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Fosso dei Preti

Tipo : torrente
Altezza mt. : 1075
Coordinate WGS84: 43 50' 25" N , 11 48' 39" E
Toponimo nell'arco di
notizie :

Testo di Bruno Roba (8/01/2020)

Coordinate WGS84: Origine (Costa Poggio Piano) 43° 50’ 50” N / 11° 47’ 31” E - Sbocco (immissione nel F.so di Campo alla Sega) 43° 51’ 3” N / 11° 49’ 2” E - Quote: Origine 1075 m – Sbocco 605 m - Sviluppo 1,45 km.

Nel contesto del sistema orografico del versante emiliano-romagnolo dell’Appennino Settentrionale, l’Alta Valle del Fiume Bidente nel complesso dei suoi rami di origine (delle Celle, di Campigna, di Ridràcoli, di Pietrapazza/Strabatenza), assieme alle vallate collaterali, occupa una posizione nord-orientale, in prossimità del flesso che piega a Sud in corrispondenza del rilievo del Monte Fumaiolo. L’assetto morfologico è costituito dal tratto appenninico spartiacque compreso tra il Monte Falterona e il Passo dei Mandrioli da cui si stacca una sequenza di diramazioni montuose strutturate a pettine, proiettate verso l’area padana secondo linee continuate e parallele che si prolungano fino a raggiungere uno sviluppo di 50-55 km: dorsali denominate contrafforti, terminano nella parte più bassa con uno o più sproni mentre le loro zone apicali fungenti da spartiacque sono dette crinali, termine che comunemente viene esteso all’insieme di tali rilievi: «[…] il crinale appenninico […] della Romagna ha la direzione pressoché esatta da NO a SE […] hanno […] orientamento, quasi esatto, N 45° E, i contrafforti (e quindi le valli interposte) del territorio della Provincia di Forlì e del resto della Romagna.» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 9, cit.). L’area, alla testata larga circa 18 km, è nettamente delimitata da due contrafforti principali che hanno origine, ad Ovest, «[…] dal gruppo del M. Falterona e precisamente dalle pendici di Piancancelli […]» (P. Zangheri, 1961, rist.anast. 1989, p. 14, cit.) e, ad Est, da Cima del Termine; in quell’ambito si staccano due contrafforti secondari e vari crinali e controcrinali minori delimitanti le singole vallecole del bacino idrografico.

In particolare, la Valle del Fiume Bidente di Ridràcoli riguarda quel ramo intermedio del Bidente delimitato, ad Ovest, dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che si distacca da Poggio Scali e che subito precipita ripidissimo disegnando la sella di Pian del Pero, serpeggiante evidenzia una sequenza di rilievi (i Poggi della Serra e Capannina, l’Altopiano di S.Paolo in Alpe, Poggio Squilla, Ronco dei Preti e Poggio Collina, per terminare con Poggio Castellina) fino a digradare presso il ponte sul Fiume Bidente di Corniolo a monte di Isola, costretto dalla confluenza del Fiume Bidente di Ridràcoli. Ad Est la valle è delimitata dall’intero sviluppo del contrafforte secondario che si diparte da Poggio allo Spillo (collegando Poggio della Bertesca, Croce di Romiceto, i Monti Moricciona, La Rocca, Marino, Pezzoli e Carnovaletto) per concludersi con il promontorio della Rondinaia digradando a valle di Isola costretto dalla confluenza del Fiume Bidentino o Torrente Bidente di Fiumicino nel Fiume Bidente. La Rondinaia è nota per il castello con la sua torre «[…] baluardo di antica potenza, elevato fin dai tempi romani alla difesa contro le orde barbariche che dal nord d’Europa scendevano a depredare le belle contrade d’Italia.» (D. Mambrini, 1935 – XIII, p. 274).

