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Palestrina

Tipo : fabbricato non pių esistente
Altezza mt. : 763
Coordinate WGS84: 43 51' 26" N , 11 50' 32" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (14/10/2019)

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose strutturate a pettine, proiettate verso l’area padana secondo linee continuate e parallele che si prolungano fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km: dorsali denominate contrafforti, terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme di tali rilievi: «[…] il crinale appenninico […] della Romagna ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 9, cit.). L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, ad Est, da Cima del Termine; in quell’ambito si staccano due contrafforti secondari e vari crinali e controcrinali minori delimitanti le singole vallecole del bacino idrografico.

In particolare, la Valle del Fiume Bidente di Ridràcoli riguarda quel ramo intermedio del Bidente delimitato, ad Ovest, dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che si distacca da Poggio Scali e che subito precipita ripidissimo disegnando la sella di Pian del Pero, serpeggiante evidenzia una sequenza di rilievi (i Poggi della Serra e Capannina, l’Altopiano di S.Paolo in Alpe, Poggio Squilla, Ronco dei Preti e Poggio Collina, per terminare con Poggio Castellina) fino a digradare presso il ponte sul Fiume Bidente di Corniolo a monte di Isola, costretto dalla confluenza del Fiume Bidente di Ridràcoli. Ad Est la valle è delimitata dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che si diparte da Poggio allo Spillo (collegando Poggio della Bertesca, Croce di Romiceto, i Monti Moricciona, La Rocca, Marino, Pezzoli e Carnovaletto) per concludersi con il promontorio della Rondinaia digradando a valle di Isola costretto dalla confluenza del Fiume Bidentino o Torrente Bidente di Fiumicino nel Fiume Bidente. La Rondinaia è nota per il castello con la sua torre «[…] baluardo di antica potenza, elevato fin dai tempi romani alla difesa contro le orde barbariche che dal nord d’Europa scendevano a depredare le belle contrade d’Italia.» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 274).

Il bacino idrografico, di ampiezza molto superiore rispetto alle valli collaterali e che vede il lago occupare una posizione baricentrica con l’asta principale fluvio/lacustre f.so Lama/invaso/fiume posizionata su un asse mediano Nord-Sud, mostra una morfologia molto differenziata rispetto al suo baricentro. L’area sorgentifera, con la realizzazione dell’invaso artificiale, si differenzia tra quella che lo alimenta e quella a valle della diga che alimenta direttamente il fiume. A monte l’area imbrifera si amplia estendendosi da Poggio Scali fino al Passo della Crocina mostrando, specie nella parte a ridosso delle maggiori quote dello spartiacque appenninico (la c.d. bastionata di Campigna-Mandrioli), fortissime pendenze modellate dall’erosione e dal distacco dello spessore detritico superficiale con conseguente crollo dei banchi arenacei, lacerazione della copertura forestale e formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante (Frana Vecchia, 1950, e Frana Nuova, 1983-1993, sempre attiva, di Sasso Fratino). Il reticolo idrografico confluisce in cinque corsi d’acqua principali che costituiscono i corrispondenti bracci lacustri di cui si compone il lago. Essi sono il Fosso delle Macine, poi di Campo alla Sega, il Fosso degli Altari e il Fosso della Lama, tranne l'ultimo provenienti dal tratto di bastionata interna alla Riserva Integrale di Sasso Fratino. Quindi l’asta torrentizia costituita dalla sequenza dei Fossi del Ciriegiolone, dell’Aiaccia e del Molinuzzo, proveniente dall’anfiteatro generato dal distacco del contrafforte secondario nel distaccarsi dallo spartiacque appenninico a Poggio Scali. Infine il Fosso del Molino, che raccoglie il reticolo idrografico generato dal contrafforte distaccatosi da Poggio allo Spillo. L’invaso occupa l'antico primo tratto del Fiume Bidente compreso tra le sue origini, determinate dalla confluenza dei Fossi della Lama e del Molino, e le confluenze, rispettivamente in sx e dx idrografica, dei Fossi del Molinuzzo e dei Tagli, tra le quali si situa la diga. Il versante orientale del lago, in dx idrografica, è costituito dalle ripide pendici del Monte Cerviaia, con la sua appendice del Monte Palestrina, da cui provengono i Fossi del Fontanone, Fossone, del Casamentino e dell’Orso, oltre un fitto reticolo idrografico. Secondo la morfologia pre-lacustre, gli innumerevoli sproni del versante occidentale del Cerviaia, alternativamente contrapposti alle lunghe ed imponenti dorsali provenienti direttamente dallo spartiacque appenninico, determinarono quella che era la profonda e sinuosissima gola del primo tratto del Bidente, come si può notare dalla cartografia storica.

