nella frequentazione del territorio: «[…] in antico i movimenti delle popolazioni non avvenivano “lungo le valli dei fiumi, […] bensì lungo i crinali, e […] una unità territoriale non poteva essere una valle (se non nelle Alpi) bensì un sistema montuoso o collinare. […] erano unità territoriali il Pratomagno da un lato e l’Appennino dall’altro. È del tutto probabile che in epoca pre-etrusca esistessero due popolazioni diverse, una sul Pratomagno e i suoi contrafforti e un’altra sull’Appennino e i suoi contrafforti, e che queste si confrontassero sulle sponde opposte dell’Arno […].» (G. Caselli, 2009, p. 50, cit.). Già nel paleolitico (tra un milione e centomila anni fa) garantiva un’ampia rete di percorsi naturali che permetteva ai primi frequentatori di muoversi e di orientarsi con sicurezza senza richiedere opere artificiali. Nell’eneolitico (che perdura fino al 1900-1800 a.C.) i ritrovamenti di armi di offesa (accette, punte di freccia, martelli, asce) attestano una frequentazione a scopo di caccia o conflitti tra popolazioni di agricoltori già insediati (tra cui Campigna, con ritrovamenti isolati di epoca umbro-etrusca, Rio Salso e S. Paolo in Alpe, anche con ritrovamenti di sepolture). In epoca romana i principali assi di penetrazione si spostano sui tracciati di fondovalle, che tuttavia tendono ad impaludarsi e comunque necessitano di opere artificiali, mentre i percorsi di crinale perdono la loro funzione portante, comunque mantenendo l’utilizzo da parte delle vie militari romane, attestato da reperti. Tra il VI ed il XV secolo, a seguito della perdita dell’equilibrio territoriale romano ed al conseguente abbandono delle terre, inizialmente si assiste ad un riutilizzo delle aree più elevate e della viabilità di crinale con declassamento di quella di fondovalle. Lo stato di guerra permanente porta, per le Alpes Appenninae l’inizio di quella lunghissima epoca in cui diventeranno anche spartiacque geo-politico e, per tutta la zona appenninica, il diffondersi di una serie di strutture difensive, anche di tipo militare/religioso o militare/civile, oltre che dei primi nuclei urbani o poderali, dei mulini, degli eremi e degli hospitales. Successivamente, sul finire del periodo, si ha una rinascita delle aree di fondovalle con un recupero ed una gerarchizzazione infrastrutturale con l’individuazione delle vie Maestre, pur permanendo grande vitalità le grandi traversate appenniniche ed i brevi percorsi di crinale. Il quadro territoriale più omogeneo conseguente al consolidarsi del nuovo assetto politico-amministrativo cinquecentesco vede gli assi viari principali, di fondovalle e transappenninici, sottoposti ad intensi interventi di costruzione o ripristino delle opere artificiali cui segue, nei secoli successivi, l’utilizzo integrale del territorio a fini agronomici alla progressiva conquista delle zone boscate ma p. es., nel Settecento, chi voleva salire l’Appennino da S. Sofia, giunto a Isola su un’arteria selciata larga sui 2 m trovava tre rami che venivano così descritti: per il Corniolo «[…] è una strada molto frequentata ma in pessimo grado di modo che non vi si passa senza grave pericolo di precipizio […] larga a luoghi che in modo che appena vi può passare un pedone […]», per Ridràcoli «[…]composto di viottolo appena praticabili […]» e per S. Paolo in Alpe «[…] largo in modo che appena si può passarvi […].» (Archivio di Stato di Firenze, Capitani di Parte Guelfa, cit. da: L. Rombai, M. Sorelli, La Romagna Toscana e il Casentino nei tempi granducali. Assetto paesistico-agrario, viabilità e contrabbando, in: G.L. Corradi e N. Graziani - a cura di, 1997, p. 82, cit.); oppure: «[…] a fine Settecento […] risalivano […] i contrafforti montuosi verso la Toscana ardue mulattiere, tutte equivalenti in un sistema viario non gerarchizzato e di semplice, sia pur  malagevole, attraversamento.» (M. Sorelli, L. Rombai, Il territorio. Lineamenti di geografia fisica e umana, in: G.L. Corradi - a cura di, 1992, p. 32, cit.). Un breve elenco della viabilità ritenuta probabilmente più importante