Il bacino idrografico, di ampiezza molto superiore rispetto alle valli collaterali e che vede il lago occupare una posizione baricentrica con l’asta principale fluvio/lacustre f.so Lama/invaso/fiume posizionata su un asse mediano Nord-Sud, mostra una morfologia molto differenziata rispetto al suo baricentro. L’area sorgentifera, con la realizzazione dell’invaso artificiale, si differenzia tra quella che lo alimenta e quella a valle della diga che alimenta direttamente il fiume. A monte l’area imbrifera si amplia estendendosi da Poggio Scali fino al Passo della Crocina mostrando, specie nella parte a ridosso delle maggiori quote dello Spartiacque Appenninico (la c.d. bastionata di Campigna-Mandrioli), fortissime pendenze modellate dall’erosione con formazione di profondi fossi e canaloni fortemente accidentati, talvolta con roccia affiorante, come le Ripe di Pian Tombesi, le Ripe della Porta, le Ripe di Scali e il Canale o Canalone del Pentolino, oltre che il distacco dello spessore detritico superficiale, con conseguente crollo dei banchi arenacei e lacerazione della copertura forestale, come la Frana Vecchia, 1950, e la Frana Nuova, 1983-1993, sempre attiva, di Sasso Fratino. Il tratto di contrafforte che, come detto, si stacca da Poggio Scali, trova una serie di picchi tra cui emerge subito Poggio della Serra, quindi il Monte Grosso e l’Altopiano di S. Paolo in Alpe, in corrispondenza del quale comincia un’ampia rotazione, che volge al termine dopo aver superato Ronco dei Preti, quando precede una netta controcurva così riprendendo l’orientamento principale verso il suo termine. Detti rilievi costituiscono nodo montano da cui si diramano ulteriori dorsali di vario sviluppo e consistenza geomorfologica che delimitano il sistema vallivo del versante orientale del bacino idrografico di Ridràcoli. Dall’Altopiano di S. Paolo in Alpe si stacca una lunghissima, arcuata ed affilata dorsale caratterizzata dalle evidentissime stratificazioni marnoso-arenacee del suo versante meridionale, la cui sommità è nota come Crinale della Vacca, dividente la Valle del Rio Fossati da quella del Rio Bacine. Dal Monte Grosso si distacca verso SE un lungo costone di pendenza modesta che raggiunge il fondovalle del Fosso dell’Aiaccia, delimitando la Valle delle Pozzacchere da NE (ma panoramicamente risalta l’ampia Valle del Ciriegiolone). Il Fosso del Molinuzzo costituisce braccio lacustre e terminale dell’asta torrentizia costituita con i Fossi del Ciriegiolone e dell’Aiaccia, proveniente dall’anfiteatro generato dal contrafforte secondario nel distaccarsi dallo Spartiacque Appenninico a Poggio Scali. Gli altri bracci lacustri di cui si compone il lago sono il Fosso di Campo alla Sega, il Fosso degli Altari e il Fosso della Lama, provenienti direttamente o indirettamente dalla bastionata e i primi due indirettamente anche dalla Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, infine il Fosso del Molino, che raccoglie il reticolo idrografico generato dal contrafforte distaccatosi da Poggio allo Spillo.

Come accennato, da Poggio Scali si stacca la caratteristica sella “a corda molla” di Pian del Pero che costituisce il primo tratto del contrafforte secondario fino allo snodo di Poggio della Serra. Da questo poggio si dirama un’affilata dorsale secondaria, con preciso orientamento O/E fino al Poggio di Campominacci, dividente l’ampio e assolato bacino del Fosso del Ciriegiolone da quello profondo e ristretto del Fosso delle Macine, che poi diviene di Campo alla Sega una volta raccolti i contributi giungenti dall’alto versante appenninico. Dal poggio che domina Campominacci la dorsale si biforca, sia con declinazione N/E verso Poggio della Gallona.