Tali luoghi si sono trovati in qualche modo coinvolti dalla storia nell’evoluzione del ciclo delle acque di Ridràcoli, note e sfruttate fin dall’antichità in tutta la Romagna. Lo stesso toponimo deriverebbe dal latino Rivus Oracolum o Oraculorum per la probabile presenza presso il torrente di un piccolo tempio pagano con sibilla oracolante, ipotesi comunque verosimile e conforme alla leggenda della Sibilla appenninica delle vicine montagne marchigiane. Già nel II secolo d.C. le problematiche legate al reperimento delle risorse idriche e soprattutto alle necessità di Ravenna e del porto di Classe portarono l’Impero Romano alla realizzazione di un imponente acquedotto che sfruttava il flumen aqueductus Bidente; tracce di esso si trovano negli scritti antichi ed essenzialmente nella toponomastica locale. Dopo un lunghissimo interregno, negli anni ’30 del XX secolo le esigenze della civiltà moderna portano ad effettuare i primi studi per localizzare una diga nell’Alto Appennino forlivese e, nei primi anni ‘60, al fine di fornire risorse idriche sufficienti alle aree di Forlì e Ravenna e alla fascia costiera romagnola, viene individuata l’area a monte di Ridràcoli come idonea per l’imbrigliamento delle acque dell’alto corso del Bidente (oltre ad altre risorse idriche tramite condotte sotterranee), con conseguente realizzazione dell’opera tra il 1975 e il 1982. Oggi, come probabilmente il lago artificiale ha alterato il microclima dell’anfiteatro della Lama, portando variazioni nell’assetto vegetazionale con un diverso equilibrio a vantaggio delle specie oceaniche (faggio) in confronto a quelle continentali, così l’ambiente circostante è stato modificato da viabilità ed opere connesse alla diga e diversi edifici, acquisiti dalla Romagna Acque-Società delle Fonti S.p.A., hanno subito modifiche e/o riutilizzi a fini turistici.