nel XIX secolo all’interno dei possedimenti già dell’Opera del Duomo è contenuto nell’atto con cui Leopoldo II nel 1857 acquistò dal granducato le foreste demaniali: «[…] avendo riconosciuto […] rendersi indispensabile trattare quel possesso con modi affatto eccezionali ed incompatibili con le forme cui sono ordinariamente vincolate le Pubbliche Amministrazioni […] vendono […] la tenuta forestale denominata ‘dell’Opera’ composta […] come qui si descrive: […]. È intersecato da molti burroni, fosse e vie ed oltre quella che percorre il crine, dall’altra che conduce dal Casentino a Campigna e prosegue per Santa Sofia, dalla cosiddetta Stradella, dalla via delle Strette, dalla gran via dei legni, dalla via che da Poggio Scali scende a Santa Sofia passando per S. Paolo in Alpe, dalla via della Seghettina, dalla via della Bertesca e più altre.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 163-164, cit.). Così, se al diffondersi dell’appoderamento si accompagna un fitto reticolo di mulattiere di servizio locale e intorno alle metà dell’800 le aree collinari della Romagna toscana e alcune vallate avevano raggiunto un relativo grado di sviluppo essendo ormai dotate di una rete di strade rotabili abbastanza ampia, perdurava invece l’isolamento del settore più orientale, con le valli del Bidente e del Savio ancora prive di carrozzabili per la Toscana e il luogo del passo era detto semplicemente Calla di Giogo, o Calla a Giogo, come si può leggere nel bando della Bandita di Campigna in Romagna del 1645: «[…] Calla di Giogo cioè dove per la strada della Fossa che viene da Pratovecchio in Campigna si passa di Toscana in Romagna sul giogo appennino, qui appunto dove si dice alla Calla a giogo […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 124-125, cit.). Tra i miglioramenti infrastrutturali, dopo il 1850 e per le comodità granducali, il Siemoni fece sistemare e lastricare il tratto di mulattiera che raggiungeva il valico, transitando per gli Occhi Bui e la Croce del Piccino, infatti nota come Mulattiera del Granduca, ancor’oggi riconoscibile per i consistenti tratti selciati che resistono all’abbandono. La Carta Geometrica della Regia Foresta Casentinese e adiacenze (datata 1850 e conservata presso il Nàrodni Archiv Praha), tra gli assi viari convergenti sul passo dal versante romagnolo, oltre ad essa registrava nell’area la presenza esclusiva di Strade dette dei legni per il trasporto dei medesimi, evidentemente utili anche come infrastrutture generali. Dal crinale occidentale non vi pervenivano piste di sorta, infatti la nota e frequentata Stradella scendeva con un lungo giro a Campigna passando da La Stretta o Via delle Strette, oggi S. Vic.le Fonte al Bicchiere, deviando dai «[…] bei prati della Stradella […], in mezzo ai quali sorge un capannone di pietra, detto la Burraia, conosciuta pel suo buon latte e squisitissimo burro. Più sotto si vede la gran fattoria di Campigna circondata a nord da una bellissima foresta di abeti, mentre al di sopra della Stradella s’innalza il poggio Caprenno, che gareggia in altezza con quello della Falterona. Dal lato nord-est di poggio Caprenno per un sentiero sassoso si scende alla Calla […]» (C. Beni, 1881, pp. 55-56, cit.) (NB.: il Caprenno oggi è il Gabrendo). Per la realizzazione delle prime grandi strade carrozzabili transappenniniche occorrerà attendere tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX; negli anni ’30 del ‘900 verrà costruita la rotabile transappenninica tra S. Sofia, Stia e il Casentino attraverso il Passo della Calla, inaugurata il 27 ottobre 1932 ed asfaltata solo nella seconda metà del secolo scorso (ma se la prima tavoletta I.G.M. in scala 1:50.000, rilevata nel 1894, mostrava con evidenza il tracciato della Mulattiera del Granduca che si sviluppava tra Campigna e il valico, interrompendosi oltre tali limiti, la prima tavoletta in scala 1:25.000, rilevata nel 1937, mostrava ormai saldato il tracciato della nuova rotabile sul versante toscano ma ancora mancante quello da Campigna al Monte della Maestà).