Per la precisione in base all’uso locale, alla C.T.R. regionale e alle mappe dell’A.S.F.D., il Fosso delle Macine ha origine da Poggio della Serra e costituisce il tratto montano del Fosso di Campo alla Sega, già del Campo alla Sega o di Campo Minacci, che ha esatta origine dalla confluenza del suo tratto montano con il Fosso di Sasso Fratino (nelle mappe I.G.M. detto Fosso delle Macine e pure ripetuto nella C.T.R. regionale), alimentato a sua volta dalla ramificazione generata dall’anfiteatro del nucleo storico della Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, tra cui il Fosso dell’Acqua Fredda o dell’Asticciola. «I torrenti principali che attraversano la Riserva sono (da Ovest a Est): Sottobacino Bidente di Ridracoli – Fosso delle Macine, che costituisce la porzione alta del F.di Campo alla Sega […] Fosso di Sasso Fratino, affluente di destra del F. d. Macine – Fosso di Campo alla Sega, derivato dalla confluenza del F. d. Macine e del F. d. Sasso Fratino […]» (A. Bottacci, 2009, p. 23, cit.). Sempre provenienti dalla Riserva altri affluenti sono nell’ordine il Fosso dei Praticini o dei Fraticini, il Fosso di Sasso Fratino e il Fosso dei Preti. Il primo nasce dalle Ripe di Scali con il ramo più alto dalla Frana Vecchia. Il Fosso di Sasso Fratino è generato da un’ampia ramificazione contenuta nello specifico anfiteatro di Sasso Fratino, panoramicamente evidente per le dorsali che lo abbracciano rispettivamente distaccandosi una da Poggio Scali con le sue Ripe verso Levante, l’altra dallo Spartiacque Appenninico all’altezza di Poggio Porcareccio, questa piegante decisa verso Settentrione fino alla Posticcia di Matteino, guidata dall’ampia curva della netta incisione valliva del Fosso della Fonte del Porcareccio, quindi dalla biforcazione crinalizia che segue al Poggio di Sciagano (antico oronimo), digradante repentinamente trovando come toponimo identificativo il sito detto La Bruciata. Il Fosso dei Preti è delimitato in dx idrografica dalla Costa di Poggio Piano che, diramatasi dalla biforcazione del Poggio di Sciagano ed in continuità con la dorsale della Seghettina, chiude a SE il bacino idrografico del Fosso di Campo alla Sega.