È così scomparso quasi l’intero tracciato della mulattiera comunale e sono scomparsi ponti e guadi che attraversavano il Fiume Obbediente (come era anticamente classificato), come il Ponte alla Forca e il Ponte a Ripicchione, quest’ultimo comparente in una mappa del 1637 e citato nel Contratto livellario del 1840 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli relativo ad uno dei poderi scomparsi: «N. 8 - Podere di Lagacciolo […] Terreni. Un solo tenimento di terra tutta giacente in poggio ed in una pendice scoscesa  inclinata sul torrente Bidente rivolta al sud est intersecata da più e diversi fossi e borri […] ed è riconosciuto per i vocaboli: Lagacciolo, Ponte Ripicchione, la Ripa dei Corvi, i Bruciati, i Ronchi Vecchi, Balzoni, Poggio della Gallona ed il Prato dei Ciliegi.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 518, 519, cit.). Il ponte era posto subito a valle della confluenza del Fossato del Ciregiolo (oggi Fosso del Molinuzzo) nel fiume, quindi proprio nel luogo dove oggi sorge la diga ma probabilmente nel XIX sec. ne rimaneva solo il toponimo, infatti non compare nel cartografia dell’epoca, a differenza del Ponte alla Forca. Ancora negli ultimi anni prima dell’innalzamento delle acque dell’invaso in quei luoghi esistevano due stradelli, uno seguiva il corso del Bidente attraversandolo ben 33 volte, ma era praticabile solo in caso di scarsità idrica, l’altro era la mulattiera comunale, larga e ben massicciata, che si distaccava dalla Mulattiera di Ridràcoli, già Strada che dal Castello di Ridracoli conduce alla Chiesa della Casanova, come dall’ottocentesco Catasto Toscano. Scavalcato con un ponte in legno il Fosso dei Tagli passava sotto un arco del mulino omonimo quindi ne costeggiava il bottaccio. Giunta all’altezza del Fosso del Molinuzzo«In quel punto il fiume era particolarmente ricco d’acque e per raggiungere la riva opposta i ridracolini avevano studiato un particolare marchingegno che chiamavano “la teleferica”. Salivano infatti su di un carrello portante, una specie di rudimentale funicolare composta da due fili d’acciaio […]. Situata qualche metro sopra il livello dell’acqua non era poi troppo scomoda e neanche troppo pericolosa. Vi si saliva in tre o quattro persone per volta ed era necessaria per recarsi alle Celluzze ed alle altre case poste oltre il fiume […] sul suo percorso incontrava un’altra fonte detta “dei bisernini” […]. Dal Logacciolo la mulattiera ricominciava a salire abbastanza rapidamente. Incontrava una piccola croce in ferro battuto […]. Oltrepassate le Case di Sopra, un breve tratto  in discesa permetteva di raggiungere la riva del Bidente che veniva attraversato grazie ad un ponticello in legno. Oltre il ponte la mulattiera correva pianeggiante verso le case della Forca, quindi incontrava un nuovo ponte, quello della Seghettina, in pietra con tre travi di ferro portanti, che permetteva nuovamente l’attraversamento del Bidente.» (C. Bignami, 1995, pp. 91-94, cit.). Superato il Ponte alla Forca, o della Seghettina, si imboccava l’importante Strada che dalla Seghettina va a Stia, attraverso il Passo Sodo alle Calle o La Scossa. Mentre a volte riemerge Le Celluzze, sul braccio lacustre del Fosso del Molinuzzo, sono del tutto sommersi sia la casa detta La Forca che il Molino della Forca, Verghereto o Vergherete e Il Lagacciolo o Lagacciole o Logacciolo, questo unico insediamento in sx idrografica. Il toponimo forca, dal latino classico furca, ae = forca, strada a bivio e forcelle montana (A. Polloni) era probabilmente dovuto o alla viabilità che, oltre il ponte omonimo, si biforcava con detto tracciato di crinale e con uno di fondovalle che poi risaliva verso l’Ammannatoia ed oltre, oppure alla biforcazione fluviale con il Fosso Campo alla Sega.

Il versante montano della Cerviaia ha consentito di dare ospitalità agli insediamenti in dx idrografica, uno riutilizzato a scopo turistico essendo più facilmente raggiungibile, altri ridotti a rudere o scomparsi. Gli insediamenti superstiti sono la settecentesca Ca di Sopra o Case di Sopra e La Casetta detta anche Cà Margheritini, il primo rifugio gestito con possibilità di ristoro, il secondo fatiscente e non utilizzato. Di Le Faitelle, già Le Faltelle, e Pratalino, già Il Pratalino, residuano i ruderi, mentre di Palestrina, già La Palestrina e Casamentino, rimangono poche pietre. Il Molino di Sopra o della Teresona o dei Tagli, posto presso la confluenza del Fosso dei Tagli nel Bidente, collocato non lontano dalla diga ed espropriato in conseguenza della sua costruzione, è stato recuperato ad uso della Romagna Acque-Società delle Fonti S.p.A.