Il Passo della Calla «[…] è il varco più basso dell’Appennino, per cui passa la mulattiera che da Stia conduce nella vicina Romagna. Da questo punto, sempre in direzione di levante, passato il Pian delle Carbonaie, e Pian Tombesi, la montagna comincia a farsi imponente per maestose piantate di faggio, grandi scogliere, e profondi burroni. Non lungi è il Piano della Malanotte, che offre dei punti di vista ove il ridente e l’orrido si alternano vagamente, e si uniscono per formare i più bei quadri della natura. […] Ma giunti dopo pochi passi al Canal del Pentolino, un nuovo spettacolo si presenta allo sguardo: un profondo abisso, alla cui estremità rumoreggia un torrente, rupi sospese, precipizi fiancheggiati da folte macchie, e questo selvaggio orrore temperato dalle più pittoresche creazioni della natura! Io credo che nelle nostre montagne non possano desiderarsi luoghi più belli. Proseguendo oltre, si giunge in breve al più elevato vertice di questa parte dell’Appennino, detto Poggio Scali […] dove pure si gode lo spettacolo di una bella e svariata prospettiva.» (C. Beni, 1881, p. 56, cit.). Il termine calla anticamente aveva il semplice significato di varco, come concordano due autori, P.L. della Bordella: «[…] ”Calla, id est stretta via”, “calles”, in latino significa propriamente viottoli stretti fatti dal callo … de’ piè degli animali, onde dichiamo ‘calle’ … […]» (C. Landino, Purg. IV, 22, cit. da: P.L. della Bordella, 2004, p. 208, cit.) e G. Caselli: «[…] sono certo che deriva dal teutonico KALLA, un apposito passaggio in una siepe dove si contano le pecore per far pagare la dogana. […] ovvero: luogo dove si “chiamano” (kall), o contano le bestie che vanno o vengono dai pascoli.» (G. Caselli, 2009, pp. 144, 193, cit.). L’uso del termine venne “istituzionalizzato” con gli statuti comunali e statali quattro-cinquecenteschi: infatti, prima dell’abolizione della dogana dei Paschi e la liberalizzazione della transumanza (1778) una serie di “passi” o “calle” di dogana, assoggettati ai vincoli del regime mediceo-granducali, vennero disposti a raggiera a sud dell’arco montano e sullo stesso, lungo percorsi transitanti fino alle estreme terre di transumanza: «[…] sicuramente dal varco della Calla, il cui significativo toponimo indica – come quello del Sodo alle Calle, presso l’altro punto di valico del Giogo Seccheta – un evidente tracciato di transumanza lungo una direttrice in cui venivano in parte a coincidere vie dei pastori, “vie dei legni” e vie di altro uso pubblico (“via da Stia per Campigna e S. Sofia”).» (L. Rombai, M. Sorelli, La Romagna Toscana e il Casentino nei tempi granducali. Assetto paesistico-agrario, viabilità e contrabbando, in: G.L. Corradi e N. Graziani - a cura di, 1997, p. 51, cit.). «Pastori e bestiame che andavano a passare l’inverno in Maremma avevano certe strade prescritte dall’Appennino fino in Maremma, dette strade doganali. A passare dal Fiorentino dovevano pagare un tanto per testa di gabella anche sul bestiame piccolo che facevano contare. […] Nell’entrare in Maremma vi erano altre dogane dette Calle: a queste bisognava presentarsi, far contare il bestiame e pigliar le polizze.» (Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, 1774, vol. III, p. 26, cit. da P. Marcaccini, L. Calzolai, La pastorizia transumante, in: N. Graziani - a cura di, 2001, p. 114, cit.). La Calla è ancora detta un’ampia area delle pendici SE del M. Gabrendo, ricadente nel versante toscano, dove probabilmente si ammassava il bestiame in attesa della conta.