Pochissimo antropizzata fin da epoche remote, facente parte dalla fine del XIV sec. della “Macchia dell’Opera del Duomo”, l’impraticabilità del luogo impedì i tagli forestali già da parte delle maestranze dell’Opera e solo in rarissimi casi si trovano lettere di taglio che riguardassero tale area, peraltro riferite a concessioni per l’utilizzo di pochi alberi da parte di bigonai; in merito, p.es., si possono leggere uno di seguito all’altro, come uniti in un unico brano, alcuni passi di due documenti rispettivamente del 1701 e del 1721, quando si … «[…] ordinò che le lettere dei legni d’abeto da concedere a particolari tanto per privilegio che in pagamento, si facciano negli infrascritti luoghi per maggiore conservazione di dette selve: Agli uomini di Ridracoli: nella Seghettina, nella Fossa dei Preti, nel Poggio di Fonte Murata, acqua pendente verso il Castelluccio e Romiceto. […] // […] l’anno prossimo si potrebbero mettere nella macchia alli appresso confini, essendo tutta macchia scomoda per la trattura delle travi e lontana, con grande spesa per fare vie per la condotta. I confini: […] la Fossa dei Preti, l’Acquitrino dell’Asticciola, la motta di Sasso Fratino, la Fossa, l’Asticciola che confina con Poggio Scali quanto acqua pende verso il Campo alla Sega e Campo Minacci e sono tutti luoghi dove i conduttori non vi hanno mai tagliato per essere impraticabile per vie […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 73-74, cit.). La difficoltà di trasporto del legname per morfologia dei luoghi e/o assenza di vie di smacchio portarono nei secoli ad autorizzare la costruzione di alcuni impianti idraulici per il taglio della legna, anche a servizio dell’Opera del Duomo di Firenze, così: «[…] gli artigiani fin dal 1503 impiantavano le seghe ad acqua ed i loro banchi mobili di lavorazione a lato dei fossi dell’anfiteatro di Sasso Fratino.» (P. Bronchi, 1985, pp. 66, 67, cit.). Per le consistenti e difficilmente controllabili utilizzazioni che si verificarono nella foresta, nel 1561 venne predisposta la Riforma delle leggi sulle selve e delle cose a quelle attenenti che, tra l’altro, sanciva che «[…] le seghe ad acqua nella foresta non devono superare il numero di quattro […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 174, cit.). A dimostrare l’interesse per il legname di questi boschi fa fede una lunga relazione del 1652, presentata direttamente al granduca, contenente una molto precisa descrizione dei luoghi e della qualità delle piante presenti a fini economici; dagli interessanti riferimenti ai numerosi “vocaboli” che identificano i vari siti si riconosce come vi sia ricompresa anche l’area di Costa Poggio Piano. La relazione inizia individuando una suddivisione delle selve dell’Opera in 8 parti omogenee, tra cui si trova la descrizione della quarta, la “Fossa del Prete”: «La quarta che contiene la Macchia di Scali, la Fossa delle Macine, il Porcareccio, la Motta, l’Hasticciuola, la Fossa del Prete, il Poggio del Castagno, e gli Altari con qualche altro vocabolo. Questa parte non ci è stata mostrata dalli uomini dell’Opera che ci guidavano e ce ne siamo avveduti dopo averla tralasciata: ma ci assicuriamo che cio hanno fatto supponendo che noi gradissimo di non impiegar tempo superfluamente in visitar luoghi dove non sono e non si spera mai che siano per essere abeti buoni per legni da galere e donde quando vene fossero non si potrebbon cavare. […] per la cagion del sito da non potersene mai cavare, come […] si disse havendone i conduttori dell’opera che fanno le travi cavate con difficoltà quelle che erano di due traini che chiamano doppie.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 269, cit.). I due ingegneri forestali boemi Seelan e Siemon (Siemoni) nella relazione del 1836-37 predisposta per il Granduca Leopoldo II al fine del recupero del patrimonio forestale, ancora segnalavano che l’area difficilmente accessibile di Sasso Fratino era ancora ricoperta di abeti bianchi di grandi dimensioni e vi era grande abbondanza di faggi più che maturi. Dal piano di assestamento del 1935 di Hofmann e Morelli risulta ancora confermata la naturalità del sito e la presenza di particelle con età superiori ai 140 anni, mentre ogni progetto di intervento, che pure vide la realizzazione a partire dagli anni 1935-38 fino ai ‘60 di strade forestali come quella delle Cullacce e del tratto Lama-Poggio della Seghettina, finalizzate anche al ricongiungimento a Quota ‘900 per l’utilizzo delle zone di foresta più impervie, non giunse a conclusione, infatti «[…] seguendo il piano di gestione della Foresta di Badia Prataglia […] si era arrivati con i tagli alle pendici settentrionali di Poggio Scali […]. Ma […] trovarsi […] a decidere, vedendoli uno per uno, della vita e della morte di alberi così straordinari. […] Nella difficile situazione, ho sentito troppo forte il richiamo alla conservazione di quell’irripetibile e straordinario patrimonio naturale […]. Ho deciso quindi “abusivamente” di non intervenire […]. Così nel 1959 […] si pervenne all’istituzione della riserva […]» (F. Clauser, 2016, pp. 52-55, cit.). L’intensa frequentazione e le molteplici utilizzazioni si sono protratte fino a tempi relativamente recenti: «nel secolo passato […] inoltre anche in questo secolo, ed in specie nell’ultimo dopoguerra, queste zone hanno subito massicce asportazioni per decine di migliaia di metri cubi di legname da opera e da combustione.» (P. Bronchi, 1985, pp. 69, 70, cit.). All’atto di prima istituzione della Riserva sono state censite 126 aie carbonili, peraltro in zone maggiormente accessibili e ormai pressoché inglobate nella vegetazione (ma documenti del 1915 fanno intuire che le stesse e i corrispondenti tagli risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, quando tale attività raggiunse l’apice); oggi si può considerare la presenza di particelle di oltre 220 anni.