Palestrina è situato su un terrazzo morfologico del versante occidentale del Monte Palestrina prospiciente il lago. La toponomastica è derivata da un termine oggi utilizzato anche per definire un sito idoneo per praticare l’arrampicata alpinistica, derivato dal greco palàistra, da palàiein = lottare, presso gli antichi greci e romani luogo, specialmente all’aperto, destinato agli esercizi ginnici: tali caratteristiche geomorfologiche sono evidenziate dal versante orientale del monte, dove affiorano le inospitali stratificazioni a “reggipoggio” tipiche della giacitura marnoso-arenacea dell’Appennino romagnolo, mentre nell’opposto versante a “franapoggio”, che mostra pendenze minori per quanto fortemente accidentate, sproni e canaloni difficilmente praticabili si alternano a vallecole e terrazzi morfologici (nelle descrizioni antiche definiti “poggi”) dove sono stati possibili gli insediamenti colonici. Si trova documentato tra i possedimenti già di proprietà dell’Opera del Duomo di Firenze in Romagna (il luogo rientrava infatti tra i beni sottratti ai conti Guidi dalla Repubblica fiorentina ed “assegnati in perpetuo” all’Opera di S. Maria del Fiore). L’Opera, avendo preso possesso delle selve “di Casentino e di Romagna” dove desiderava evitare nuovi insediamenti, aveva costatato che, sia nei vari appezzamenti di terra lavorativa distribuiti in vari luoghi e dati in affitto o enfiteusi sia altrove, si manifestavano numerosi disboscamenti e roncamenti non autorizzati. Dalla fine del 1510 intervenne decidendo di congelare e confinare gli interventi fatti, stabilendo di espropriare e incorporare ogni opera e costruzione eseguita e concedere solo affitti quinquennali. I nuovi confinamenti vennero raccolti nel “Libro dei livelli e regognizioni livellarie in effetti” che, dal 1545 al 1626 così costituisce l’elenco più completo ed antico disponibile. La citazione più antica relativa a questo luogo, ripresa da detto elenco, risale al 1545: «[…] dei livelli che l’Opera teneva in Romagna […] se ne dà ampio conto qui di seguito […] 1545 […] – Una presa di terra in luogo detto la Fossetta e la Fossa del Maltempo confina col luogo detto la Palestrina e sono some 14.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 149, cit.). Un nuovo accurato elenco è relativo al 1637: «1637 – Nota dei capi dei beni che l’opera è solita tenere allivellati in Romagna e Casentino e sono notati col medesimo ordine col quale fu di essi fatta menzione nella visita generale che ne fu fatta l’anno 1631: […] 40) Felcetino e Fossette terre tenute da redi di Antonio di Santino detto il Cordovano. L’anno 1636 il Felcetino fu distinto e separato dalle Fossette perché quello fu unito al Podere del Castelluccio e queste furono unite al podere della Palestrina […] 46) Palestrina, podere tenuto da Romolo Marianini […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 410-411, cit.). Da una relazione del 1652 emerge che «La terza parte delle selve dell’Opera succede sotto Campigna a levante e contiene […] Palestrina […]. In questi luoghi abbiamo trovato molti grossissimi e altri altra volta osservati e segnati per alberi di Galeazza e galeoni sino nel 1634 e vi si vede ancora qualche antenna di trinchetto con molte abetelle vegnenti benissimo. Ma perché questi luoghi sono stati sempre stimati così aspri e dirupati che non sia da sperare addirizzarvi strade per cavarne legni tondi, l’opera se n’è servita per legni quadri […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 263, 267, 268, cit.). Successivamente compare documentato in una relazione del 1677: «[…] siccome li poderi di Romagna appresso notati cioè […] la Palestrina che tiene a fitto Benedetto Gressi […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977 , p. 329, cit.). Da un decreto del 1727 si apprende che, essendo stati disdetti, è stato pubblicato il bando per affittare alcuni poderi: «Esposti di nuovo all’incanto […] restò affittato quello di Valdoria e ronche a Simone di Matteo Conti […] e fu confermato Francesco Rossi […] nel fitto del