In questo contesto storico, benché ormai del tutto trasformato, si trova la moderna maestà detta Madonna della Foresta, abilmente ed artisticamente ricavata da una grande sezione cava di tronco d’albero. Riguardo l’assetto circostante, mentre l’edificio della dogana, già temporaneamente riutilizzato come casa cantoniera, è ridotto a rudere (posto in vendita dalla Regione Toscana, settembre 2017, è iniziato -2018- il recupero), il passo oggi è attrezzato da un ampio parcheggio, anche per autocaravan-camper; vi sorgono la struttura in legno del ristorante I Faggi ed il Rifugio CAI La Calla. Vi si trova inoltre il Monumento a Dante Alighieri e il Memoriale Pio Campana medaglia d’argento della Resistenza.

Per approfondimenti si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Campigna e/o relative a monti e insediamenti citati.

N.B.: Nel passato anche recente l’ambiente montano veniva visto soprattutto nelle sue asperità e difficoltà ed avvertito come ostile non solo riguardo gli  aspetti climatici o l’instabilità dei suoli ma anche per le potenze maligne che si riteneva si nascondessero nei luoghi più reconditi. Dovendoci vivere si operava per la santificazione del territorio con atteggiamenti devozionali nell’utilizzo delle immagini sacre che oltre che espressioni di fiducia esprimevano anche un bisogno di protezione con una componente esorcizzante. Così lungo i percorsi sorgevano manufatti (variamente classificabili a seconda della tipologia costruttiva come pilastrini, edicole, tabernacoli, capitelli, celletta, maestà) la cui realizzazione, oltre che costituire punti di riferimento scandendo i tempi di percorrenza (p.es., recitando un numero prestabilito di “rosari”), rispondeva non solo all’esigenza di ricordare al passante la presenza protettiva e costante della divinità ma svolgeva anche una funzione apotropaica. Spesso recanti epigrafi con preghiere, sollecitazioni o riferimenti ad avvenimenti accaduti, oggi hanno un valore legato al loro significato documentario.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

C. Beni, Guida illustrata del Casentino, Brami Edizioni, Bibbiena 1998, rist. anast. 1^ Ed. Firenze 1881;

G. Caselli, Il Casentino da Ama a Zenna, Accademia dell’Iris - Barbès Editore, Firenze 2009;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

G.L. Corradi e N. Graziani (a cura di), Il bosco e lo schioppo. Vicende di una terra di confine tra Romagna e Toscana, Le Lettere, Firenze 1997;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Foreste Casentinesi, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2012;

Carta Escursionistica, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba

Al km 24 della SP 310 del Bidente, a 27 km da Santa Sofia e 68 km da Forlì.

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001 – 002 –La S.P. 4 del Bidente offre molteplici panoramiche e scorci della testata della valle del Bidente e delle dorsali che la compenetrano, ma del Passo della Calla si distingue solo lo skiline (20/05/18).

 

003 - Dal crinale che da grecale delimita la valle del Fosso di Ristèfani, la distanza e la quota mostra un ampio tratto dello spartiacque inciso dal Passo della Calla in allineamento con l’asse di fondovalle del Bidente di Campigna; tale aspetto orografico, evidentemente noto anche ai frequentatori dell’antichità, non si rivelò esauriente per i transiti, forse neanche in epoca romana, quando la viabilità si spostò nei fondovalle, sicuramente proprio per caratteristiche morfologiche delle opposte valli ivi convergenti. A parte i transiti obbligati della transumanza provenienti che qui si dovevano concentrare, che ne determinarono il toponimo, gli spostamenti privilegiarono sempre i crinali adiacenti mentre la principale Via dei Legni, per il trascinamento delle grosse pezzature dall’area di Campigna in direzione del porto di Pratovecchio e la fluitazione in Arno, scavalcava lo spartiacque presso il Monte Gabrendo, sulla sella dei prati della Burraia (25/04/18).

 

004 – Giungendo dalla Giogana, la maestà Madonna della Foresta si intravede nascosta tra la vegetazione delle prime pendici del M. Gabrendo (24/05/11).

 

005 – Opportunamente “traslocato” il cassonetto e “rimosso” il pannello segnaletico, il maggiore ordine consente di individuare la maestà stagionalmente non occultata dalla vegetazione (11/01/12).

 

006/010 – Poco evidente ma suggestiva è la Maestà detta Madonna della Foresta, abilmente e artisticamente ricavata da un grosso tronco cavo (21/06/11).

Innocent