Per approfondimenti ambientali e storici si rimanda alla scheda toponomastica Valle del Bidente di Ridràcoli e/o relative ad acque, rilievi e insediamenti citati.

N.B.: - Fosso della Macine o della Macina o alla Macina erano le antiche denominazioni del fosso di fondovalle, così certificando la presenza di un tale impianto di cui forse permangono i resti, come risulta tra l’altro, dal Contratto livellario del 1840 che il Granduca fece stipulare con il Monastero di Camaldoli, in riferimento ai “vocaboli” del podere di Campominacci ed ai suoi confini: «N. 5 - Podere denominato Campo Minacci […]. Ed i descritti fabbricati posano in mezzo ad una tenuta di terra tutta giacente in poggio ed in una costiera rivolta a mezzogiorno la quale è intersecata da più e diversi fossi che scendono nel principale detto il Fosso della Macine e più inferiormente dell’Asticciola e dalla strada che sale alla casa colonica come pure da altre stradelle vicinali e viottoli. […] E questa tenuta di terre oltre la generale denominazione di Campo Minacci si conosce per i seguenti vocaboli: Campo Grande, La Fossa Cupa, il Poggiolo dei Confini, Cerreta, Balza dell’Acerone, i Piani, Fosso alla Macina, Diaccetti, l’Aiaccia, i Prati, l’Aia di Canino, la Serra, la Finocchiaia. Ed i confini che la recingono sono, […] 3° e per lungo tratto dirigendosi a ponente Fosso dell’Asticciola e della Macina al di là del quale terreni compresi nella Tenuta Forestale, […]» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, pp. 514, 515, cit.).

- Sasso Fratino è il toponimo (catastalmente individuato) di una porzione della Foresta della Lama ricadente nel settore N di quell’area che ha costituito il nucleo originario della Riserva Naturale Integrale, inizialmente composta da 45 ettari oltre ulteriori 65 di area-tampone, per quanto attiene alla vegetazione definita foresta originaria (conservante la struttura delle associazioni vegetali risalenti alle “origini”, ovvero al tempo delle antiche civiltà mediterranee). «La zona della riserva in Comune di Bagno di Romagna, comprendente il territorio classificato in più atti dal 1959 al 1972, è senza dubbio la più interessante. Appartiene a questa zona l’anfiteatro di Sasso Fratino, che fronteggia la collina e l’antica casa di Campominacci […]» (P. Bronchi, 1985, p. 67, cit.). Situato su una ripida pendice posta nei pressi della confluenza tra il Fosso dell’Acqua Fredda e l’omonimo Fosso di Sasso Fratino, tra Poggio Scali e Pian di Giusto, ad una quota compresa tra 1100-1300 metri … «Da mille anni (forse da tremila) questa foresta appare da lontano con l’aspetto di oggi: soltanto le future generazioni sapranno nei prossimi secoli, se il nuovo microclima indotto dal bacino artificiale di Ridracoli avrà portato variazioni tali da trasformare profondamente questa preziosa testimonianza delle foreste originarie.» (P. Bronchi, 1985, p. 66, cit.) … l’anfiteatro di Sasso Fratino è facilmente individuabile da diversi punti di osservazione in quanto, nell’ambito delle dorsali che chiudendosi a “V” delimitano la valle del fosso omonimo, è ricompreso tra le evidenti incisioni delle due citate frane storiche: la Frana Vecchia, risalente al 1950 circa, staccatasi da quota 1350 m dalla dorsale delle Ripe di Scali che, precipitando da Poggio Scali, lo delimita a NO rimanendo esterna all’anfiteatro; la Frana Nuova, in continua evoluzione dal 1983, che interessa anche la parte alta del Fosso dell’Acqua Fredda e che, trovandosi nella zona centrale dell’anfiteatro vallivo, lo delimita a SE.