Podere Romiceto e nel fitto del Podere della Palestrina […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 345, cit.). Nel 1789, da una relazione sui canoni da stabilirsi, risulta che i: «I poderi […] Palestrina […] sono situati alle falde di vasto circondario delle selve d’abeti e sembra che sieno stati fabbricati in detti luoghi per servire di custodia e per far invigilare dai contadini di detti poderi […] non ardirei mai di far proposizione di alienarli ma […] come si rileva chiaramente dalla loro posizione servendo di cordone e custodia alle macchie medesime […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 441, 442, cit.). Nell’Archivio dell’Opera si trova una documentazione non datata, comunque di fine ‘700, contenente una descrizione delle case rurali dei poderi di appartenenza, tra cui la «[…] Casa del podere della Palestrina: Piano a terreno – Contiene una stalla per le vacche ed altra stalla per le pecore. Piano a palco – Si entra in una loggetta chiusa che serve da telaio di faccia alla quale è il forno, da questa loggetta si passa a una stanza soffittata con il camino.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 447-448, cit.). Nel Contratto livellario stipulato nel 1818 tra l’Opera e il Monastero di Camaldoli si trova un’ulteriore descrizione dei fabbricati: «Tutta questa tenuta  […] è composta dai seguenti terreni cioè […] 15° Podere denominato della Palestrina […] con casa da lavoratore composta di poche stanze tutte in pessimo stato e minacciano rovina.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 471, cit.). Sciolto d’imperio il contratto del 1818 per inadempienze nell’applicazione di un rigoroso regime forestale ai possedimenti dell’Opera, nel 1840 il Granduca fece stipulare un nuovo Contratto livellario con il Monastero di Camaldoli, così si trova un’ulteriore, ed ora estremamente precisa, descrizione del podere e dei fabbricati: «N. 10 - Podere di Palestrina […] lavorato dalla famiglia colonica di Agostino Rossi. Casetta colonica. Questa situata sulla vetta di un poggio il quale tiene le stessa denominazione, si compone nel suo piano terreno di un porcile sottoposto al forno e di due stalle con ingresso esterno che una per le vaccine e per le pecore l’altra. Il piano superiore ha una loggetta ove corrisponde la bocchetta del forno e questo lateralmente dà accesso alla cucina corredata di camino e dell’acquaio la quale ha contigua una cameretta a tetto. Lo stato nel quale si ritrova questa fabbrichetta è rovinoso eccettuata l’indicata loggetta, forno e stalletto sottoposto per cui occorre ricostruire tale stanza di nuovo. Separata vi esiste una piccola loggia essa pure in cattivo stato ed intorno vi sono l’aia sterrata e i resedi ed un piccolo orticello cinto da infrascata. Terreni. Di un solo tenimento si compone questo podere tutto giacente in poggio nella massima parte costituito in balzo, scosceso, intersecato dal Fosso del Ciliegio, dall’altro delle Bruciatelle e da altri minori borratelli, viottoli e stradelle. È questo conosciuto per i vocaboli di: Palestrina, Campo ai Ciliegi, le Bruciatelle, le Busche, Canapaio, il Ripone, la Macchia della Colla, i Fossetti e la Bruciata; ha una geometrica estensione di quadrati 126 e centesimi 50 corrispondenti a staia 250 delle quali per staia 10 terra lavorativa nuda con frutti selvatici, staia 161 bosco con capitozze di cerro, faggio e carpano ed ogni rimanente di pasture nude sterili e sassose.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 498, 521, 522, cit.). A fine ‘800 il podere risulta di proprietà privata e la casa ancora abitata, così ancora nel 1910 ma solo per pochi anni causa il definitivo abbandono. Oggi rimangono scarsissimi resti corrispondenti al perimetro murario conseguentemente al collassamento strutturale. Tuttavia, se nella Carta d’Italia I.G.M. di primo impianto (1894), in scala 1:50.000, il fabbricato è ancora presente, nella successiva tavoletta in scala 1:25.000 (1937) esso è del tutto scomparso, non comparendovi neppure il simbolo dei ruderi.