- La sega ad acqua venne inventata da Villard de Honnecourt nel sec. XIII e Leonardo da Vinci ne studiò il funzionamento nel 1480. A metà del ‘400 in Casentino sono documentate una sega ad acqua a Camaldoli (i monaci sono stati sempre all’avanguardia nella lavorazione del legno) e due artigiani specializzati a Papiano (M. Massaini, 2015, cit.) mentre, sul versante romagnolo «All’interno della foresta si costruirono direttamente e per concessione a terzi, nel corso del ‘500 e del ‘600, alcune seghe idrauliche per la lavorazione del legname sul posto e la sua preparazione al trasporto (sega del fosso del Bidente, sega del Ridracoli, dell’Asticciuola, del Ricopri). Tali seghe lavoravano al limite della legalità e, nonostante una rigida legislazione e una serie di regolamenti e di divieti per impedire tagli abusivi, per tutta l’età moderna hanno favorito la spogliazione della foresta da parte delle popolazioni confinanti.» (N. Graziani, 2001, p. 149, cit.). In particolare nel ‘6-‘700 l’Opera del Duomo di Firenze puntò al depezzamento del legname in dimensioni di più agevole trasporto con la costruzione di numerose seghe ad acqua in foresta, che però si ridussero ad una tra ‘700 e ‘800 a seguito del progressivo e totale disimpegno della stessa Opera, in attesa dei miglioramenti introdotti dal Siemoni.

- Le posticce erano impianti di piantine spontanee di Abete: «[…] venivano prelevati sistematicamente e ovunque, e quindi anche nelle zone più impervie, ove si riteneva di non fare danno, piantine spontanee (selvaggioni) di Abete per far piantate (posticce) nelle tagliate […]» (P. Bronchi, 1985, p. 76, cit.). «Le operazioni colturali che l’Opera fece nelle sue selve si limitarono alle “aggirate, sterpate e posticce”. Con le prime si intendeva, di solito, l’eliminazione delle piante di faggio nel bosco misto di faggio e abete dal quale si ritraeva il massimo utile, con le seconde s’indicavano le ripuliture che venivano fatte sia nelle nuove piantagioni che nel bosco naturale nel quale oltre gli arbusti e le altre erbe ritenute infestanti, veniva eliminata la rinnovazione del faggio, con le terze, infine, si indicavano le nuove piantagioni o rimboschimenti che si facevano nei luoghi più comodi o dove erano stati effettuati i tagli più consistenti.» (A. Gabbrielli, E. Settesoldi, 1977, p. 125,

RIFERIMENTI   

AA. VV., Dentro il territorio. Atlante delle vallate forlivesi, C.C.I.A.A. Forlì, 1989;

A. Bottacci, La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, 1959-2009, 50 anni di conservazione della biodiversità, Corpo Forestale dello Stato, Ufficio territoriale per la Biodiversità di Pratovecchio, Pratovecchio, 2009;

P. Bronchi, Alberi, boschi e foreste nella Provincia di Forlì e note di politica forestale e montana, C.C.I.A.A. di Forlì (a cura di), Nuova Cappelli, Rocca S. Casciano 1985;

G.L. Corradi (a cura di), Il Parco del Crinale tra Romagna e Toscana, Alinari, Firenze 1992;

A. Gabbrielli, E. Settesoldi, La Storia della Foresta Casentinese nelle carte dell’Archivio dell’Opera del Duomo di Firenze dal secolo XIV° al XIX°, Min. Agr. For., Roma 1977;

M. Gasperi, Boschi e vallate dell’Appennino Romagnolo, Il Ponte Vecchio, Cesena 2006;

N. Graziani (a cura di), Romagna toscana, Storia e civiltà di una terra di confine, Le Lettere, Firenze 2001;

D. Mambrini, Galeata nella storia e nell’arte, Tipografia Stefano Vestrucci e Figlio, Bagno di Romagna, 1935 – XIII;

M. Massaini, Alto Casentino, Papiano e Urbech, la Storia, i Fatti, la Gente, AGC Edizioni, Pratovecchio Stia 2015;

P. Zangheri, La Provincia di Forlì nei suoi aspetti naturali, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1961, rist. anast. Castrocaro Terme 1989;

Bagno di Romagna, Carta dei sentieri, Istituto Geografico Adriatico, Longiano 2008;

Carta Escursionistica scala 1:25.000, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, S.E.L.C.A., Firenze

Link www.mokagis.it/html/applicazioni_mappe.asp.

Percorso/distanze :

Testo di Bruno Roba

La parte alta del Fosso dei Preti ricade all’interno della Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino per cui non è raggiungibile benché il tracciato di crinale di Poggio Piano lo consentirebbe, mentre i tre rami di cui è fin qui composto si attraversato nel percorrere la S.F. S. Paolo in Alpe-La Lama tra Ponte alla Sega e Poggio Seghettina. Il breve tratto terminale confluisce nel fosso Campo alla Sega nei pressi della S.F. dell’Ammannatoia, per cui è anch’esso facilmente osservabile. Ponte alla Sega è a 6,4 km dalla sbarra di S. Paolo.

foto/descrizione :

Le foto sono state scattate da Bruno Roba, che ha anche inserito i testi, e qui riprodotte su autorizzazione dell'autore
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001a – 001b – Da Casanova dell’Alpe il primo soleggiamento mattutino crea ombre soffuse che addolciscono la morfologia dei luoghi (5/10/16).

001c/001f - Dall’alta quota del Monte Cerviaia si ha la veduta più elevata verso l’anfiteatro di Sasso Fratino e le dorsali che lo abbracciano, compresa la parte alta del Fosso dei Preti. In ultimo, veduta con indice fotografico (28/08/18).

001g – Dal crinale tra i monti Cerviaia e Palestrina, nei pressi di Pratalino, la veduta si estende al fondovalle del Fosso delle Macine (che poi diviene di Campo alla Sega) ed alle incisioni dei suoi affluenti, tra cui quella principale del Fosso dei Preti, evidenziata dalle ombre (16/10/16).

001h/001n – Dal medio versante meridionale del M. Palestrina che guarda sul Lago di Ridràcoli le vedute si estendono alla testata del Fosso delle Macine, sotto la sella “a corda molla” di Pian del Pero, ed all’intera dorsale oltre il Fosso dei Preti che dal suo distacco dallo Spartiacque Appenninico si rialza con la Costa Poggio Piano per digradare ripida fino a Poggio Seghettina (16/10/16)

001o – 001p – 001q – L’ampio pendio denudato e in erosione corrispondente al sito dell’insediamento di Palestrina (ne rimane un ammasso di pietrame) consente la vista da bassa quota dell’intera Riserva di Sasso Fratino nella sua eccezionale alternanza di profonde incisioni vallive e scoscese dorsali, tra cui la Costa Poggio Piano e l’incisione del Fosso dei Preti fino al sito della Seghettina (16/10/16).

001r – Schema da cartografia moderna della vallata del Fosso dei Preti, con l’indicazione della viabilità antica che la rasentava, differenziata nei tratti cartografati come esistenti e quelli presumibilmente scomparsi.

001s – Particolare della Carta della Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino (A. Bottacci, 2009, p. 27, cit.) relativa al bacino del Bidente di Ridràcoli.

001t – 001u - Mappe schematiche dedotte da cartografia storica di inizio del XIX sec. di inizio XX sec. evidenziante reticolo idrografico, infrastrutture e insediamenti. La toponomastica riprende anche nella scrittura quella originale.

002a/002e – Il ramo principale del Fosso dei Preti all’attraversamento della S.F. S. Paolo in Alpe-La Lama tra Ponte alla Sega e Poggio Seghettina (23/12/19).

002f – 002g - Il ramo più orientale del fosso (23/12/19).

002h - 002i – 002l – Il ramo mediano del fosso (23/12/19).

002m – 002n – 002o - Dopo essersi riunificato sotto la strada forestale il Fosso dei Preti sbocca nel Fosso di Campo alla Sega, visibile dalla S.F. che porta all’Ammannatoia (23/12/19).

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