Per approfondimenti ambientali e storici si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Ridràcoli e/o relative ad acque, rilievi e insediamenti citati.

N.B.: Negli scorsi anni ’70, a seguito del trasferimento delle funzioni amministrative alla Regione Emilia-Romagna, gli edifici compresi nelle aree del Demanio forestale, spesso in stato precario e/o di abbandono, tra cui Faitelle, Pratalino, Vergherete, Lagacciolo e Case di Sopra, divennero proprietà dell’ex Azienda Regionale delle Foreste (A.R.F.); secondo una tendenza che riguardò anche altre regioni, seguì un ampio lavoro di studio e catalogazione finalizzato al recupero ed al riutilizzo per invertire la tendenza all’abbandono, senza successo. Con successive acquisizioni il patrimonio edilizio del demanio forlivese raggiunse un totale di 492 fabbricati, di cui 356 nel Complesso Forestale Corniolo e 173 nelle Alte Valli del Bidente. Circa 1/3 del totale sono stati analizzati e schedati, di cui 30 nelle Alte Valli del Bidente. Il materiale è stato oggetto di pubblicazione specifica.

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

C. Bignami (a cura di), Il popolo di Ridracoli, Nuova Grafica, Santa Sofia 1995;

A. Bottacci, La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, 1959-2009, 50 anni di conservazione della biodiversità, Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Pratovecchio, 2009;

M. Foschi, P. Tamburini, (a cura di), Il patrimonio edilizio nel Demanio forestale. Analisi e criteri per il programma di recupero, Regione Emilia-Romagna A.R.F., Bologna 1979;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

D. Mambrini, Galeata nella storia e nell’arte, Tipografia Stefano Vestrucci e Figlio, Bagno di Romagna, 1935 – XIII;

A. Polloni, Toponomastica Romagnola, Olschki, Firenze 1966, rist. 2004;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Bagno di Romagna, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2008;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze;

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba

Dal Monte Moricciona (pressi Casanova dell’Alpe) si raggiunge facilmente Pratalino tramite la rotabile sbarrata e sentiero 235, km. 1,2, deviando dalla S.F. Grigiole-Casanova dell’Alpe-Poggio alla Lastra, che si raggiunge anche tramite la S.F. Ridracoli-Passo del Vinco. Dopo circa 400 m si raggiunge la deviazione per il Casone-La Lama sulla sx, da lasciare per spostarsi sulla dx della sella dove inizia a risalire la pendice del M. Palestrina: qui si trova un evidente sentiero che scende non ripido tagliato sul versante settentrionale in direzione Ovest per circa 700 m con dislivello di 100 m circa aggirando un crinale in erosione. Occorre quindi deviare bruscamente a dx su un sentiero complanare che si dirige verso Nord per circa 300 m fino a trovare il vasto falso pianoro in parte in erosione corrispondente al terrazzo morfologico di Palestrina, i cui scarsi resti si trovano sul bordo dx nella parte mediana, visibili solo raggiungendoli. Non difficoltoso ma occorre sapersi orientare. 

foto/descrizione :

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001a/001d – Dalla vetta Monte Penna, veduta panoramica sulla Valle di Ridràcoli e particolareggiata sul Monte Cerviaia dove, su un terrazzo morfologico posto sulle pendici del Monte Palestrina, si trova Palestrina; è indicata anche la selletta dove si trova Casamentino (26/01/12 - 17/10/13).

001e – 001f – Dal confine della Riserva di Sasso Fratino, sulla Giogana presso Poggio Scali, vedute dell’invaso all’altezza di Ca di Sopra e del versante del Monte Palestrina dove l’innevamento evidenzia il terrazzo morfologico di Palestrina (9/03/11).

001g – 001h –Da Poggio della Gallona veduta verso i MM. Cerviaia e Palestrina dove si intravede il profilo del terrazzo morfologico di Palestrina (15/06/12).

001i – 001l – 001m – Dal crinale di Poggio della Gallona (pressi Campominacci) veduta panoramica verso il M. Cerviaia e ravvicinata sul M. Palestrina e il suo terrazzo morfologico insediativo (30/09/19).

001n/001r – Dalla Seghettina si fronteggia il M. Palestrina che si erge oltre il lago e si ha una veduta ottimale del terrazzo morfologico dove sorgeva il fabbricato omonimo; l’indice fotografico specifica il sito dei fabbricati, riguardo Casamentino individuabile con precisione nel confronto con la cartografia satellitare geo-referenziata grazie alla caratterizzazione delle emergenze rupestri (30/09/19).

001s - Schema da cartografia moderna con gli insediamenti esistenti o scomparsi in evidenza.

001t – Mappa schematica dedotta da cartografia storica di inizio XX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti, oltre che la superficie del futuro invaso; la toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale. Nota: nella mappa originale a quota inferiore rispetto a La Casetta era presente un altro fabbricato oggi scomparso, inoltre il toponimo era erroneamente trascritto accanto al fabbricato di Verghereto.

001u – 001v - Mappa schematica dedotta da cartografia storica di inizio XIX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti (la toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale) e schemi degli insediamenti del bacino idrografico del tratto del Bidente divenuto lago.

001z – Particolare della mappa del 1637 con il Ponte a Ripicchione, posto subito a valle della confluenza del Fossato del Ciregiolo (oggi Fosso del Molinuzzo) nel fiume, quindi proprio nel luogo dove oggi sorge la diga (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 20, cit. e, a colori, A. Bottacci, 2009, p. 31, cit.).

002a/002i – Il M. Palestrina visto dalle pendici del M. Cerviaia con l’innesto del sentiero che scende a Palestrina, con viste dello stesso e del crinale in erosione dove si svolta verso l’insediamento (16/10/16 - 28/08/18).

002l – 002m – 002n - La macchia boschiva a monte del sito di Palestrina (16/10/16).

002o/002v – Vedute del terrazzo morfologico insediativo del M. Palestrina (16/10/16).

003a/003h – Il sito del fabbricato ed i suoi resti (16/10/16).

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